giovedì 18 dicembre 2014

Con i "mi piace" divento presidente della Repubblica


Il valore delle persone, delle loro azioni, delle loro opere, delle loro potenzialità, si misura ormai col numero dei "mi piace" su Facebook, dei retweet su Twitter e delle visualizzaIoni su YouTube. Si è innescata una sorta di mitizzazione e dipendenza. Dipendi dal cliccamento. Se ti cliccano vali qualcosa. Senza cliccamento non vali niente. Sei pari a zero. E ti devi ritirare. La tua bella faccia deve sparire dalla faccia della terra e dare così spazio alle altre facce più piacione . Non hai neanche il diritto di recriminare. 
Muto. Devi stare muto. Che ci fai più bella figura. 

Distinguiamo per non fare di tutto un cliccamento uno sfascio. C'è cliccamento e cliccamento, però. C'è il cliccamento sano, spontaneo, che viene dal cuore, non condizionato. E c'è anche il cliccamento di altro genere che sta prendendo piede e dita delle mani. 


Di questi tempi moderni, di socialità iper sviluppata, con i "mi piace", i retweet e le visualizzazioni vinci premi, vinci concorsi, vinci contratti. Si arriverà a vincere pure assunzioni, appalti e, perché no, anche l'elezione in parlamento, l'elezione a primo ministro o l'elezione diretta alla massima carica dello Stato. Superando il quorum stabilito dalla legge dei mi piace, possiamo salire al Quirinale e esercitare le funzioni del presidente della Repubblica. 

Il mi piace legittima. L'elezione 3 punto zero si potrebbe estendere anche per il futuro Papa. Ma c'è tempo. E poi ci sarebbe da connettere il sistema dei mi piace e delle visualizzazioni all'antico meccanismo del fumo.  

Ai mi piace (o ai "a me mi piace") ricorrono sempre di più organismi, enti, società ecc. di rilievo nazionale e popolare. 
Chi non si adegua alle nuove unità di misura, ai nuovi criteri oggettivi di valutazione, ai nuovi insindacabili requisiti di selezione, è perduto. 
Ed è giusto così. Bisogna seguire il trend. È fondamentale andare nella direzione dove vanno tutti in trend. Saliamo allora su questo trend. 
Basta un collegamento a Facebook, a Twitter, a YouTube ed è fatta. Non ci vuole arte né parte. Facile e di insignificante costo per la connessione (se hai un collegamento a un wi-fi di altri è gratis). Non devi compiere sforzi. Puoi scegliere chi vuoi. A occhi chiusi, turandoti il naso se ne hai uno (due se ne hai due). Non importa la qualità. Non importano le capacità. Non importa l'estetica. Non importa la profondità. I mi piace, così come il dilagato televoto, esprime la genuina voce del popolo sovrano.  

Vi voglio confidare un segreto. Mi raccomando: che rimanga tale! Se volete fare bella figura c'è un modo semplice semplice, anche se costa un po' di fatica alle dita della mano e alle sinapsi del cervello. Inviate agli amici e conoscenti o comunque ai vostri contatti un messaggio privato e pregateli e ripregateli ("Ti prego! Ti prego!") di mettere un bel mi piace a vostra sorella di ottant'anni che si presenta come Miss Bellezza in Divenire, un mi piace a vostro fratello rimandato dieci volte in seconda elementare che ha inviato un componimento lirico a un concorso universitario di poesie, a vostra cognata che partecipa al ripescaggio in un concorso canoro in quanto rischia di essere buttata fuori perché quando ha aperto bocca sono caduti morti a terra gli uccelli del cielo. 

Si può. Con la forza dei social, si può. Si può anche seguire un processo penale o civile da casa e condannare o assolvere il sospettato, l'indiziato, l'imputato. Possiamo anche condannare l'innocente e assolvere il colpevole. 
Si può. 

