lunedì 15 settembre 2014

Ecco perché scrivo

A quanti continuano a chiedermi perché scrivo, vorrei una volta e per tutte rispondere su questo blog. E rispondo con sincerità, senza giri di parole, senza sottrarmi alla domanda. 
Scrivo perché così mi possono leggere. E, scrivendo, posso leggermi pure io. 

Raimondo Moncada 

Martin Amis, l'ironia per descrivere l'orrore dell'olocausto

Si discute del nuovo romanzo dello scrittore inglese Martin Amis "The Zone of Interest". Se ne discute perché il tema trattato è l'olocausto, perché l'autore utilizza anche l'ironia nella sua scrittura, perché il libro è stato rifiutato dal suo editore francese Gallimard. Il romanzo è uscito in America e Inghilterra con critiche positive. E uscirà in Italia per i tipi di Einaudi. 

In un intervista a Repubblica, a proposito del rifiuto, Amis dichiara:
"Mi ha molto sorpreso. Evidentemente ci sono argomenti tabù".

Sul suo utilizzo dell'ironia nel parlare di atrocità, lo scrittore inglese dice:
"Ritengo che sia un errore utilizzare solo la serietà per descrivere l'orrore. Ho usato la satira specie nel modo in cui descrivo il personaggio di Doll: c'è qualcosa di ridicolo nel suo essere pomposo, ma nello stesso tempo è un uomo che commette efferatezze". 

Il giornalista di Repubblica Antonio Monda chiede poi se sia possibile arrivare a essere comici trattando di una tragedia. Ecco la risposta di Martin Amis:
"La storia dell'arte ci ha insegnato che a volte si è molto più efficaci con la leggerezza. Aggiungo che sono sempre contrario ai limiti e alle censure, e la risposta è nel modo in cui le cose vengono realizzate". 

Intervista di Antonio Monda, pubblicata su Repubblica del 10 settembre 2014 LINK

Le parole sono pietre, parola di uomo della pietra

L'uomo della pietra litigando con un altro uomo della pietra: "Lo sai che sei pesante!?"
La reazione, lapidaria, dell'altro uomo della pietra: "Ti invito a pesare bene le parole".

Chi vincerà tra i libri cartacei e i libri elettronici?

Tra passato e futuro, tra storia e innovazione. I libri di carta sono arrivati a noi resistendo all'attacco dei secoli. E si vedono e si toccano e si annusano e si leggono, nelle librerie, nelle edicole, nelle pubbliche biblioteche. 
Gli ebook, i libri elettronici, come resisteranno ai tarli del tempo con i loro mutevoli e volatili formati?
Ai posteri l'arduo giudizio.  

La forza della motivazione

Ogni tanto sento in tv frasi che ti rimangono dentro e che mastichi e che digerisci e che poi ti entrano in circolo nel sangue ossigenandoti il cervello.  
In un programma di cucina con diversi giovani concorrenti, uno viene eliminato. 
Il giurato lo guarda negli occhi e si complimenta per un suo personale dono. Non si congratula per il talento. Cogliendo un tratto unico della sua personalità, il giurato lo spinge con queste parole a proseguire nella vita reale: "La tua forza è la tua motivazione".

sabato 6 settembre 2014

Una città in movimento che sa osare

"Più ci criticavano, più ci convincevano che avevamo colto nel segno". Parla il grande architetto italiano Renzo Piano, genovese, 77 anni, uno dei progettisti del Centre Pompidou, acciaio e vetro in pieno centro storico di Parigi. Leggo la sua intervista oggi su Repubblica, in cui ricorda gli inizi con l'amico Richard Rogers: "Quante ce ne hanno dette. Chi parlava di un piroscafo, chi di una raffineria. Erano per lo più definizioni negative. Ma a noi facevano ridere. Più ci criticavano, più ci convincevano che avevamo colto nel segno. Parigi è ancora una città in movimento, capace di osare e lanciare tanti cantieri". 

Renzo Piano potrebbe essere la classica soluzione per realizzare una innovativa torre d'attrazione nell'antica Agrigento, con la sua meravigliosa Valle dei Templi. Parigi è arricchita dai fiumi di turisti che ogni giorno si riversano nella Tour Eiffel e circondano il Centre Pompidou, divenuto ormai un classico dell'architettura moderna. 

sabato 30 agosto 2014

Il mio Berretto a sonagli del 1984 nella parte del delegato Spanò

Della serie: come eravamo nicareddi! Nella lingua siciliana "nicareddi" sta per "piccolini". E a guardare la foto, a distanza di una vita, piccolini lo siamo. Ma solo d'età. 
Storici ricordi. Trent’anni fa, precisi precisi, mi ritrovo nei panni del delegato Spanò: “Fulminato signora!” 
Anno 1984. Calco i legni dell'enorme palcoscenico del Teatro Supercinema di Agrigento (non esiste da tempo, negli stessi locali da anni c'è una banca). Recito con la compagnia teatrale del Liceo Scientifico “Leonardo” di Agrigento. Rappresentiamo la commedia “Il berretto a sonagli” di Luigi Pirandello
Ricordo gli amici, giovanissimi e straordinari attori - ora apprezzati professionisti e pubblici funzionari - componenti del cast con i relativi personaggi interpretati. Eccoli:

Ciampa Davide Cannistraro;
La signora Beatrice Fiorica Silvia Fretto;
Fifì La Bella Fabrizio Castronovo;
La signora Assunta La Bella Arianna Nicosia;
Il Delegato Spanò Raimondo Moncada (lo conosco!);
Fana Sina Modica;
Nina Ciampa Josè Vecchio.

