sabato 26 luglio 2014

La Spending Review del tempo che taglia l'estate

L'acqua nni vagna e u ventu n'asciuca. È un detto siciliano, ridetto da tempo immemore. Per gli italiani che non hanno parenti isolani in grado di rilasciare a richiesta una pronta traduzione, il detto significa testualmente: l'acqua ci bagna e il vento ci asciuga. 
Non c'è detto migliore per manifestare il sentimento di chi ancora non è riuscito a vivere due giornate di seguito di bel sole e bel tempo e bel mare in una estate mai vista sulla faccia del pianeta terra. Dopo la bella giornata di ieri che ci preparava a un sabato tutto da spiaggia, dopo una settimana accumulatoria di stress, ecco oggi aprire gli occhi a un inizio di fine settimana di vento autunnale e in talune località balneari di pioggia invernale. 
Quale spiaggia? Quale mare? Quale estate? Il tempo sembra incazzato. Quello bello arriva a gocce quando ormai meno te lo aspetti. La divina autorità ci sta punendo? O anche lassù hanno deciso una Spending Review del tempo? Le temperature sono ballerine. Si abbassano a frustata d'un colpo e devi rispolverare il tuo maglione di lana chiesto in prestito a una generosa pecora merinos. Meno caldo significa alla fine risparmi nella bolletta elettrica per chi fa uso d'estate di condizionatori d'aria e ventilatori. Per i ventagli non è ancora prevista alcuna spesa.
Una estate a misura degli anziani e dei pensionati, i primi a soffrire della calura estiva. 
Ritornando al nostro detto siciliano, oltre al significato letterale, c'è anche quello metaforico. Il detto indica quelle persone che non si lasciano prendere, non si lasciano coinvolgere dagli eventi. Rimangono impassibili. Nulla più li solletica. Non reagiscono neanche di fronte ad accadimenti molto positivi o molto negativi. Restano immobili, come oggi, immobili a letto ad ascoltare il vento che urla tra gli alberi e il mare venduto all'ippica che nitrisce con i suoi cavalloni impazziti. 
Ccà semu! (qua siamo!)
Mi programmo la mia estate tra gennaio e febbraio del 2015. A carnevale, forse, spunterà il sole, pure di notte. 

Raimondo Moncada 

venerdì 25 luglio 2014

'Ncarcari chiova, dolorose figurazioni sicule

Detti e riderti siciliani, frutto della infinita saggezza popolare. Quando sentiamo dire ‘ncarcari chiova, dobbiamo tradurre la frase non letteralmente altrimenti saremmo in presenza di un reato punito del codice penale con il carcere chiodato. È la metafora che dobbiamo cogliere, ovvero la figura retorica, l'immagine dolorosa che una simile affermazione vuole significare. Partiamo intanto dalla traduzione letterale, passando dal siculo all'italiano. Il detto 'ncarcari chiova, nella lingua messa a punto dall’infernale Dante, significa letteralmente "piantare chiodi con forza" mentre figurativamente "rincarare la dose".  
Ora, i chiodi si possono piantare con il martello (apposito utensile) oppure con una barbara e grezza pietra. Questo per l'uso materiale dei chiodi che si conficcano nei muri per appendere dei quadri, delle padelle, dei souvenir. O si conficcano nei legni per unirne i pezzi e farne carpenteria per costruire fondazioni, pilastri, travi che di legno sono molto più resistenti nel tempo del cemento armato. 
Nell'uso figurativo del termine, i chiodi si possono piantare su una persona e non per crocifiggerla, ma per farla soffrire retoricamente di una sofferenza più acuta rispetto alla sofferenza carnale. Se, ad esempio, un pilota di Formula Uno è disperato per avere bucato uno di seguito all'altro, accidentalmente, tre pneumatici della propria autovettura e il pubblico, così tanto per scherzare, scende dagli spalti, e gli buca anche la quarta gomma deliberatamente manifestando il proprio dispiacere per quanto di sfortunato accaduto: ecco, questo è uno dei casi annoverabili tra quelli per i quali si può affermare: 'ncarcari chiova, mettersi a piantare i chiodi a una persona, ma anche a un gruppo di persone, a una famiglia, a una comunità, a una intera nazione. 
I chiodi, quando si vuole, si trovano sempre. Pure le moderne bombe intelligenti, pulite, supertecnologiche, selettive, a ricerca automatica del bersaglio, sono imbottite di antichi chiodi per fare più male possibile.  


Raimondo Moncada

mercoledì 16 luglio 2014

Mafia Ridens allo stabilimento balneare della Polizia di Stato

Mafia ridens "rapisce" la polizia. Almeno d’estate. Almeno per diletto. Almeno per lettura. Mafia Ridens (ovvero il giorno della cilecca) è stato inserito nel cartellone del Caffè Letterario organizzato all'interno dello stabilimento della PS (Pubblica Sicurezza) di San Leone, centro balneare della Polizia di Stato di Agrigento. La presentazione del libro umoristico, scritto da Raimondo Moncada e pubblicato da Dario Flaccovio Editore, è stata prevista per venerdì, 1 agosto 2014, alle ore 19.

Il caffè letterario denominato “Colloquio privato con l’autore” è organizzato dall’associazione culturale “Emanuela Loi” con il patrocinio della Polizia di Stato e del Comune di Agrigento. Le presentazioni dei libri e i colloqui con gli autori sono affidati al regista e editorialista culturale di Grandangolo Enzo Alessi.