APPELLO FINALE 
Mi rivolgo a te singolo, adesso. Proprio a te, che stai leggendo queste ultimissime righe contribuendo ad aumentare il numero di visualizzazioni di questo mio personale blog: vota e fai votare! Non costa niente e un mi piace non si nega a nessuno. Specialmente agli amici bisognosi e vincenti. 

Raimondo Moncada  


lunedì 15 dicembre 2014

Caccia aperta ai fantasmi di Facebook e Twitter

Credo nei fantasmi. Almeno a quelli social. Esistono su Facebook, così come esistono su Twitter. 
C'è da avere paura? Non lo so. 

Ragioniamo con la nostra ragione e non con quella degli altri. Analizziamo il fenomeno ectoplasmatico che teniamo d'occhio da un po'. 
Ci sono in giro utenti senza voce e senza sostanza virtuale. Sono persone in carne e ossa, vere e non fake, che un giorno decidono di aprirsi un account per socializzare. I motivi sono i più disparati: per provare, per avere compagnia, per stare assieme ad altri, per ritrovare un parente o un amico lontano, per comunicare con i propri clienti, per pubblicizzare la propria attività artistica professionale commerciale; per sostenere un'idea, un partito; per fare campagna elettorale; per distruggere le idee degli altri; per criticare persone, status, fatti, eventi; per scaricare veleno; per trovare conforto; per trovare un amore, per trovare un marito o una moglie; per tradire il marito o la moglie; per promuovere un libro, un cd, uno spettacolo; per scherzare, per dire che tempo fa; per esprimere il proprio stato d'animo; per lamentare il proprio disagio; per prendersela col governante di turno; per scambiarsi opinioni, punti di vista; per discutere; per condividere; per litigare e per mandarsi a quel paese. 

C'è chi si apre un account, chiede l'amicizia ma non fa niente di una delle attività sopra elencate. È morta? Deceduta? Andata? Dipartita? Sciolta? No! Fa semplicemente il fantasma. C'è, ma non si vede. Partecipa alle discussioni leggendole. Il fantasma sa tutto di tutti. Non lo vediamo. Ma ne avvertiamo la presenza. Aleggia. Al primo spiffero fantasmagorico, andiamo a cercarlo nel suo account e ci sembra privo di sostanza virtuale perché non scrive niente, non linka nulla. Ma c'è. Sai che c'è. E ne hai conferma. Quando ti capita di incontrarlo per caso  nella vita, in carne e ossa, col sangue caldo caldo in circolo, gli scappa qualche commento rivelatore.

I fantasmi non sono tutti uguali. C'è chi lo fa vita natural durante, per sempre. Chi invece a tempo determinato. Il fantasma a tempo ogni tanto resuscita e mette un "mi piace" o linka qualcosa. Su Twitter retwitta o mette la frase o la foto tra i propri preferiti. Non c'è nulla di male. I social sono pubblici. Sono nati per mostrarsi e condividere. C'è chi lo fa e chi non lo fa. In paradiso ci andremo tutti. Passando per l'Inferno social. 

Anche io di tanto in tanto sparisco. Dopo qualche giorno di assenza mi danno per morto. Mi bussano pure sulla bara virtuale: "Raimondo dove sei? Se ci sei batti un colpo!"
E, come in una seduta spiritica, comincio a battere, ma non in strada. Batto il mio colpo riprendendo a scrivere, a rendermi vivo, a marcare la mia presenza con quello che lo spirito del momento mi detta. In punta di piedi. Senza scarpe. Mettendo a nudo il mio animo, senza vergogna. Mettendoci la faccia, quella mia. Spremendomi il cervello, quello mio. Condividendo. Lasciando le mie impronte, svestendomi del mio ectoplasmatico lenzuolo. 

Raimondo Moncada

domenica 7 dicembre 2014

Ascoltare chi parla senza parole

La parola. 

Avere la parola. 

E decidere
 
se stare in silenzio 

ad ascoltare


chi parla

senza parole.