La regia è stata curata dalla professoressa di Lettere Teresa Pansarella.  
Tutti meravigliosi. 

È stata una esperienza unica, in un anno scolastico felicissimo. Con la commedia siamo andati pure in tournée fuori dalla Sicilia. Siamo stati protagonisti di un gemellaggio teatrale e culturale con la compagnia scolastica di un istituto superiore di Somma Vesuviana (presente, nel suo ultimo anno da preside, un orgoglioso Vincenzo Zambito). E abbiamo partecipato, quell’anno, in estate, anche alla Settimana dello Scolaro di Raffadali, creatura di Nino Cuffaro, contattati dal regista Enzo Alessi che poi, nella sua edizione del Berretto col gruppo teatro l'Officina, ha preso a recitare una splendida Silvia Fretto sempre nel ruolo di Beatrice. Io entrai nella compagnia di Raffadali dieci anni più tardi. 

Eravamo al secondo anno di una esperienza iniziata nel 1983 con le prime nostre rappresentazioni scolastiche al teatro San Francesco, in Via Pirandello, sotto la Via Atenea, sempre sotto la guida della prof Teresa Pansarella. Quell'anno iniziò una fruttuosa e formativa collaborazione con due attori del Piccolo Teatro Pirandelliano: Pippo Montalbano e Lia Rocco. La prof Teresa Pansarella si mise poi a collaborare con la storica compagnia agrigentina per gli spettacoli al Caos in occasione delle Settimane Pirandelliane

La foto, postata su Facebook, suscita le reazioni sorprese di due protagonisti dell’impresa del 1984, Arianna Nicosia e Fabrizio Castronovo.

Arianna Nicosia: “Mamma mia che tempi! Sono gocce di memoria. Siamo gocce di un passato che non può più tornare. Però questo meraviglioso passato ci tiene ancora uniti in maniera impalpabile. Sento quasi il brusio delle voci in quella parte finale del corridoio del liceo, rivedo le prove alla chiesa di San Giuseppe e Somma Vesuviana e Pompei e il Supercinema... Oddio, Raimò, chi cumminasti!”.
Fabrizio Castronovo: “Ricordi indelebili. Mille emozioni. Impegno e dedizione. E grazie alla prof Teresa Pansarella”.

E' vero. Grande merito alla prof Teresa Pansarella che ci ha creduto, che ha creduto in noi, che ci ha spronato, che ha portato avanti una passione, che ha portato avanti un'idea di scuola diversa. 

Francesco Catalano: “Io c’ero”
Giuseppe Randisi: “Io ero presente nel pubblico. Eravamo belli e pischelli”
Tommaso Parrinello: “Me la ricordo ancora quella rappresentazione come se fosse ieri (ok, l'altro ieri): vi rendete, conto sono passati 30 anni!"

Le altre foto dello spettacolo, trovate sepolte a casa della mamma, le pubblico sotto per documentare un momento storico del Liceo Scientifico “Leonardo” di Agrigento, della scuola agrigentina e di un gruppo di studenti che un giorno si sono messi in testa di fare gli attori. E lo hanno fatto sul serio, con emozione e suscitando emozioni. Gli applausi dei teatri gremiti, ad Agrigento come a Somma Vesuviana, lo hanno dimostrato.


P.S. La mia barba è naturale, non è posticcia. 

Raimondo Moncada


Le altre immagini





































giovedì 28 agosto 2014

Parigi celebra il 70° della Liberazione, in Italia cosa si farà?


25 agosto 2014. Parigi celebra il settantesimo anniversario della liberazione dall'occupazione nazista. Nelle vie della città, la ricorrenza viene da giorni annunciata con manifesti dove si vedono foto datate con parigine felici abbracciare un soldato e la scritta: "Liberation de Paris".
C'è un manifesto su Rue de Rivoli,di fronte la piazza dove si erge l'Hotel de Ville, il municipio parigino dove la sera del 25 agosto 2014, sotto una pioggia battente, si svolge la solenne cerimonia ufficiale. La grande facciata del Palazzo di Città, in diretta televisiva sul canale nazionale, si trasforma in schermo cinematografico. Scorrono le immagini dei combattimenti, della città in fiamme, dei parigini che insorgono e lottano per la propria libertà contro l'occupante tedesco, dell'esercito francese del generale Charles De Gaulle che entra in città.
Arrivano anche le Forze Alleate dopo lo sbarco in Normandia. 
In piazza, c’è un grande palco dove si esibiscono attori e cori, in un susseguirsi di momenti incalzanti che la pioggia battente non disturba.
Il pubblico assiste in silenzio sotto gli ombrelli. 
L’amplificazione rimanda, per ravvivare la memoria, i rumori della guerra, le voci della liberazione con il discorso finale del generale De Gaulle: Parigi martirizzata, Parigi liberata. 