Sette gli appuntamenti previsti, tra luglio e settembre, con romanzieri, giallisti, poeti. Ecco l’intero programma del Caffè Letterario allo Stabilimento della Ps di San Leone con gli autori e i libri che saranno presentati:

18 luglio, ore 19
Fabio Fabiano, Il frutto della corteccia

24 luglio, ore 19
Giuseppa Iacono Baldanza, La casa con i balconi

1 agosto, ore 19
Raimondo Moncada, Mafia ridens (ovvero il giorno della cilecca)

8 agosto, ore 19
Graziella e Carmelo Luparello, L’ingordigia talvolta uccide chi mangia

21 agosto, ore 19
Simonetta Agnello Hornby, Il veleno dell’oleandro

29 agosto, ore 19
Matteo Collura, Sicilia La fabbrica del mito

5 settembre, ore 19
Enzo Argento, Centu coccia di pinzera

sabato 12 luglio 2014

La Valle dei Templi si anima, l'Esculapio in 3D

La rinascita della Valle dei Templi di Agrigento in digitale. L'architetto agrigentino Federico Moncada restituisce l'originaria bellezza ai suoi straordinari monumenti grazie alla magia del 3D, alla minuziosa, appassionata, realistica, documentata, ricostruzione tridimensionale. 
Dopo l'Oratorio di Falaride un'altra meraviglia: il Tempio di Esculapio, come non l'abbiamo mai visto.

Si annunciano altre immagini - esterne e interne - e dell'animazione tridimensionale per far vivere il Tempio di Esculapio a 360 gradi, come un turista alla scoperta delle vestigia del passato.


Ecco il link del blog “3ddada” dell’architetto Moncada dove man mano vengono inserite le ricostruzioni della Valle dei Templi di Agrigento: LINK

venerdì 11 luglio 2014

Quei pericolosi lenzuoli bianchi di felicità

Lenzuoli bianchi con scritte in rosso per esprimere sentimenti di felicità. Non sdegno, non rabbia, non denuncia. Ma un pubblico urlo di gioia per gli amici che convolano a nozze.
 I lenzuoli vengono appesi su ponti e viadotti resistenti. L'amore fa miracoli. Vengono stesi in punti frequentati, trafficati, con tanto pubblico. in modo che il mondo sappia che il giorno segnato sul lenzuolo è il giorno più bello per i nostri cari amici. 
Il lenzuolo della foto ritrae due piccioncini che tubano, che si baciano e che ad ogni bacio fanno scoccare cuoricini. Sopra i piccioncini leggiamo i nomi di Domenico e Rossella. 
Auguri. Auguri ai tanti Domenico e ai tanti Rossella i cui nomi incontriamo quotidianamente nei lenzuoli stesi lungo le strade e fatti cadere da ponti che per fortuna non cadono come altri ponti. 

Quello dei lenzuoli augurali di colore bianco (mai di un altro colore!) è diventata in provincia di Agrigento una mania come i lucchetti dell'amore sul ponte Milvio a Roma. Non c'è matrimonio che non abbia un suo lenzuolo augurale steso lungo il lieto percorso che porta i novelli sposi da casa alla chiesa e dalla chiesa al ristorante (c'è anche la variante municipio e quella di un sobrio pic-nic). 
Auguri. Ancora auguri. Ma state attenti, amici, a scegliere di questi tempi il ponte giusto, sicuro, quello che non cade, quello con vero cemento armato fino ai denti. E state attenti a non sporgervi troppo. 

P. S. State attenti anche a non scrivere cose lunghe e complicate. Il romanzo è un serio pericolo per la pubblica e privata incolumità. L'automobilista in transito potrebbe distrarsi e nel giorno più felice dei vostri amici finire in ospedale. 

lunedì 30 giugno 2014

Bruno Gambarotta, la risata del cortocircuito



 Video selfie con il maestro Bruno Gambarotta, scrittore, autore Rai, regista, attore.
L’umorista astigiano e artigiano parla con Raimondo Moncada di umorismo, di scrittura, di libri, di editoria, delle prossime pubblicazioni (ad agosto uscirà Ombra di Giraffa).

Un umorista deve avere tanto talento. Deve essere capace, dice Gambarotta, di cambiare prospettiva, non avere paura a toccare i tabù e, per fare scintille e suscitare la risata o il buonumore, deve cercare i cortocircuiti. E poi deve fregarsene di quello che dice la gente e di quello che vuole il mercato. Deve essere autonomo nel pensiero e nell’espressione e trovare una sua voce, una sua identità.

venerdì 27 giugno 2014

Pirandello: due, nessuno e centomila

Luigi Pirandello è conosciuto in tutto il mondo come Luigi Pirandello. Celebre è ormai la sua identità anagrafica: Luigi Pirandello. La sua fama ha oltrepassato i confini della sua terra natia, Girgenti, in Sicilia, dove è nato il 28 giugno del 1867. Non puoi sbagliare: quando leggi o pronunci il nome di Luigi Pirandello pensi a lui in persona, Luigi Pirandello, l'autore del romanzo Uno, nessuno e centomila, il creatore delle novelle Non è una cosa seria, L'illustre estinto, Quand'ero matto, La realtà del sogno, La verità, La distruzione dell'uomo, Pena di vivere così. L’autore delle commedie Come tu mi vuoi, Ma non è una cosa seria, Ciascuno a suo modo, Non si sa come.
Titoli e presagi.