Raimondo Moncada

sabato 6 dicembre 2014

Sono spazzatura, ma attendo l'attestato

Come spazzatura varrò di più. Ne sono convinto. Lo dico per tirarmi su. Decidiamo tutto noi. Siamo quel che pensiamo e vogliamo essere. 

C'è però da attendere l'attestato ufficiale. È importante. 


Aspetto con ansia il prossimo giudizio di una delle agenzie di rating internazionale mondiale universale riconosciuta accreditata. 



Come esseri umani, abbiamo bisogno di essere considerati. Il sogno delle mosche è essere cagate. Grazie al nostro senso di sicurezza, cerchiamo il giudizio esterno. Dipendiamo dal giudizio degli altri. Il nostro non ci basta. 

Gli altri hanno sempre ragione. Ci dicono con competenza se siamo belli, se siamo intelligenti, se siamo creativi, se siamo vestiti ammodo, se siamo bravi a scuola, se sappiamo scrivere o dipingere o parlare o aprire semplicemente la bocca per respirare. Ci dicono se abbiamo un pelo fuori posto, se abbiamo bisogno di più pelo, se abbiamo un futuro. 

Abbiamo estremo bisogno delle agenzie di rating per certificare la nostra bellezza, intelligenza, capacità, possibilità, potenzialità. Noi, come noi, intesi noi, non sappiamo se siamo scarsi, se siamo dei mostri, se siamo imbecilli, se siamo cariati, se siamo tignusi (cuzzuluna, ovvero calvi).  

Se l’agenzia di rating ci dice che non abbiamo dove andare ("dunni uri" in siculo arabo normanno), ci togliamo subito dalle palle, maschi e femmine, perché tutti le abbiamo, uomini e donne (glielo sento dire quando sono arrabbiate: non rompermi le palle!). 

Dopo il verdetto BBB (Bello! Bello! Bello!), superiore al CCC (Cretino! Cretino! Cretino!) e inferiore all’AAA (A pezzo di merda, A do vai? vai A fare in…!) attendo con ansia patologica, che già mi sento male, il nuovo giudizio universale: che l’agenzia di rating, internazionale universale riconosciuta accettata accreditata a livello planetario, decreti il mio profumato livello spazzatura: "Sei un rifiuto".

Non vedo l’ora. Ne godrò, come ne godono tutti. Perché delle disgrazie che ci angosciano godiamo. 

La spazzatura è diventata una risorsa. Ci è rimasta solo la spazzatura. Il mio valore, sono sicuro, crescerà. È fondamentale il giudizio delle agenzie di rating. Anche chi è andato in fallimento col giudizio EEE (Eccellente! Eccelso! Esimio!) ha fondamentalizzato. 
Sono in attesa. 
E guai a giudicare il giudizio degli altri. Gli altri hanno sempre ragione. E' una questione di rating, solo di rating. 
L'attesa fa male, però. Conviene giocare d'anticipo. Sentirsi già un rifiuto. Ecco! Se ti senti, lo sei. E non so se sono più io. Non mi sento. Per ora non mi sento. 

Raimondo Moncada 

venerdì 5 dicembre 2014

Di ccà ti trasi e di ddà ti nesci


Sento. 
Le mie orecchie sentono. 
Ci sono volte, però, in cui non sentono o non vogliono sentire. 
Lo sento. 
Come sento ogni volta la voce che mi dice: "Di ccà ti trasi e di ddà ti nesci". 
È una voce che parla siciliano, la mia voce di dentro. 
La sento. 
Sempre. 
E mi stordisce. 