La piazza è denominata Place de l'Hotel de Ville Esplanade de la Liberation. Dentro il municipio, in due sale, piano terra e primo piano, è allestita una mostra dal titolo "Agosto 1944: le combat pour la liberté". 
L'ingresso è sul lato opposto della piazza, a Rue de Lobau.
A metà della sala al piano terra, è montato un lungo schermo. Scorrono immagini in bianco e nero da una parte e dell'altra. Vedi carri armati sotto la Tour Eiffel e in altre piazze e vie di Parigi. I parigini si armano come possono e alzano barricate. Si anima la resistenza.
I soldati agli angoli delle strade mitragliano. Arriva su una jeep il generale De Gaulle a Montparmasse. Il generale tedesco Dietrich von Choltitz firma la resa, disattendendo gli ordini di Hitler di resistere e di distruggere la città. Poi le scene di giubilo della gente. I soldati tedeschi con le mani alzate e le bandiere bianche in mano che sfilano tra la folla. L'indomani la parata trionfale sugli
Champs-Élysées 
fino all'Arco di Trionfo. Sfila il generale De Gaulle, gli ufficiali e i soldati francesi, i partigiani parigini con i mano cartelli "Liberation". Ad applaudire una folla oceanica che grida: "Liberté! Liberté! Vive la France!"
Le bandiere tricolori, blu bianco e rosso, sventolano sugli edifici.

Immagino come doveva essere l'Italia nella primavera del 1945 e penso a quello che sarà il prossimo anno per l'anniversario del settantesimo della liberazione che si celebra ogni 25 aprile.

Ci sarà la stessa solenne e solida intensità? 
Penso inevitabilmente a mio padre, Gildo Moncada, agrigentino, giovanissimo partigiano in Umbria, sempre in prima fila col fazzoletto tricolore al collo e con la protesi di legno al posto della gamba mutilata. 
Ci sarebbe stato anche lui. 

Raimondo Moncada 

mercoledì 27 agosto 2014

Re di Sicilia a Parigi, con libreria di soli scrittori italiani

Parigi ha un Re di Sicilia. È a Marais, il quartiere dove nei portici della piazza Vosges trovi anche la casa del celebre scrittore Victor Hugo. Ci vai e ti sembra di andare indietro nel tempo e di respirare aria di casa tua. 
Entro nella "Librairie italienne Tour de Babel" al numero 10 di Rue du Roi de Sicilie. Mi faccio un giro tra le sale e i nutriti scaffali quando vengo attirato da una voce di donna. Parla in francese. Ma intuisco il contenuto. 
- Avete qualcosa di siciliano? 
Per tutta risposta, lascio gli scaffali e offro la mia persona: 
- Eccomi! 
Ho davanti una distinta signora dai capelli bianchi. Chiede libri di scrittori siciliani al personale della libreria. Lo chiede in francese. Capisco che parla di siciliani perché pronuncia la parola "sisilian". Quando mi presento lo faccio in italiano, il francese l'ho studiato alle scuole medie ma non lo parlo: 
- Se cerca qualcosa di siciliano, lo ha trovato. Eccomi! Sono siculo, di Agrigento, la terra di Luigi Pirandello e Andrea Camilleri. Si sente dall'accento?
La signora ride e si avvicina assieme all'amica che l'accompagna. Comincia a parlare in italiano, con la melodiosa tonalità francese e la caratteristica erre moscia. 
- Pure io sono siciliana. Di Ravanusa
- Che piacere! Chi l'avrebbe mai detto: incontrare una conterranea e pure della provincia di Agrigento all'interno di una libreria italiana in via Re di Sicilia. 
- E lei ancora non sa che uno dei titolari della libreria è pure lui siciliano e della provincia di Agrigento. 
Me lo indica. È seduto dietro un bancone, legge, avvolto da libri e con alle spalle un mobile pieno di DVD. Tutto, libri e film, sono nella lingua madre: italiano. Dentro la libreria italiana ci sono soli autori italiani: narratori, poeti, saggisti, registi. 
Ci stringiamo la mano. Il nome e il cognome non possono essere parigini. Sono il marchio Doc di un'origine che accomuna tanti conterranei sparsi per il mondo.
- Mi chiamo Fortunato Tramuta. Sono di Lucca Sicula
La mia curiosità è a mille. Tre siciliani della stessa provincia in una libreria italiana a Parigi, nel centro dell'Europa: una della parte orientale, uno di quella centrale, l'altro di quella occidentale. 
Smetto di curiosare tra gli scaffali e mi intrattengo con i due conterranei. 
La signora è una cliente abituale. Non so perché, ma non le chiedo il nome. Forse aspetto che me lo chieda lei. È molto simpatica e ha il volto sorridente. Ci mettiamo a parlare della nostra terra mentre un'addetta della libreria, nel frattempo, le prende un po' di libri di autori siciliani e li sistema su un tavolo sopra altri libri. Ha l'imbarazzo della scelta. Ma la cliente ravanusana, forse distratta da me, non li sfoglia. Siamo pure prossimi all'orario di chiusura serale: le sette. E fuori, come negli ultimi giorni, si addensano nuvole nere pronte a scaricare una buona dose di pioggia anche se siamo a fine agosto e giù dalla Sicilia arrivano notizie di caldo torrido. 
Mi dice di essere ritornata da poco da Ravanusa, paese che ha lasciato all'età di sei anni per stabilirsi a Parigi con la famiglia. È legata a un ricordo di Ravanusa: cittadina profumata, ricca di fiori e di garofani ai balconi. Immagine che è rimasta solo nei suoi ricordi di bambina. Anche io le parlo nostalgicamente del centro storico di Agrigento e delle viuzze dove sono nato e cresciuto. 
La signora va via. Dice che ritornerà un altro giorno, con più calma. Mi saluta e mi augura una buona permanenza non prima di elogiare la libreria. Mi dice che non ne esiste una uguale. 
Mi avvicino a Fortunato Tramuta e mi faccio raccontare la sua storia. Si mostra subito disponibile. Con spontanea cordialità, risponde alle domande. Si alza dalla sua scrivania, abbandonando la lettura. 