Non c'è possibilità di errore, non c'è margine di ambiguità, non c'è possibilità di trovare un doppione, un duplicato all'altezza. Di Luigi Pirandello ne esiste solo uno. A quel Luigi Pirandello nel 1934 è stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura. A quel Luigi Pirandello sono dedicati teatri, premi. A quel Luigi Pirandello hanno dedicato piazze, slarghi, vie, vicoli, cortili, buchi, strade senza uscita, strade a senso unico e a doppio senso. A quel Luigi Pirandello, drammaturgo, novelliere, poeta, scrittore, genio indiscusso e indiscutibile, di fama interplanetaria riconosciuta finanche dagli Ufo, sono dedicate anche ville, giardini, palazzi, stanze, camerette, camerini, garage. A monumentale Luigi Pirandello che tutti conosciamo sono innalzate statue.
Luigi Pirandello è un nome universalmente riconosciuto, come un marchio. Non puoi scindere il nome dal cognome. Non lo puoi storpiarlo. Non puoi dire Talentino per Valentino. Luigi Pirandello è Luigi Pirandello.

Può però capitare di trovare tentativi di imitazione, nomi in codice. Può capitare qualcosa o qualcuno che te lo richiami per un’assonanza, come una scritta sul muro di una via. Nella scritta assonante ci imbattiamo in un ridente paesino. È vergata a mano, con lettere maiuscole colorate di vernice rossa: “VIA PIRNDELO”. In attesa della collocazione di una tabella toponomastica ufficiale, hai un’indicazione molto utile. Se ad esempio ti chiedono l'indirizzo per inviarti dal Brasile il Premio Letterario Internazionale “Luigi Pirandello” del Sud America, sai cosa rispondere: “Me la invii pure in Via Pirndelo”.  
Un dubbio: ma siamo sicuri che Pirandello sia il cognome anagraficamente corretto del figlio del Caos? 
Buon 147° compleanno, Pasquale… voglio dire… Luigi.


Raimondo Moncada 

martedì 24 giugno 2014

Eccola l'arma segreta dell'Italia contro l'Uruguay

Eccola la terrificante arma della nuova Italia, nella terza partita del campionato mondiale di calcio Brasile 2014 contro l'Uruguay. Un'arma segreta, segretissima, di cui ancora non vi aveva parlato nessuno. Noi siamo riusciti a venirne in possesso e ve la mostriamo in esclusiva. Guardatela bene in questa foto: fa paura. L'Uruguay leggendo questo scoop calcistico ha cominciato a tremare e i suoi giocatori si sono ritirati in bagno per la cacherella. 
Cesare Prandelli l'ha tenuta ben nascosta, pronta a utilizzarla alla prima occasione. Sapeva che ci sarebbero state delle difficoltà a giocare d'estate, con il caldo equatoriale a 1.153 gradi all'ombra, a poca distanza dal rovente mare brasiliano che ti inebria con l'odore delle acque surriscaldate con lo scaldabagno e con il rumore delle onde (è come giocare attorno  al cratere fumante del mongibello Etna). 
Il nostro commissario tecnico si è portato dall'Italia un carico di bikini tricolore. E ha fatto bene, come ha fatto bene a uscire l'asso dalla manica nella terza partita decisiva del girone, una partita da dentro o fuori. Ogni giocatore, dal portiere, al difensore, al centrocampista all'attaccante è stato dotato di un esemplare da indossare o sopra la maglia, o sotto la magli o senza la maglia. Il topless, con  solo slip, sembrava troppo volgare e il pezzo unico, stile '800 sembrava antiquato. Così come non sembrava  il caso entrare in campo nudi (anche se i tatuaggi a tutto corpo mimetizzano ogni cosa). 
Con lo speciale costume da bagno a due pezzi, di fibra naturale e in tinta tripartita verde, bianco e rosso, si gioca come in spiaggia d'estate dalle nostre parti. A mezzogiorno, quando il sole ti penetra il cervello e non lascia intravvedere la tua ombra sul campo di gioco, indossare il costume da bagno ti cambia l'approccio alla gara. È come essere in vacanza: non pensi più allo stress quotidiano e ritorni in possesso delle tue antiche energie. Tutto quello che fai è solo per diletto. Giochi in spiaggia fino allo sfinimento per poi buttarti a mare e ricominciare a giocare con le allucinazioni devianti e la mucillagine protettiva in tutto il corpo. 
Il costume da bagno non è l'unica arma dell'Italia. Lo staff tecnico si è portato anche i racchettoni per distrarre, innervosire, sfiancare e irridere l'avversario. 
Forza azzurri! 

