sabato 2 maggio 2015

Come utilizzare a fin di bene la forza distruttrice dei Black-bloc

Ogni volta la stessa storia. Si infiltrano in un corteo di protesta pacifico e incendiano, distruggono, tutto ciò che incontrano: negozi, banche, auto di semplici cittadini. Con caschi, maschere antigas, spranghe e pietre attaccano pure le Forze dell'Ordine.
Non basta la protesta, legittima, per esprimere il proprio dissenso. Bisogna rovinare la protesta e distruggere, devastare anche il negozio di chi sta per chiudere, dopo tanti sacrifici, perché l'economia non gira. Contro tutto ciò che rappresenta il sistema. 
I resoconti giornalistici si ripetono uguali in qualsiasi parte del mondo quando si parla di Black-bloc. A farne le spese, il Primo Maggio, la città di Milano nel giorno della grandiosa inaugurazione dell'Expò, con gli occhi di tutto il mondo puntati sull'Italia per l'inaugurazione dell'esposizione universale.
Un evento unico e straordinario, e a sentire le radiocronache anche un successo dopo tanto pessimismo.
Le immagini di distruzione a Milano hanno fatto il giro del mondo con una proliferazione di commenti di indignazione e di condanna in tutti i social.
Ma perché, ci si è chiesti, questi continuano incolpevolmente a seminare devastazione ovunque? Niente si può fare?
A questa domanda una risposta si potrebbe fornire. Dando seguito alle ultime ricerche psicologiche, nel campo delle neuro scienze, si potrebbe sfruttare a fin di bene una tale forza incontrollata, così come le conoscenze sulla bomba atomica sono state utilizzate per costruire centrali nucleari per produrre energia elettrica e accendere financo le lampadine dei cervelli.
Vediamo, dunque, di seguito, quelli che potrebbero essere alcuni ipotetici usi produttivi e con benefici collettivi della potenza mostrata dai Black-bloc riconosciuti universalmente in quanto presenti in tutto il pianeta.
1) Risolvere il problema dell'abusivismo edilizio. Si potrebbe dire che gli edifici costruiti senza licenza in tutto il territorio nazionale potrebbero essere ristrutturati per ospitare le delegazioni estere partecipanti a Expò;
2) Sgominare la mafia dell'immigrazione. Si potrebbe dire che i trafficanti di immigrati del nord Africa potrebbero diventare futuri organizzatori di Expò;
3) Risolvere il problema delle discariche di rifiuti in Sicilia. Si potrebbe dire che l’immondizia in eccesso potrebbero essere conservata per costruire future Expò;
4) Rottamare il vecchio parco auto delle forze di polizia. Si potrebbe dire che i veicoli di polizia e carabinieri potrebbero essere riciclati per il trasporto dei visitatori di Expò;
5) Ristrutturare ex novo la via commerciale di una metropoli. Si potrebbe dire che, rinnovata, la strada sarà messa al servizio della nuova Expò;
6) Smantellare senza costi aggiuntivi le costruzioni provvisorie di Expò alla fine dell'esposizione. Al termine di Expò, si potrebbe annunciare che i padiglioni temporanei saranno utilizzati per una esposizione permanente.
7) Annientare il terrorismo fondamentalista internazionale. Dire che i capi dell'Isis avrebbero il desiderio di prenotare un padiglione all'Expò per mettersi in mostra.

Avvertenza: ogni volta si dovrà organizzare una manifestazione pacifica di protesta nel luogo interessato.

Raimondo Moncada



La foto è tratta dal foto-racconto di Repubblica sugli eventi di Milano

giovedì 30 aprile 2015

Lo straniero impari lo straniero per chiedere dov'è il bagno in terrastraniera




NON CI STO! I BISOGNI DEBBONO INDURRE LO SFORZO. Se io vado all'estero, da straniero ci sta la mia conoscenza della lingua straniera. Vado fuori dal mio paese e per farmi capire, per integrarmi, per chiedere dov'è con urgenza il bagno perché senza me la faccio addosso, sono sollecitato dalle sollecitazioni corporali a esprimermi nella lingua del popolo che mi riceve. 
"U is lu ces?" 
Il bisogno, dunque, mi costringe allo sforzo linguistico. 
Ma imparare a parlare la lingua straniera per comunicare nel mio paese con gli stranieri turisti perché gli stranieri turisti si "spilano" a imparare il mio siciliano NON CI STO! 
Gli stranieri turisti se la possono fare addosso: io non sto sui libri o sui DVD multimediali per imparare l'inglese o il francese o il tedesco o il russo o addirittura il cinese per indicargli a casa mia dov'è il bagno! Gli posso solo dare, per spirito d'accoglienza il rinale che porto sempre dietro per ogni evenienza. 