Ci diamo del tu. Ha 61 anni, la metà dei quali vissuti a Parigi. Proprio trent'anni fa, assieme a due amici veneti, ha aperto la libreria Torre di Babele. Fortunato Tramuta ne è il direttore e la gestisce con la signora che ha servito la cliente ravanusana. Scopro che Fortunato è amico di importanti letterati ("Vincenzo Consolo è stato un carissimo amico") e che la libreria ha ospitato e continua a ospitare incontri con autori italiani. È venuta tanti anni fa Simonetta Agnello Hornby quando uscì il suo romanzo d'esordio La Mennulara
Fortunato Tramuta si dichiara "migrante storico". Ha lasciato Lucca Sicula giovanissimo, trasferendosi con i genitori a Firenze. È qui che ha aperto la sua prima libreria. Poi il suo trasferimento a Parigi, da dove - ricorda - ha collaborato per le riviste della casa editrice milanese Guanda. Si esprime in perfetto italiano. Di tanto in tanto si compiace con qualche battuta in siciliano 

- Perché avete scelto come nome Torre di Babele? 
- All'inizio pensavamo di proporre libri anche di autori di altri paesi tradotti in italiano. Abbiamo poi deciso di specializzarci solo in autori italiani. 
- Una libreria italiana di un siciliano in Via Re di Sicilia. È un caso o è una precisa scelta strategica?
- È assolutamente un caso. In questo locale prima c'era una sala da te. Quando ha chiuso abbiamo preso noi il suo posto. Il luogo è perfetto. La fermata della metropolitana è a pochi passi. Quando abbiamo aperto, il quartiere era meno "in" di adesso. Allora gli affitti erano molto abbordabili. 

Rue du Roi de Sicilie è una parallela della parte terminale della più nota e lunghissima Rue de Rivoli, che da Place de la Concorde costeggia i maestosi Jardin des Tuileries, il Museo del Louvre, l'Hotel de Ville fino a Saint Paul dove comincia Rue Saint Antoine che la congiunge a Place de la Bastille
Dalla fermata della metro, a Saint Paul, alla libreria ci sono a piedi meno di due minuti. 

- Avere la fermata della metropolitana a due passi è stato fondamentale per la nostra attività. Abbiamo una clientela che si sposta, che viene da altri quartieri. 
- Chi sono i vostri clienti? 
- Al 90 per cento sono francesi che si interessano all'Italia e agli italiani.
- Da noi, in Italia, si parla di crisi del settore del libro. Qui come siete messi?
- Anche qui c'è crisi, ma ci  difendiamo. In Francia c'è un'associazione libraria forte. Ci sono poi leggi e altri accorgimenti che ci tutelano. 
- Cosa vi chiedono i clienti: narrativa, poesia, saggistica? 
- Letteratura. C'è poi una valanga di persone che studia la nostra lingua e chiede libri con metodi per imparare l'italiano. 
- Quali sono gli autori più gettonati?
- Italo Calvino è il più venduto. Poi si vende Andrea Camilleri, ovviamente. Antonio Tabucchi è molto amato, così come Erri De Luca.
- Gli altri autori agrigentini come vanno? 
- Piradello è un classico. È conosciutissimo e ci viene richiesto soprattutto il suo teatro. Sciascia va tantissimo. Non capisco perché non abbiano più ristampato il volume La Sicilia come metafora, il libro con l'intervista a Sciascia della giornalista francese Marcelle Padovani. Non si trovano più copie da anni. Chi ne possiede una se la deve tenere stretta. Oggi si continuerebbe a vendere benissimo. 

È arrivata anche qui la notizia della messa in vendita della casa di Leonardo Sciascia a Racalmuto. Viene commentata con incredulità: non è possibile! 

Abbiamo superato l'orario di chiusura della libreria. Me ne rendo conto. Dentro la libreria degli italiani sono l'unico cliente rimasto. È arrivato il momento di andare. Chiedo a Fortunato se posso utilizzare la nostra piacevole e interessante conversazione per il mio blog. 
- Non ci sono problemi. 
Ci salutiamo. Ci stringiamo di nuovo la mano dandoci appuntamento chissà a quale futura occasione. 
Esco. Mi sento più ricco. La libreria abbassa la saracinesca. Imbocco Rue de Sant Antoine alla ricerca della Maison di Victor Hugo. Mi sbrigo. Non vorrei farlo aspettare. 