Raimondo Moncada

domenica 22 giugno 2014

Per una estate estiva, firma la petizione

Per una "Estate finalmente Estiva" firma la petizione "Stabilizza la Stagione". Basta una semplice e gratuita condivisione sui social e raccogliere quanti più "Mi piace" o retweet possibili, su Facebook o su Twetter. 
Esprimi il tuo rifiuto per l'Estate invernale. Più saremo e meglio sarà. 
Ma non ti lamentare quando ci sarà caldo, quando non potrai respirare per l'afa, quando le zanzare ti mangeranno vivo, quando l'acqua del mare sarà bollente e le angurie sotterrate lungo il bagnasciuga non arriveranno mai a temperatura freezer.

sabato 21 giugno 2014

Italia, ecco il modulo vincente per l'Uruguay


Prendendo il meglio del meglio del meglio dei fior di commentatori specializzati post partitum, il ct della nazionale di calcio per ora ufficiale Cesare Prandelli sta provando il modulo vincente: 0-0-0-10-1 . Un modulo per non avere guai contro la terza del suo girone. 
L'Uruguay non l'ha presa bene. Ha inoltrato protesta alla Fifa: "Non è corretto farsi aiutare dai ct social, tv e di bar. Così siamo penalizzati: l'Italia col modulo suggerito vince scientificamente"

www.raimondomoncada.blogspot.it 

I 13 errori di Prandelli con il Costa Rica

I tredici imperdonabili errori del commissario tecnico Cesare Prandelli dopo un esame dettagliato della partita persa contro il modesto Costa Rica: 
1- Essersi qualificato ai mondiali del Brasile;
2- Avere vinto la prima partita;
3- Avere battuto l'Inghilterra con un gioco promosso ed esaltato da tutti i commentatori che ora si sono ricreduti sulla prima partita (si erano già intraviste le pecche tattiche e le cattive condizioni fisiche dei giocatori); 
4- Avere fatto rigiocare Balotelli dopo la bella prestazione con l'Inghilterra; 
5- Non avere fatto abituare i calciatori a giocare ogni giorno a mezzogiorno in un campionato all'equatore; 
6- Essere sceso in campo contro in Costa Rica e non essere andato a zappare;
7- Avere fatto giocare Pirlo e non Antognoni;  
8- Non essere sceso in campo personalmente a fare l'uomo in più;  
9- Non avere preteso equità nella presenza di tifosi tifanti allo stadio; 
10- Non avere preteso un campo più piccolo, almeno meno della metà, dotato di impianto con aria condizionata;  
11- Non avere preteso di giocare a una porta; 
12- Non avere scelto come pallone uno dei palloncini gonfiati a elio nella festa di San Calò;
13- Non avere fatto fare una sana colazione ai giocatori con panino con la meusa siciliana.

Come minimo Cesare Prandelli è da esonerare per fare posto a tutti i commissari tecnici post partitam.  

Raimondo Moncada 

martedì 27 maggio 2014

Eccolo il mio primo televisore: custodisce i film della mia infanzia

Eccolo! Il mio primo televisore. Il Telefunken della mia infanzia, piccolo, arancione, tenero. Ha il minimo dei pollici. È un pollicino, come lo ero io quando è entrato a far parte della mia vita.
È parte di me. È dentro di me. Il bambino che sono stato è anche in questo minuscolo elettrodomestico, ora acciaccato e silenzioso. L’età si fa sentire. Mia mamma Sara, che fino a oggi gli ha assicurato ospitalità, mi ha ricordato che quest’anno ha compiuto 41 anni.
Il Telefunkenino è entrato a casa quando io ne avevo 6. Avevo appena concluso, con merito, l’asilo all’Istituto Schifano di Salita Sant’Antonio, nel cuore del centro storico di Agrigento, e mi accingevo a entrare nella scuola elementare “De Cosmi” del Villaggio Mosè.  Portavo i capelli lunghi con il pigmento marrone intatto. 
Ora lo tengo in braccio. Me lo coccolo e gli manifesto commossa gratitudine. Non si regge più in piedi. Non provo neanche ad accenderlo. Col suo bianco e nero mi riaccenderebbe un intero mondo a colori. Lo lascio riposare in pace. Accendo la mia testa, con i capelli in banco e nero, e ritorno indietro con gli anni.
Quanto tempo è trascorso! Mi ha iniziato ai film, agli sceneggiati, ai cartoni animati, alle trasmissioni di intrattenimento della Rai (allora c’era solo la mamma delle televisioni). Ricordi lontanissimi, che si legano ai miei primi passi in Vicolo Seminario dove sono cresciuto con i miei genitori e i miei fratelli, alle mie discese
e risalite nella Salita Seminario dove abitava mia nonna Rosina e mia zia Gina, alle mie prime corse spericolate nella Via Duomo col carrettino che mi ha costruito con legno e cuscinetti speciali mio padre Gildo, alle mie escursioni nel dedalo di viuzze e scalinate del caloroso centro storico di Agrigento, per andare a trovare mia zia Lina e poi nonna Carmela. 
Si riaccende lo schermo della memoria con le immagini che scorrono. Rivedo Michele Strogoff, Sandokan, Candy Candy, Zorro, Furia Cavallo del West, i film di Totò, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Poi Goldrake, Orzowey, Muppet Show, Portobello... Mi riecheggia un ricordo lontanissimo di Alberto Lupo e Cittadella, appuntamento televisivo di mia madre e sicuramente di mia sorella.
Un televisore spento in un attimo mi riaccende una vita. Magie d’altri tempi.

Raimondo Moncada 

lunedì 26 maggio 2014

Mordillo: La risata ci salva da un mondo imperfetto

“L'umorismo è la tenerezza della paura: un modo di esorcizzare drammi, inquietudini, angosce. In un mondo felice l'umorismo non è necessario. Ma finché renderemo il pianeta imperfetto, la risata ci salverà”.