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it

mercoledì 29 aprile 2015

Non se ne può più! I soliti pregiudizi sui siciliani e sulla Sicilia

Un turista punta un indigeno. Lo ferma. Già da come si presenta, da come veste, l'indigeno non può che essere del luogo scelto come meta di vacanza. È primissimo pomeriggio. Non c’è ancora il caldo della tipica estate sicula, ma il turista sfoggia maniche corte, pantaloncini e capello biondo sistemato. L'indigeno indossa una giacca da mezza stagione che quando ti metti al sole ti fa sudare e quando ti metti all’ombra non ti ripara dal freddo.
"Mi scusi..."
Il turista tradisce la sua titubanza. Non sa se l'indigeno gli darà retta. Però osa. Chiede. L'indigeno è appena uscito dal lavoro ed è diretto a casa. È stanco e ha fame. Ma si ferma. Per strada, visto l'orario, non c'è nessuno e i negozi sono pure chiusi. È l’unica presenza umana, al momento.
"Prego, mi dica".
"Sa dirmi dove si trova il bar ****, quello dove fanno il gelato più buono della città?"
"Forse si riferisce al bar del signor ****".
"Non so se è del signor che dice lei. Ma ne parlano le guide turistiche".  
"Cerco su internet..."
"No, non si disturbi. Non è importante. Lasci stare".
"Ci vuole un attimo... Trovato! È proprio il bar del signor ****". Facile. Deve scendere per questa strada..."

L'indigeno spiega al turista il percorso per arrivare al bar. Il turista, nel frattempo, viene raggiunto dal suo gruppo di amici, tutti cinquantenni. Si lascia scappare una considerazione:
"Ma lo sa che in Sicilia siete davvero gentili! Incredibile. È una cosa che mi stupisce".
"Da dove viene lei?"
"Forlì, Romagna".
"Bella la sua terra. Ci sono stato".

L'indigeno riprende il suo cammino, stupito dello stupore. Non è solo nelle strade deserte. Si sente inseguito. Sente passi e sente voci. Ma non si gira. Sono i romagnoli. Parlano del suo gesto e della sorprendente gentilezza del popolo siciliano.

Raimondo Moncada

martedì 28 aprile 2015

Un premio a cu figghia paroli addutati di patri

Un populu diventa poviru e servu quannu li paroli nun figghianu paroli e si mancianu tra d'iddi”. Così cantava Ignazio Buttitta, il grande poeta di Bagheria che ha scritto le sue liriche nella lingua madre, dandogli dignità di lingua letteraria, di lingua che esprime l’animo profondo di un popolo, quello siciliano.    
L’Accademia Teatrale di Sicilia anche quest’anno ha voluto promuovere un premio, un concorso di poesia e racconti, per valorizzare la lingua siciliana e ricordare un altro grande letterato: Alessio Di Giovanni, poeta, romanziere, drammaturgo e saggista, nato a Cianciana nel 1872. 
Un concorso, per dirla sempre con Ignazio Buttitta, pi figghiari paroli e nun farinni arrubbari la nostra lingua addutata di patri. Ed essiri liberi. 
Ignazio Buttitta così come Alessio Di Giovanni, per dare forza e verità ai loro capolavori, si espressero nella lingua della loro terra. 
Al Premio “Alessio Di Giovanni” si può partecipare con poesie e racconti, sia in lingua siciliana sia in lingua italiana. Gli elaborati vanno inviati entro il 15 giugno 2015 a seguente indirizzo: Accademia Teatrale di Sicilia – Premio Alessio di Giovanni – 92015 Raffadali (Prov. Agrigento).

Per ulteriori dettagli consultare l’intero bando cliccando su questo LINK BANDO PREMIO DI GIOVANNI 2015


* Nella foto, una bustina contenente zucchero confezionate da una ditta di Montevago riprendendo proverbi e modi di dire siciliani.

Post tratto dal sito del premio:
www.alessiodigiovanni.blogspot.it

venerdì 24 aprile 2015

Il 25 Aprile mutilato del partigiano Gildo Moncada

Gildo Moncada, partigiano, in una foto del 1944 a Perugia
Il 25 Aprile era la sua festa. In testa al corteo, sempre, autorità tra le autorità, col fazzoletto tricolore al collo e con una gamba, solo con una gamba, fino al 1997. 
Non ha partecipato solo a un 25 Aprile, il primo, quello del 1945, lui, Gildo Moncada, agrigentino, partigiano bambino a sedici anni, in Umbria, nella “Leoni”, nella brigata comandata dalla medaglia d’oro al valor militare Mario Grecchi.