Raimondo Moncada 

lunedì 25 agosto 2014

Parigi, una festa mobile da vivere


Un italiano a Parigi, da siciliano lettore di Papa. Rivivere Parigi seguendo la traccia dei ricordi vecchi di trent'anni (gita di fine anno al liceo) e attraverso le pagine del grande scrittore americano Ernest Hemingway, soprannominato Papa. 
È quanto mi è capitato in una strana estate: calda in Sicilia, fredda e piovosa in Francia

Hemingway scrisse del suo soggiorno a Parigi nel libro incompiuto Festa Mobile. Racconta degli anni della sua formazione letteraria, dei luoghi dove abitò (a partire da Rue Notre Dame des Champs 113), dei bar dove scrisse, degli artisti incontrati come Ezra Pound e Francis Scott Fitzgerald e miss Gertrude Stein.
A Parigi cerchi la Parigi di Hemingway e nello stesso tempo ripercorri i tuoi luoghi liceali: il quartiere degli artisti di Montmartre, le strade a luci rosse di Pigalle con il Moulin Rouge, il Louvre, la chiesa di Notte Dame, la sagoma d'acciaio della Tour Eiffel che buca le nuvole... Ritrovi i colori e le forme e le atmosfere di quel movimento impressionistico che tanto ti impressionò e che fu anche splendido tema d'esame di quinto anno (ti immortali con uno splendido quadro di Monet che ammiri da vicino, da lontano, da dove ti è possibile). 
Giri la città a piedi per Boulevards, Place, Rue, i Quai lungo la Senna, evitando le comode stazioni della metro. Ti stanchi, arrivi la sera sfinito con le gambe gonfie, i polpacci paralizzati, ma ne vale la pena. 


Vai a Place Vendome, a pochi passi dall'Operae trovi il leggendario Hotel Ritz e l'omonimo bar dove Hemingway lasciò una sua impronta. Il bar, leggo, è dedicato a lui. Peccato sia tutto chiuso e oscurato, per lavori di restauro. Godi comunque della magnificenza della elegantissima piazza e del gran lusso dei negozi. La facciata del Ritz è coperta da un grande telone che delimita il cantiere. E' off limits. Il prospetto originario è solo dipinto sul telone che maschera il locale frequentato da altri grandi artisti come Francis Scott Fitzgerald, Marcel Proust, Charlie Chaplin, Greta Garbo, Coco Chanel.
Vai al Jardin du Luxembourg dove Hemingway andava a passeggiare e senti i suoi passi e annusi i suoi odori e provi le sue emozioni e capisci perché frequentava questi posti per ispirarsi, per scrivere. 
Trovi la risposta. 
Parigi ti ispira in ogni piazza, in ogni via, in ogni giardino, in ogni monumento, in ogni chiesa, in ogni museo, in ogni stazione metropolitana, in ogni angolo sperduto, dentro ogni brasserie, dentro ogni bistrot, lungo la Senna. Tutto è grandioso, tutto è magnifico, tutto è magia. Ovunque è bellezza e richiamo alla bellezza. Ovunque è arte e spunto d'arte. Ovunque convive, in audace contrastante armonia, passato, presente e futuro (i grandi tubi del Centre de Pompidou dell'architetto italiano Renzo Piano, la piramide in acciaio e vetro piantata nel cuore dell'edificio del Museo del Louvre terminale del Jardin des Tuileries). 
Ogni quartiere è diverso, non è uguale all'altro. Ti offre sempre una suggestione nuova. 
Quando respiri, respiri il respiro di Hemingway. Quando guardi, vedi con gli occhi di Monet. Quando vivi pensi di vivere nella stessa città dove hanno vissuto grandi scrittori e pittori e scultori e musicisti e ballerini e compositori e stilisti. Tu stesso ritorni o diventi artista. Ti riconcili con la tua natura.
Scrive Hemingway in Festa Mobile: "Essere capitato in tutto questo nuovo mondo letterario, con il tempo di leggere in una città come Parigi dove c'era modo di vivere bene e di lavorare, per povero che fossi, era come aver ricevuto nelle tue mani un gran tesoro". 
Alla fine del libro, Papa scrive ancora: "Parigi, la città meglio organizzata che esista perché uno scrittore ci scriva". 

Raimondo Moncada 

domenica 24 agosto 2014

Una Tour Eiffel nella Valle dei Templi


La Tour Eiffel non è il simbolo di Parigi. È di più. È la stessa Parigi. I turisti arrivano nella ville lumiere per vedere la creatura in acciaio dell'ingegner Gustave Eiffel, eretta un secolo e mezzo fa in occasione di una esposizione universale (la costruzione risale al 1889). Doveva essere un'istallazione provvisoria, una dimostrazione temporanea del progresso tecnico, dell'ingegno umano e delle straordinarie possibilità offerte dal nuovo materiale da costruzione. La torre è rimasta invece lì, al suo posto, per sempre, a dominare il paesaggio parigino. E dire che quando venne costruita  non a tutti i parigini piacque, forse perché vedevano violentata la propria città da un "ammasso di ferraglia" (doveva essere abbattuta nel 1909, venne salvata dall'altezza ritenuta perfetta per la collocazione di antenne radio). Come non a tutti piacquero i Grands Boulevards voluti dal barone Hausmann che sventrarono il centro storico della capitale francese. 
Chi governò allora si prese una grande responsabilità, lasciando al suo posto la Tour Eiffel e squartando gli antichi quartieri parigini. Gli automobilisti oggi ringraziano e il parco che ospitò la esposizione universale ogni giorno è stracolmo di turisti. 
Un fiume in piena di gente si riversa a qualsiasi ora a partire dalla stazione della metro di Trocadero. Tutti con la bocca aperta e con gli occhi sgranati a esprimere incontenibile stupore. Tutti a immortalare il momento, facendosi video e foto e selfie, di giorno e di notte, con la torre spenta o con la torre illuminata dalle luci artificiali che donano alla scultura di metallo un ulteriore tocco di magia. Sembra anche finta. È come vedere i souvenir che centinaia di immigrati di colore vendono in ogni angolo. Tutti i turisti con macchine fotografiche e cellulari a fotografare il monumento da ogni angolazione: da lontano, da vicino, da sopra, da sotto. Tra non molto arriveranno pure i droni-Eiffel: ne siamo sicuri. 
Cominci a scattare foto appena metti piede sulla terrazza di Trocadero. Ti affacci e rimani incantato solo dalla torre. Attorno non c'è altro da vedere come in altri bellissimi quartieri parigini. File e file di turisti ad attendere ore nelle biglietterie e alla base della torre per salire in cima, con gli ascensori o anche a piedi per le inarrivabili scalette laterali, anche la notte, anche con il freddo. 