Raimondo Moncada 

mercoledì 3 dicembre 2014

Macchine intelligenti al potere, rischio per l’umanità

Fermiamoci o ci fermeranno le macchine intelligenti e disumane. Per sempre. Riflettiamo, almeno, sulle estreme conseguenze. Grido d’allarme del famoso scienziato Stephen Hawking. L’astrofisico britannico, considerato tra gli uomini più intelligenti della terra, esprime le sue preoccupazioni per le accelerazioni degli studi e delle applicazioni dell’intelligenza artificiale, pur evidenziandone le attuali straordinarie utilità. Livelli già impressionanti e che fanno presagire inquietanti futuri scenari.
“Il suo ulteriore e pieno sviluppo potrebbe portare alla fine del genere umano - ha affermato Hawking –. L'intelligenza artificiale finirà per svilupparsi da sola e crescere a un ritmo sempre maggiore. Gli esseri umani, limitati dalla lentezza dell'evoluzione biologica, non potrebbero più competere con le macchine intelligenti e un giorno potrebbero essere soppiantati. I computer raddoppiano velocità e memoria ogni 18 mesi. Il rischio è che prendano il potere”.  

Una minaccia che non sarebbe imminente: “Credo che rimarremo in controllo della tecnologia per un tempo decentemente lungo”.    

Stephen Hawking ha espresso i suoi timori nel corso di un incontro con i giornalisti nella sala del Savoy Hotel di Londra. E lo ha fatto comunicando con un rivoluzionario software sviluppato apposta per lui da Intel. Lo scienziato è quasi paralizzato, costretto su una sedia a rotelle da una malattia degenerativa, che lo ha colpito all’Università. Hawking ha finora parlato e scritto tramite un sensore sulle guance e un occhiale a raggi infrarossi che lo hanno fatto interagire con un computer. Per parlare, sceglie i caratteri sul monitor del pc, compone le frasi e dà loro voce attraverso un sintetizzatore. Intel, in collaborazione con Swiftkey, ha messo a punto un nuovo sistema di comunicazione, per dieci volte più potente del primo. “Sono ora in grado di scrivere molto più velocemente e ciò significa che posso continuare a tenere conferenze, scrivere articoli e libri e incontrare la mia famiglia e i miei amici molto più facilmente”, ha detto Hawking alla Bbc.
Il nuovo sistema Intel, denominato Acat (Context Aware Assistive Toolkit), si basa su algoritmi in grado di prevedere le parole.



Immagini tratte dal sito www.hawking.org.uk

lunedì 1 dicembre 2014

Agrigento la numero uno nella classifica delle migliori città d’Italia


Agrigento la numero uno. È la mia città, intanto. La città nella quale sono nato, nella quale è nato mio padre, sono nati i miei fratelli, sono nati i miei zii, è nato mio nonno Raimondo Moncada (ho il suo nome e cognome) e tanti altri miei avi. La città che ho anche dipinto e disegnato, quando dipingevo e disegnavo (nella foto un mio disegno a inchiostro di china risalente al 1983: avevo 16 anni). 
Agrigento è la numero uno. Vi è nato Luigi Pirandello, premio Nobel per la Letteratura.
Agrigento è la numero uno. Attorno ad Agrigento, a pochi chilometri, sono nati altri grandi, come Leonardo Sciascia e Andrea Camilleri. Ma l’elenco dei grandi è lungo e non solo nel mondo della letteratura. È agrigentino il filosofo Empedocle.
Agrigento è la numero uno. È stata grande, grandissima nel periodo ellenico, quando si chiamava Akragas, quando sono stati costruiti i mirabili edifici sacri nella Valle dei Templi, inserita dall’Unesco nell’elenco del Patrimonio Mondiale dell’Umanità.
Agrigento è la numero uno. Ha ospitato il tempio greco numero uno, il più grande della civiltà ellenica, il tempio di Giove Olimpico.
Agrigento è la numero uno. Per l’aria, per il sole, per colori, per i profumi, per i sapori, per il silenzio, per la serenità, per la vegetazione, per i suoi mandorli contorti, per i suoi olivi secolari dal tronco intrecciato.  
Agrigento è la numero uno.  È una delle ragioni per cui migliaia di turisti ogni anno vengono da tutto il mondo a visitarla e ad ammirarla.
Agrigento è la numero uno. Ha ispirato scrittori, poeti, filosofi, pittori. Leggo di Ludovico Ariosto, Johann Wolfgang von Goethe, Henri-René-Albert-Guy de Maupassant, Alexandre Dumas, Francesco Lojacono, Salvatore Quasimodo per non parlare di Pirandello che ha messo Agrigento al centro di molti suoi capolavori.  
Agrigento è la numero uno. Quello che ha Agrigento non ha Ravenna e non ha Milano, Bolzano, Firenze, di cui le classifiche annuali del Sole 24 Ore o di Italia Oggi non tengono conto nella loro inchiesta sulla qualità della vita nelle città d’Italia.  
Agrigento è la numero uno. Merita prima di ogni altra grande rispetto, grande amore e grandissima attenzione da parte di tutti, più delle altre città italiane che vengono collocate sempre nei primi posti delle classifiche. Ne ha un immenso bisogno, la città e gli agrigentini. Partire prima da Agrigento per poi risalire con le altre città d’Italia.   
Agrigento è la numero uno. E lo dico da agrigentino, nato, cresciuto, formato, stordito in Agrigento, nel suo centro storico e nella sua estrema periferia, cosciente che questo mio messaggio circolerà lentamente nel mondo, tramite le onde del web,  come la lettera inserita dal naufrago in una bottiglia di vetro lasciata al destino perpetuo  del mare.
A futura lettura.
Chi aprirà questa bottiglia, saprà delle cose belle da scoprire nell’isola del naufrago. L'altra bottiglia la tengo con me. 