Quel giorno di 70 anni fa, il 25 aprile 1945, Gildo Moncada, mio padre, era ancora ricoverato al centro mutilati dell'ospedale “San Carlo” di Roma, tra mille sofferenze per il giovane corpo sfregiato, con la gamba amputata e con altre gravissime ferite riportate a San Sepolcro, il 28 luglio 1944. 
Gildo Moncaca in un 25 Aprile ad Agrigento
Se fosse ancora in vita, ci sarebbe stato, ancora, nonno di 87 anni, alle celebrazioni del settantesimo anniversario della Liberazione, con la sua protesi di legno all’arto mutilato, con le schegge ancora infilzate in corpo, col fazzoletto dell’Anpi (di cui è stato per anni responsabile provinciale con Salvatore Di Benedetto), col portamento fiero, così come ha fatto per mezzo secolo.
Aprendo come sempre gli interventi sul palco di Porta di Ponte, ad Agrigento, avrebbe gridato “Viva il 25 Aprile! Viva la Resistenza! Viva l’Italia libera e democratica!”; rinnovando quell’urlo straziato del 28 luglio del 1944 in Toscana, sulla Linea Gotica; ricordando l’emozione di rivedere, al termine dell’inferno, parte della sua famiglia da cui si era staccato a Perugia dopo la scelta di salire in montagna con altri partigiani: mio nonno Raimondo, mia nonna Rosina, le mie zie, Lidia, Maria, Alfonsina, rifugiati a Calcinato, in Lombardia, durante l’ultimo periodo della seconda guerra mondiale.  

Gildo Moncada tra le autorità sul palco di Porta di Ponte
Ricordo il 25 Aprile di ventuno anni fa, ad Agrigento. È il 1994. Lo seguo con una videocamera Vhs. In silenzio partecipa alla messa in suffragio dei caduti, nella chiesa di San Domenico. In silenzio capeggia il corteo che attraversa la Via Atenea. Sul palco di Porta di Ponte, dopo le note di “Fischia il vento”, porta la sua testimonianza. Prende il microfono, tra gli applausi di tanti giovani che gridano il suo nome “Gildo! Gildo! Gildo!”. E lui, mio padre, con i foglietti del breve intervento preparato a casa, vincendo l’emozione di parlare in pubblico, autorità tra le autorità dà voce al bambino partigiano divenuto adulto:  

Gildo Moncada al Milite Ignoto  di Villa Bonfiglio
“Il 25 Aprile è una data fondamentale. Simboleggia il primato della libertà e della democrazia. La Repubblica è stata possibile per il sacrificio del popolo e per la guerra di Liberazione. Il 25 aprile ha segnato il passaggio da un’epoca infausta a una fase di ricostruzione materiale e morale del paese, uscito distrutto e umiliato dalla guerra. Per questo, il 25 Aprile deve essere giorno di festa e di tripudio per tutta la nazione”.

Oggi avrebbe reso attuale il significato e il valore della ricorrenza, spingendo soprattutto i giovani a non esitare a stare in prima linea contro le nuove forme di oppressioni, contro gli estremismi violenti, folli e sanguinari. Per la libertà, il futuro, i diritti e la dignità umana.  


Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it

giovedì 23 aprile 2015

San Giullà, unni persi i scarpi u...


"Unni persi i scarpi u..."
Un modo di dire. Che affonda le sue radici nella storia di un popolo. Un modo di dire antico che continua a essere attuale a ben guardare le foto, scattate da un modernissimo cellulare (nell'antichità c'era solo la luce degli occhi). 
Su questa scalinata (nella foto a sinistra) ho vissuto i miei primi anni di vita. Rimbombano ancora i miei vagiti tra le mura degli stretti vicoli in pietra arenaria che mi conducevano all'asilo. Su questi gradini lesionati da una frana senza fine ho provato la forza dei miei primi passi nel mondo. 
Allora non c'erano scarpe finte, dure come le pietre dei muri arenari, calchi di una protesta silenziosa. Non c'erano neanche scarpe abbandonate. Troppo preziose. C'erano solo passi continui, di fedeli che salivano per entrare dall'ingresso principale della cattedrale di Agrigento e pregare, o stare semplicemente in silenzio tra i banchi, dentro la maestosa chiesa di San Giullà, il signor patrono di Giurgenti. 
Quei passi si sono persi, impediti da transenne ormai perenni. Sento solo l'eco, dentro di me, di voci, di vicini di casa, dei compagnetti, di mia mia madre e di mio padre che mi recuperavano dopo le discese in via Duomo sul mio primo carretto con i capelli al vento (allora c'erano tutti). 
In quella scalinata, in quella via, in quel quartiere, in quella Giurgenti mortificata, c'è ancora il mio respiro e l'anima della mia famiglia. 
San Giullà, fai il miracolo, proprio lì: unni persi i scarpi u...! 