Guillermo Mordillo





(Citazione tratta da un servizio a firma di Mario Serellini, pubblicato su La Repubblica il 18 maggio 2014)  

sabato 3 maggio 2014

Un tifoso senza tifo

Sono stato un tifoso, lo ammetto. Un buon tifoso, un tifoso appassionato e fedele. Poi non lo sono stato più quando mi sono accorto che il mio tifo era a senso unico: tifavo solo io. Non avveniva il contrario. Io tifavo per la mia squadra del cuore, ma la mia squadra del cuore non faceva altrettanto. La mia squadra del cuore neanche un giorno ha tifato per me. Certi giorni non mangiavo neanche. non mangiavo perché dovevo stare incollato alla tv per non perdermi la partita di Coppa dei Campioni. Tifavo fino allo sfinimento delle corde vocali come facevano altri, come se il mio tifo davanti alla scatoletta televisiva contribuisse a incitare i giocatori e a farli giocare meglio. 
Certe notti neanche dormivo quando la mia squadra del cuore perdeva. Che dispiacere. Forse non mi ero sgolato abbastanza. Una notte insonne e una settimana rovinata. 
L'indomani mattina mi arrampicavo sugli specchi per giustificare la sconfitta della mia squadra del cuore. Poi per alleggerire la tensione, mi mettevo a elencare i trofei conquistati in passato e a mettere in cattiva luce tutte le squadre avversarie. Passavo intere serate a vedere i gol, i replay dei gol,  le discussioni sui gol, le opinioni sui gol. Passavo intere serate a vedere moviole, movioline e movioloni su tutti i canali tv per sapere se c'era o non c'era il rigore, per sapere se la mutilazione dell'avversario rimasto senza piede per un colpo di calce era intenzionale o involontario. 
Un giorno ho visto cadere sul campo in soffice erbetta il mio campione falciato da un gran bastardo d'area. Gridava come gridavo io quando un avversario mi faceva lo sgambetto quando giocavo con gli amici per strada sul duro asfalto. Ho provato compassione per lui: non potrà giocare per un mese, mi ripetevo. Come farà a stare fermo per tutto questo tempo? 
Per fortuna è pagato bene per giocare a pallone e ha l'assicurazione e un'equipe medica di centodue professionisti (con supporto psicologico e motivatore) che lo segue minuto per minuto, monitorando la guarigione di ogni singolo legamento. Ho pianto. Poi ho pensato che la stessa cosa era accaduta a me, ma in modo più grave con la rottura di entrambe le caviglie e mi sono fermato per sempre, senza ingaggio, senza assicurazione, senza monitoraggio e senza motivatore. 

Oggi vedo tifosi che si prendono a bastonate per difendere la propria squadra del cuore. Ci sono tifosi che muoiono pure per la propria squadra del cuore. Ci sono tifosi che tifano fino a stancarsi per i calciatori della propria squadra del cuore per poi prendere a sassate il loro pullman  l’anno successivo perché hanno cambiato da interista a juventino da juventino a milanista da milanista di nuovo all'Inter per poi concludere la carriera da calciatore nella Juve e diventare dirigente del Milan prima, dell'Inter poi e della Juve. 

Io non tifo più da decenni, anche se la mia squadra del cuore è rimasta sempre in fondo al mio cuore. Alcune volte sto pure male. Si è depositato un residuo di tifo, mi ha spiegato il medico di famiglia. 

Raimondo Moncada


La Sicilia che dura di Bufalino, con Afrodite che emerge vogliosa dalle acque

In Sicilia, terra di magia, si corre il rischio di incontrare la vogliosa, sensuale, lussuriosa, Afrodite. È quanto dice lo scrittore e poeta siciliano Gesualdo Bufalino in La luce e il lutto, saggio edito da Sellerio .     

Bufalino, grande amico di Leonardo Sciascia, autore del libro Diceria dell'untore, in La luce e il lutto esalta le bellezze, i misteri, le magie, della sua terra. Scrive: 

“Di questa Sicilia che cambia cercate di accorgervi: energica, attiva, estroversa, capace di inventarsi risorse e fabbrilità senza numero. Ma non dimenticate, insieme, di salvare il moltissimo ch’è salvabile nella Sicilia che dura: quel cielo e quel mare, miracolosamente resistenti agli insulti della chimica; i vulcani in fiamme, le miti colline; le pianure dove scorrono fiumi dal nome di miele; le leggende che fioriscono sulle labbra in un’aria di mito; le botteghe dove artigiani impareggiabili ripetono i venerandi gesti della fatica; le finestre fiorite di graste, dietro cui una ragazza bruna sorride; le chiese di pietra bionda, belle come creature di carne; le piazze dove ogni giorno il cartellone prevede una puntata nuova di quel teatro di pupi che è l’inesauribile vita; gli uomini, i milioni di uomini piccoli e sicuri, dal cuore ospitale, benché così irto di sofismi e rovente di lave crudeli…
Salite a bordo di questa arca triangolare di sasso che galleggia sulle onde dei millenni. È scampata a tante tempeste, sopravviverà ai missili… e mettetevi in tasca un vocabolario greco: potreste incontrare, emersa dalle acque e vogliosa di scambiare due chiacchiere, Afrodite Anadiomène…”



La foto di Gesualdo Bufalino è tratta dall’enciclopedia on line Wikipedia

venerdì 2 maggio 2014

Ci sono parole e parole

CI SONO PAROLE  

Ci sono parole e parole. 