Saltare la tappa della Torre Eiffel è come non andare a Parigi. Vai a Parigi per vedere la Tour Eiffel.
Un gioiello di tecnologia dell'Ottocento unico al mondo. E chi l'avrebbe mai detto? Chi avrebbe mai scommesso su questa composizione di pezzi d'acciaio assemblati con arte dall'ingegner Eiffel secondo la tecnologia dell'epoca quando si costruirono pure ponti e metropolitane e chioschi e edifici (come il meraviglioso palazzo che ospita le Galeries Lafayette sul Boulevard Hausmann, con una spettacolare cupola a vetrate multicolori in stile liberty). 
Vedendo certi meravigliosi gioielli d'arte di casa nostra, come la Valle dei Templi di Agrigento, già meta di tanti visitatori, uno sarebbe portato a pensare, per il bene della propria terra e per far decollare l'economia turistica: perché non istallare anche tra i ruderi ellenici una Torre Eiffel con la tecnologia, l'arte e l'ingegno dei nostri giorni? 
Già nel formulare la domanda vieni investito dall'ondata distruttiva delle conseguenze a cui si andrebbe incontro. Ci si sente come bloccati da un senso misto di impossibilità, follia, delitto, crimine contro l'umanità, stupro alla storia. Ci vorrebbe una bella dose di audacia e incoscienza e irresponsabilità e lungimiranza per fare una cosa del genere. Chi solo la pensasse sarebbe all'istante travolto dall'opinione pubblica, annichilito dai critici d'arte, deriso dai colleghi, massacrato dagli amici e dai nemici sui social, arrestato in flagranza di reato da polizia carabinieri guardia di finanza e esercito per disturbo della quiete pubblica e sovvertimento dello status costituito, rinchiuso al manicomio in isolamento per evitare contagi. 
Mi nascondo. 

Raimondo Moncada 

sabato 23 agosto 2014

Ma però, da eliminare con referendum


Ma però. Due paroline che bisognerebbe cancellare dal vocabolario della lingua italiana. Danno i brividi! Ci costringono a vedere tutto nero e ci fanno cadere in depressione. Potrebbero essere oggetto di referendum abrogativo. Ne va anche dello stato di salute della nazione. 
Sono, tanto per essere grammaticalmente precisi, congiunzioni con valore avversativo. Così leggio sul dizionario. Assieme non vanno d'accordo. Uniti non ci possono stare. Non si può dire "Ma però non ci capisco niente". O si dice ma, o si dice però. Questo ci dicono i grammatici che ne osteggiano l'accoppiamento, anche se ci sono illustri esempi di padri della lingua come Dante. L'Alighero, fregandosene delle regole, ha usato "ma però" nel XXII canto dell’Inferno: “...ma però di levarsi era neente".

Andiamo più addentro alla questione. Occupiamoci della portata negativa delle due congiunzioni usate in automatico nel linguaggio comune. Piccoline e quasi insignificanti, hanno un grandissimo successo sui social network: Facebook in primis e poi su Twitter. Il fattore psicologico ha implicazioni molto distruttive. Rappresentano lo sfogo di stati d'animo e sentimenti. 
Mettiamo che succeda un avvenimento qualsiasi. Dopo decenni, ad esempio, un barbone si lava le mani con l'acqua. Questo dovrebbe essere catalogato tra gli eventi positivi. Il barbone si è finalmente lavato una parte del corpo che non lavava da, mettiamo, quindici anni. È un inizio. Il gesto rappresenta un elemento di rottura con uno status che lo ha tenuto sporco per quindici anni. Il barbone potrebbe adesso proseguire con altre parti del corpo. Ma - e diciamo anche noi ma - ci sarà qualcuno o più di qualcuno che obietterà: "Ma, dato che c'era, si poteva lavare anche la faccia!", "Però poteva pulirsi le orecchie e il collo", "Ha pulito le mani, ma rimane sempre sporco e puzzolente tutto il resto d corpo: che schifo". 
È un meccanismo che si aziona quando conversiamo o quando pubblichiamo sui social un post in qualche modo positivo, che coglie una sfumatura sia pur lieve di cambiamento: in società, nella cultura, nell'arte, nel costume, nella politica. Alle nostre affermazioni o ai nostri post seguono puntuali commenti preceduti da "Ma..." e da "Però...". Certo, alcuni utilizzano in coppia anche "Ma però..." Ma, abbiamo detto, si tratta di un uso da segnare con penna rossa. 

Cosa vogliamo dire? 
Chiediamo o reclamiamo così spesso dei cambiamenti in tanti aspetti della nostra vita che quando arrivano non li accettiamo nella loro positiva pienezza. Ci mettiamo ad alzare muri con i ma e con i però. Non ci accontentiamo. Ci poniamo con un atteggiamento di perenne insoddisfazione. Con tutto e con tutti. Così, invece di andare avanti, andiamo indietro, attorniandoci di negatività. 
Quando siamo sul punto di pronunciare "ma", "però" e anche "ma però" diamoci un pugno sulla bocca ed esprimiamo, al contrario, la nostra esclamativa sorpresa: "Però!"