Raimondo Moncada 
www.raimondomoncada.blogspot.it 

mercoledì 22 aprile 2015

Ponti chiusi e spine di fichidindia ci aprono alle meraviglie di Agrigento


Il viadotto Morandi e Agrigento
Dal ponte chiuso al Caos. Il traffico è sempre stato al centro dei nostri pobblemi. Oggi ancor di più e non per le imminenti elezioni amministrative quando i pobblemi proliferano e pullulano le soluzioni. 
I soldi per le soluzioni? Non è un  pobblema come, al contrario, lo è sempre stato la mia vecchia periferia. Ma, per fortuna, negli anni, non ci hanno messo mano. Così, quando mi capita di fare ritorno alla mia casa non troppo romita del Villaggio Mosè trovo ad aspettarmi non Luigi Pirandello ma il luogo da me vissuto dall’età di cinque anni e mezzo. Nnuccenti!  
La scuola elementare "De Cosmi" del Villaggio Mosè
Il Villaggio Mosè, venuto per me dopo il natio quartiere di San Giullà nella elevata Girgenti, lo trovo tale e quale, come la trasmissione televisiva dei doppioni (di diverso ci sono più edifici e di diverso non c’è più il sacro edificio della chiesa "Cuore Immacolato di Maria"dove mi sono fatto la prima comunione, perché buttato giù per irreparabili lesioni alla struttura in cemento armato e mai più ricostruito; le funzioni religiose si svolgono nell’attiguo teatro proprio di fronte la mia scuola elementare De Cosmi qualche anno fa oggetto di ristrutturazione grazie al contributo di un privato).

Ma non tutti i mali vengono per nuocere. Dal “Morandi", porca miseria!, si godeva ad esempio di una vista spettacolare della mia Agrigento con le sue vecchie e minuscole case in pietra coperte qua e là da palazzoni di cemento armato (sembriamo in guerra!). Non parlo del grande Gianni, Giani Morandi, ma del piccolo viadotto che da decenni collega la città di Andrea Camilleri alla città di Luigi Pirandello. È stato chiuso per ragioni di sicurezza seguendo lo stesso destino di altri ponti: ci stanno lasciando uno dietro l'altro.
Il viottolo della Casa Natale di Pirandello in contrada Caos
La modernità lascia il posto all'antichità e alla natura.
Il viadotto “Morandi” dovrebbe essere ristrutturato. Però, se non si trovano i soldi, meglio abbatterlo ha proposto già qualcuno. Ma per abbatterlo ci vorrebbero più soldi dicono altri.
Intanto, non si passa. Si dovrebbero saltare le transenne con le macchine come al circo. E gli automobilisti non possono più in pochi minuti passare da Porto Empedocle (il vecchio molo di Girgenti) ad Agrigento (l’attuale vecchia Girgenti).
Ci rimarrà la foto che pubblichiamo in anteprima a futura memoria.
Però il percorso alternativo (sta diventando troppo di moda in Sicilia negli ultimi tempi), non è niente male: contrada Caos, Casa Natale dell'amico Luigi (parlo di Pirandello), Valle dei Templi, accompagnati dall'odore delle spume del mare aspro africano. E quando si scollina, dopo Villaseta, in prossimità del profumato giardino della Kolimbetra, immerso tra gli odori selvaggi e la cruda campagna di fiorellini schivi, c'è la visione unica dei templi allineati: l'Ercole, il Concordia e il Giunone.
Una magia! Antonio Agnello, su Facebook, mi suggerisce un punto preciso dove si può godere di un perfetto allineamento dei tre templi che è "da sindrome di Stendhal". 
La Valle dei Templi di Agrigento
Ti viene di fermarti in mezzo alla strada, posteggiare la macchina sotto uno dei filari dei fichidindia a disposizione e, con tutte le spine addosso che non si levano neanche con la raspa, rimanere piantati sull’asfalto nero, immobili, a estasiarsi delle meraviglie della storia e della sensibilità di un popolo di duemila e cinquecento anni fa. Pure le tombe ai tiranni sono fatte con gusto (immagino le delicate frustate agli schiavi di allora per il sepolcro di Terone!).
Poi il frastuono di mille clacson in fila indiana ti risvegliano (ti sei addormentato in mezzo alla strada). Prendi coscienza che sei un dannato pendolare. Ti accorgi che, camurria!, è tardi e che devi metterti in fila alle altre auto imbucate su questa piccola strada prima poco trafficata o poco conosciuta e ora percorsa dopo la chiusura del ponte Morandi. E ti affretti, con l'ansia dell'orario, accelerando, affumando di smog il motociclista che ti sta dietro e che ti sorpasserà mannaggia a lui! salendo di gran corsa, per la passeggiata archeologica, fregandotene del nuovo ponticello che ora collega il tempio di Ercole con il Tempio di Giove. Cerchi di arrivare non troppo in ritardo in ufficio o a scuola o all'appuntamento e soprattutto di arrivare prima del collega del vicino del cliente di tutti gli altri e trovare un posteggio libero o un posto sopra un’altra auto se non è già occupato.

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 
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