Ci sono parole sanguinanti come un pugno nel naso. 
Ci sono parole pesanti come la ruota di un Tir su un piede.  
Ci sono parole affilate come la lama di un salumiere.

Ci sono parole travolgenti come i fiumi di un'alluvione.
Ci sono parole piccanti come il peperoncino spremuto sugli occhi.
Ci sono parole schifose come il vomito sui vestiti. 

Ci sono parole morbide come i capelli di nostro figlio appena nato.
Ci sono parole elettrizzanti come il primo bacio.
Ci sono parole assordanti come il clacson da stadio sparato nelle orecchie. 

Ci sono parole profumate come l'incenso di un funerale. 
Ci sono parole vuote come gusci di chiocciole morte. 
Ci sono parole vive come le parole scolpite nella tomba di un nostro eroe. 

Raimondo Moncada 
www.raimondomoncada.blogspot.it 

mercoledì 23 aprile 2014

Il bambino del 25 Aprile

Inserisco per la prima volta in questo blog, un mio racconto. 
L'ho intitolato Il bambino del 25 Aprile. 
E' una ricorrenza che mi ricorda più di ogni altra cosa e con grande commozione mio padre, Gildo Moncada, partigiano, grafico e pittore, rimasto mutilato a San Sepolcro, durante la Resistenza, all'età di sedici anni. 
Fino al 1997, quando è morto, ha sempre organizzato le celebrazioni per la ricorrenza della Liberazione, da partigiano e da segretario dell'Anpi di Agrigento, al fianco di Salvatore Di Benedetto (nella foto). 
Il 25 Aprile era la sua festa. Ed è diventata anche la mia. 
Dedico il racconto a mio padre e a un mio maestro. 
Buona lettura
Raimondo Moncada 







I primi due anni di scuola elementare era stato bocciato. Antonino riusciva a fatica a mettere una parola dietro l'altra.
-         Suo figlio è intelligente, però non si applica e non fa progressi. Ha difficoltà a esprimersi, a leggere, fare semplici operazioni di aritmetica. L'unico modo per cercare di metterlo al livello degli altri è fargli ripetere la stessa classe il prossimo anno. Lo facciamo per il suo bene.
Fu così che me lo ritrovai in classe. Il primo giorno di scuola organizzai con i miei bambini una festa a sorpresa con un grande cartello: “Benvenuto, Antonino”.
Per tutto l'anno non gli assegnai compiti. Tra di noi c'era un patto. Ogni giorno io rivolgevo una domanda a lui e lui rivolgeva una domanda a me. Se non eravamo in grado di rispondere, ci prendevamo tutto il tempo che ci occorreva per le ricerche. Parlava con grande sforzo, ma parlava.
-         Ho visto in televisione la casa del presidente della Repubblica con tanti cavalli. Sa quanti sono, signor maestro? 
-         E tu sai, invece, quali sono i nomi degli alberi che incontri per arrivare da casa tua a scuola? 
Ci interrogavamo in classe, davanti a tutti i compagni che ridevano quando Antonino mi metteva in difficoltà.
Il primo anno trascorse così. Antonino venne promosso. Consigliai alla madre di fargli fare una visita specialistica. Avrei voluto parlare anche col padre, ma era emigrato in Germania per lavoro. Avevo letto di un disturbo chiamato dislessia.

Nelle vacanze estive ci vedemmo una volta. Giocava a pallone nella piazza del monumento dei caduti.
-          Buongiorno signor maestro. 
-     Che piacere rivederti. Il prossimo anno saremo ancora assieme?
-         Sì, certo. 
-         Ti posso fare una domanda? 
-         Si. 
-         Scolpiti su quella lapide ci sono tanti nomi. Sai quanti ragazzi hanno smesso di giocare a pallone e sono partiti per la guerra? Sai cosa è successo? 
-         Signor maestro, mio nonno Giuseppe è partito per la guerra ed è ritornato senza un occhio. Mi ha raccontato che non tutti i suoi amici con cui giocava sono ritornati vivi. Ogni 25 Aprile viene in questa piazza. Si toglie il cappello e sta in silenzio davanti a questo monumento con la testa abbassata. Anche io vengo. Mio nonno mi porta con lui da quando ho cominciato a camminare.