Raimondo Moncada 

venerdì 22 agosto 2014

Invasione dei droni, senza paragoni


Droni, non ci sono paragoni. Lo slogan di una catena di negozi di alta tecnologia ci serve per porre l'accento su un fenomeno in crescente espansione: quello dei droni. Ne parliamo perché si attende da un momento all'altro un'invasione e potrebbe scattare l'allarme sociale. 
È l'impressione che si coglie sui social network e sui siti on line. 

I droni sono dei mini aeromobili telecomandati. A bordo non c'è presenza di esseri umani e animali. Solo apparecchiature elettroniche e forse qualche mosca e zanzara. 
Abbiamo già sentito parlare di velivoli senza pilota in recenti operazioni di guerra o attività antiterrorismo. Con i droni si bombarda il nemico come in un videogioco senza rischiare morti, feriti o prigionieri in carne e ossa. Si rischia solo la vita del robot di bordo. 
Oltre che per attività belliche, di droni si comincia a parlare sempre più diffusamente per gli usi civili. Aumenta ogni giorno che passa il numero di appassionati che per puro diletto fanno volare questi animaletti artificiali che per fortuna non fanno la cacca come i piccioni nelle grandi piazze delle città d'arte procurando danni enormi ai monumenti, alle abitazioni e zuccherando dall'alto le tazze di caffè degli avventori seduti ai bar. E cominciano a essere tanti a usare i droni come telecamere volanti per ritrarre dall'alto la natura e tutto ciò che di umano e di disumano si trova, offrendo un punto di vista sicuramente suggestivo e inedito. 
Ci sono studi fotografici che offrono questo innovativo servizio, soprattutto per i matrimoni.
I dronisti, quando vogliono, fanno uscire in volo il proprio drone con telecamera incorporata e poi postano il video su youtube facendolo vedere al mondo tramite i social network. 
Un ragazzo, forse ritratto dall'alto in una posa inconsueta o comunque allarmato dall'invasività dei droni, ha chiesto su Facebook: 
- Chi tutela la privacy dei cittadini? 
- I dronisti possono liberamente filmare tutto, filmare anche un uomo che, ignudo, si apparta in una sperduta spiaggia con l'orologio a pendolo di fuori? 
- Le attuali leggi contemplano casi di riprese dal cielo, ad alta definizione che, ingrandite, mettono in bella evidenza l'orologio a pendolo e anche quello a cucù

Quesiti leciti e importanti. 

Sicuramente ne sentiremo parlare prestissimo non solo per gli usi e gli abusi civili ma anche per gli usi e gli abusi incivili e militari (i droni vengono sempre più usati per spiare il nemico e per lanciargli missili a vista). Bisognerebbe pensarci in tempo prima che il cielo venga oscurato da stormi e stormi di droni e di drone pronte anche a farsi la guerra per accaparrarsi la visione dei missili umani. 
Le autorità competenti agiscano subito per evitare la psicosi dronante. Le autorità si dichiarino incompetenti, invece, nel caso in cui l'uso dei droni si dovesse trasformare in fenomeno di massa così come è accaduto con i cellulari. Ogni cellularista, oltre allo smartphone, potrebbe possedere anche un drone per farsi da sé i video e le foto dall'alto e in movimento. 
Si arriverà alla moda dei droni-selfie? 

Raimondo Moncada 

domenica 17 agosto 2014

L'arancina femmina è più bona dell'arancino maschio


Ho sempre detto arancina, al femminile 
- Mi dia un'arancina.
- Vuole l'arancino con la carne o con prosciutto e mozzarella?

Dubbi su dubbi, anno dopo anno, fino ad andare in confusione. L'acme l'ho raggiunto con l'uscita del libro del mio conterraneo Andrea Camilleri "Gli arancini di Montalbano".
Arancini? Come arancini? 
Certo, non potevo presentarmi in libreria a chiedere "Le arancine di Montalbano" o avvicinarmi all'autore e incitarlo a autografarmi con dedica il suo "Le arancine di Montalbano". 
E allora? Arancina o arancino? 
Ieri sera ho cenato con due arancine buonissime, come si vede nella foto. 

Partiamo intanto col dire che il sesso non dovrebbe cambiare il gusto di questa pietanza tipica della mia terra, la Sicilia. Dico non dovrebbe. Pensandoci bene, per un maschio siculo un conto è mangiare un'arancina e un conto è mangiare un arancino. Con l'arancino femmina c'è più gusto.  Il palato prova più piacere. Così come per una femmina siciliana penso sia differente mangiare un arancino o un'arancina. 
Leggo per caso su Twitter della quarta "Sagra dell'arancino  a Rosolini". A Bologna trovo invece una rosticceria che si chiama "Arancina express", al femminile (ma, aprendo il sito internet della rosticceria leggo nella homepage: "Arancina Express è una gastronomia e rosticceria tipica siciliana, specializzata in arancini": la rosticceria ha il nome dell'arancina al femminile, la pietanza ha il nome dell'arancino al maschile).