Gli accarezzai i capelli. Ci rivedemmo dopo due mesi, il primo giorno di scuola.
-         Bentornati, ragazzi. Avete trascorso bene le vacanze? 
Un coro di venticinque ragazzi mi rispose all'unisono.
-         Si, signor maestro. 
-         Chi vuol raccontare un episodio bello che gli è accaduto? 
Alla mia richiesta un altro coro con le mani alzate. 
-         Io, signor maestro. 
L'unico a non alzare la mano fu lui. 
-         Silenzio, bambini. Sentiamo cosa ha da dirci Antonino. 
I compagni si zittirono. 
-         Vieni. Raccontaci qualcosa.
Antonino si alzò, si avvicinò a me. Mi guardò. Lo guardai. 
-         Di cosa ci vuoi parlare? 
-         Vi voglio parlare dei ragazzi che sono partiti tanti e tanti anni fa, che hanno lasciato le loro famiglie per andare a combattere in paesi sconosciuti, perché ci avevano tolto la libertà. 
-         Silenzio, bambini. Ascoltiamo cosa ha da dirci. 
Gli schiacciai l'occhio per incoraggiarlo.
-      Cari compagni, mio nonno Giuseppe mi dice che bisogna conoscere la nostra storia, quello che è stato, per non ripetere gli sbagli che hanno fatto piangere tante persone.
La classe ascoltò muta, con gli occhi lucidi che poi si misero a lacrimare quando Antonino raccontò di un bambino rimasto orfano dopo la nascita. Il padre era partito per la guerra. La madre, non avendo sue notizie, partì per andarlo a cercare. Di entrambi non si seppe più nulla. Lui aveva diciannove anni, lei diciotto.
-       Il bambino è cresciuto con i nonni. Ha toccato il viso di mamma e papà solo nella foto del matrimonio. Sono rimasti sposati un anno. Il papà sapeva che poteva morire, ma è partito lo stesso.
Neanche io riuscii a trattenere le lacrime. Da quel giorno e ogni giorno c'era il momento di Antonino. Gli chiedevo di raccontarci qualcosa. Lui iniziava sempre con: 
-         Cari compagni...

Andò avanti così fino al quarto anno. In quinto Antonino non si presentò in classe. In un primo momento mi allarmai, poi venni a sapere che la mamma, con il marito in Germania, andò ad abitare a casa dei genitori. Antonino venne così trasferito nella scuola del suo nuovo quartiere.
Un giorno decisi di andarlo a trovare, anche per riportargli il quaderno che gli avevo chiesto in prestito. Antonino era seduto all'ultimo banco, da solo. Quando si accorse di me si alzò in piedi. Poi si risedette, fulminato dalla maestra. 
-         Buongiorno bambini. Scusate il disturbo. Sono venuto a riportare questo quaderno a un vostro compagno che per tre anni è stato nella mia classe. 
Nel quaderno c'erano le storie di nonno Giuseppe, c’era il suo 25 Aprile, c'erano appuntati tutti gli argomenti che Antonino aveva poi sviluppato in classe. La nuova maestra non mi concesse tanto tempo. 
-         Posso chiedere ad Antonino di raccontare ai suoi compagni di suo nonno? 
-         Un'altra volta. Tra pochi minuti assegnerò un compito in classe. È nel programma di oggi.
Antonino prese il quaderno, mi abbracciò e ritornò al suo posto accompagnato da una risatina di scherno dei bimbi seduti in prima fila. La maestra non disse nulla. Mi parlò solo di Antonino.
-         Questo povero ragazzo mi preoccupa. Ha tanto da recuperare. È indietro di grammatica, stenta a leggere e non sa fare le operazioni. Strano che sia arrivato in quinta. Anche con lei aveva le stesse lacune?
Capii che per Antonino quell'anno non sarebbe stato facile.
L’ultimo giorno di scuola, il Comune organizzò una festa per celebrare l’anniversario dei quattrocento anni della fondazione del nostro paese. Vennero chiamate a esibirsi nel teatro parrocchiale le quinte classi delle due scuole elementari. Ero emozionato, non per l’esibizione dei miei bambini, ma perché avrei rivisto di nuovo all’opera il mio Antonino.
La prima a esibirsi fu la mia classe, davanti a un pubblico composto da bambini, insegnanti, genitori e tante autorità. In prima fila c’erano il sindaco, il presidente del consiglio comunale, il parroco, il provveditore agli studi. Antonino era dietro le quinte assieme agli altri suoi compagni di classe. Arrivò anche il loro momento. La maestra presentò al pubblico l'esibizione. 
-       I ragazzi hanno studiato l’intero anno per arrivare a questo appuntamento. Ognuno vi esporrà a modo suo i momenti salienti che hanno caratterizzato la nostra storia fino a giungere alla tragedia della seconda guerra mondiale e alla guerra di Liberazione. Non mancheranno le storie vere, vissute dai nonni dei nostri cari alunni che ci toccheranno nel profondo, riportandoci ai fondamentali valori di unità, fratellanza e solidarietà.
Si esibirono tutti, uno dietro l’altro, tranne Antonino. A lui venne affidato il compito di tenere in mano lo stendardo della scuola con il fiocco tricolore. Quando alla fine la maestra declamò una interminabile composizione poetica, scritta da lei per l’occasione, fui l’unico a non applaudire. Guardai Antonino e Antonino guardò me. Rimasi immobile. Mi alzai dalla poltroncina del teatro quando sentii pronunciare il mio nome dall’insegnante che presentava la cerimonia. Fui invitato a salire sul palco assieme alla mia classe per la consegna del premio speciale “L’emozione ha una storia”. Quando il provveditore mi pregò di dire qualcosa non me lo feci ripetere due volte. 
-         Voglio dedicare questo riconoscimento a un bambino speciale che per tre anni ci ha insegnato come combattere ogni giorno e superare gli ostacoli della vita. Questo bambino ci è mancato parecchio. Questo premio lo consegno a lui, a Antonino, che oggi tiene alto lo stendardo della sua nuova scuola e che fino a un anno fa teneva alto il nome della nostra classe. 
Mi avvicinai a Antonino. Gli strappai dalle mani lo stendardo e gli consegnai la targa, tra l'imbarazzo della maestra e della dirigente della scuola, del provveditore e dei genitori. Mi permisi di rivolgergli una domanda.
-         Antonino, di cosa ci vuoi parlare oggi? 
-   Mi piacerebbe parlare di Salvatore, un amico di nonno Giuseppe che, scampato ai campi di concentramento, non si è mai stancato di raccontare ai bambini quello che gli è accaduto. Anche noi venivano portati in quelle case con i comignoli sempre accesi. Un bambino non poteva essere ebreo. Appena si sapeva, veniva preso in giro, messo in castigo e poi, quando arrivava il treno, gli facevano fare un lungo viaggio e non ritornava più. 
Antonino parlò fluidamente, senza incespicare, senza alcuna forzatura. Fece piangere un'intera sala. Anche il provveditore agli studi si commosse. Il primo applauso partì proprio da lui. Poi tutti a seguire, in piedi. Alla fine, il provveditore prese il microfono e ringraziò Antonino. 
-         Il fine ultimo della scuola non è quello di insegnare quattro nozioni a memoria. Compito della scuola è quello di formare le coscienze, di far ragionare i ragazzi con la loro testa, di aiutarli nella loro crescita, a sviluppare ognuno il proprio potenziale, la propria unicità. Grazie Antonino per la lezione che ci hai regalato oggi. E complimenti alla tua insegnante.
Grandi applausi per il provveditore e per Antonino con un'intera sala tra le lacrime. Solo i familiari di Antonino rimasero seduti. C’era la mamma e c’era il papà sceso dalla Germania. Piangevano, senza applaudire. Quell'anno Antonino venne bocciato. 

©Raimondo Moncada
(la storia narrata è frutto di fantasia, ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale)

Leggere è uguale per tutti

"Leggere è uguale per tutti!". Con questa affermazione, invito, augurio, appello, sogno, celebriamo la giornata mondiale del libro e del diritto d'autore.
Il mondo ha bisogno di più lettori e di più lettura.

martedì 22 aprile 2014

Gli occhi dei siciliani, così profondi e pieni di sentimento

"Oh quegli occhi siciliani così profondi, così acutamente scrutatori, così pieni di sentimento e di pensiero, e pur così misteriosi quando il loro sguardo non è spiegato dalla parola o animato da una passione determinata, intorno alla quale non ci possa essere dubbio! Avete già lasciato l’isola, molti ricordi di luoghi famosi e di spettacoli incantevoli del suo mare e del suo cielo si sono già confusi nella vostra mente; ma vedete ancora quegli occhi, un belenìo di pupille oscure come sparse per l’aria, che vi dicono mille cose non ben chiare, e par che vi leggano nell’anima, senza svelarvi l’anima che fiammeggia in loro".
Edmondo De Amicis
(Ricordi d’un viaggio in Sicilia, Catania, Giannotta, 1908)


Immagine tratta da Wikipedia

venerdì 11 aprile 2014

La notte di Radio Uno Rai: "Mafia ridens, originale e divertente"

Un servizio su Radio Uno Rai di quattro minuti e mezzo e qualche frazione di secondo dedicati al romanzo umoristico Mafia Ridens (ovvero il giorno della cilecca), con un omaggio finale a Leonardo Sciascia e Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.
 Ecco il link dell’ultima puntata della trasmissione “La notte di Radio Uno”, l’approfondimento del radiogiornale Rai che ha tenuto incollate per una notte le doppie orecchie della Terra delle Due Sicilie e i tripli padiglioni auricolari delle Tre Italie (per non parlare delle orecchie dei due mondi collegate via satellite)
Lo spazio è stato curato dal giornalista Carmelo Lazzaro.
 Nella traccia audio, siamo al 1h 16m 43s. Dulcis in fundo. Dopo di  noi solo il grande musicista Pippo Pollina.



giovedì 10 aprile 2014

Mafia Ridens a La notte di Radio Uno Rai

Siamo tanto per cominciare e per gradire su Radio Uno Rai, la prima rete radiofonica dell’emittente di Stato.
Chi è stato?
È stato che ieri pomeriggio mi ha contattato la redazione de “La notte di RadioUno”, la trasmissione di approfondimento della testata giornalistica di Radio Uno Rai condotta in studio da Sandro Capitani.
“Siamo lieti di comunicarle…”
“A mia?”
“A tia, a tia!”
“E’ per caso per il canone?”
“No, per quello che ha scritto. Ci è piaciuto.”

La puntata di questa note de “La notte di RadioUno” è dedicata ai libri. Uno spazio sarà dedicato nientemeno che al mio ultimo libro, il romanzo umoristico Mafia ridens (ovvero il giorno della cilecca) pubblicato alla fine di novembre da Dario Flaccovio Editore.
Il servizio è stato affidato al giornalista siciliano  Carmelo Lazzaro (un piacere e un onore per me).
La mia voce sarà irradiata dallo storico centro di produzione Rai di Saxa Rubra.
Felice di esserci, di parlare di libri, del mio libro, della mia Sicilia, della voglia di riscatto della mia terra attraverso la voglia di ridere e di prendersi in giro.  
Appuntamento con i libri de “La notte di Radio Uno” Rai questa notte a partire dalla mezzanotte e trenta.

La trasmissione si potrà seguire in contemporanea da Bolzano a Lampedusa, ma col satellite anche in Sudafrica, in Sudamerica, in Sudaustralia, in Sudasia, in Suditalia.
A causa mia, il mondo non dormirà. 


Raimondo Moncada
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