Approfondisco. Leggo che la Sicilia è spaccata in sue: quella orientale ha gli arancini, quella occidentale ha le arancine. Dunque secondo questa catalogazione, quelle muntuate (nominate) dall'empedoclino Andrea Camilleri dovrebbero essere arancine e non arancini come il suo fortunato libro "Gli arancini di Montalbano". Ma le arancine diventano maschili se consideriamo il commissario Montalbano agire non più nella originaria Vigata ma nella televisiva Vigata. 
Un casino, dunque.  

Il nome di questo ben di Dio della cucina sicula dovrebbe derivare dal frutto dell'arancio (albero maschile), frutto che si chiama arancia (femminile). E gli sarebbe stato dato per la sua forma a palla e per il colore che richiama tanto l'agrume (non c'è solo la forma a palla, c'è anche quella conica: quella a palla è riso impanato con ragù oppure salsiccia oppure melanzane oppure salmone; quella conica è per la variante col prosciutto e mozzarella, almeno dalle mie parti: Sicilia orientale).

Registro, in conclusione, un curioso fenomeno nelle aree geografiche dove per tradizione popolare L'arancina viene chiamata arancina, al femminile. Gli affamati quando si presentano in una qualsiasi rosticceria ordinano non l'arancina ma l'arancino, al maschile, per darsi un tono. Ma il tono, per fortuna, non cambia né il sesso né il gusto. 

Raimondo Moncada 

sabato 16 agosto 2014

Se uno ti dice che sei brutto

Se uno ti fa capire che sei brutto, tu non sei brutto. 
Se uno ti dice che sei brutto, tu non sei brutto. 
Se un altro ti fa capire o ti dice che sei brutto, tu non sei brutto. 
Se tanti altri ti fanno capire o ti dicono che sei brutto, tu non sei brutto. 
Tu non puoi vederti con gli occhi degli altri. 

Raimondo Moncada 

Elogio della pancia

Ho la pancia. Sudo e ho la pancia. Faccio sport e ho la pancia. Mangio e ho la pancia. Ora mi tocca digerire: ho la pancia! 

Raimondo Moncada 

venerdì 15 agosto 2014

Innocenti meraviglie di Sicilia

In spiaggia, al calar del sole, con un cielo dipinto da mille sfumature di rosso, di giallo, di indaco, di azzurro. Sono le meraviglie di una Sicilia che ti aspetti. In meditante silenzio, ascolto alcune mamme che, incantate dallo spettacolo della natura, richiamano per ben due volte l'attenzione de figli dodicenni: 
- Ragazzi, guardate che tramonto! 
- Lo abbiamo già visto ieri. 

Quando lo straordinario diventa ordinario e l'ordinario straordinario. Gli occhi dell'adulto cercano lo straordinario, gli occhi innocenti dei ragazzini hanno smesso di cercarlo. Sono diventati ciechi alla meraviglia. Preferiscono le foto e i video su Facebook. 

Raimondo Moncada

Farsi di bellezza

Mi incanta la bellezza, quella della natura, della poesia, dell'arte. La mia droga è la bellezza, ne sono schiavo. Credo sia un dono che non dobbiamo dimenticare: ogni giorno siamo invasi da cose disgustose, da vere mostruosità create dall'uomo. Ecco perché è giusto ricordare sempre che siamo capaci di produrre bellezza e di goderla. In questo senso la bellezza è per me un valore etico e non estetico. 

Salman Rushdie

Impazzano i sondaggi: è Conti o Conte il nuovo ct della nazionale di calcio?

Sondaggi d’estate, sotto l’ombrellone. Ogni giornale, ogni rivista, ogni sito on line ti propone il suo. L’argomento del giorno è il nuovo allenatore della nazionale di calcio italiana: Carlo Conti.
-       Carlo? Ma Carlo non è il presentatore?
-       E che male c’è ad allenare l’Italia. Carlo, può essere.
-       Volevi dire Bruno, Bruno Conti.
-       No volevo dire proprio Carlo.  
E allora sentiamo questi sondaggi a cui il popolo italiano è chiamato in questo ferragosto dove non si parla d’altro che di Conti e della Corte dei Conti.
-       Scusami, ma non sarà forse Conte?
-       No, ho letto Conti. E se ho letto Conti su internet, è proprio lui: Conti.

Ecco di seguito, senza più tergiversare, i quesiti dei sondaggi, la cui formulazione e le cui risposte sono di vitale importanza per il destino della nazione e della nazionale:
-       Conti farà bene?
-       Conti sarà il giusto ct?
-       Conti farà meglio di Prandelli, ma anhe di Bearzot, Zoff, Donadoni, Trapattoni, Lippi, Tippi e Tappi?
-       Conti, perché Conti e non Visconti?
-       Conti quale competizione riuscirà a vincere: mondiale, europeo, nazionale o paesano?
-       Conti giocherà: con calciatori italiani o stranieri?

-       Conti giocherà con i campioni, i dilettanti o con chi non sa proprio toccare palla?

-       Conti, con quale modulo giocherà Conti: il 5-4-3-2-1 oppure l’1-2-3-4-5?
-       Conti come seguirà la nazionale: in panchina, dagli spalti o direttamente da casa?

-       Conti che divisa indosserà e di quale colore?

-       Conti vale il prezzo che vale?
-       Conti ha fatto bene i conti?
-       Conti, perché Conti e non Sconti?
-       Conti, tiferete per Conti o per gli avversari?
-       Conti, vi piace Conti o i suoi racconti?
-       Conti o Conte?
-       Conti farà giocare il calciatore ritratto nella foto e chi è il campione?
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