Raimondo Moncada 

giovedì 27 novembre 2014

Due piccioncini gabbiani! Pensando a Jonathan

Due piccioncini! Nel senso di due gabbiani in amorevoli effusioni. Che belli! Appartati, come due piccioncini. Nel senso di due gabbiani tubanti  appartati. E non in un appartamento, perché morirebbero, ma sopra la balaustra di una grande terrazza che ci apre allo spettacolo scintillante del mare.
Non conosco i nomi dei due piccioncini. Uno mi pare maschio. L’altro femmina. Si vede. È evidente. Il gabbiano è quello col becco giallo. La gabbianella è quella con il becco più arancione. Almeno credo. Non sono un esperto di gabbiani. Conosco solo Livingston. Il gabbiano Jonathan Livingston. Lo amo. Di un amore universale. Ho letto la sua storia non so quante volte nel libro di Richard Bach.
Jonathan ama la libertà del cielo. Non si riposa un attimo. Non si apparta mai. Sta in cielo perché ama volare. Solo volare. Superare di continuo i propri limiti. Andare al di là di imposizioni. Rompere gabbie. 
Oltre che del cibo un gabbiano vive della luce e del calore del sole, vive del soffio del vento, delle onde spumeggianti del mare e della freschezza dell'aria). 
E ama anche i suoi simili, Jonathan. 
Bisogna esercitarsi a discernere il vero gabbiano, a vedere la bontà che c'è in ognuno, e aiutarli a scoprirla da se stessi, in se stessi. È questo che intendo io per amore. E ci provi anche gusto, una volta afferrato lo spirito del gioco.
Uno degli insegnamenti preferiti del mio caro gabbiano: 
Puoi arrivare da qualsiasi parte, nello spazio e nel tempo, dovunque tu desideri. Spezza le catene che imprigionano il pensiero e anche il corpo sarà libero.

Ogni volta che vedo volare un gabbiano nello sconfinato cielo o sul profondo mare, ogni volta che vedo come nella foto due gabbiani in appartato amore, penso sempre a lui, a Jonathan. Chissà dov’è adesso? 
Mi tengo aggrappato alle tue ali. 

mercoledì 26 novembre 2014

La sparizione degli esperti: algoritmi sul banco degli accusati

Sono spariti gli esperti. Gli esperti intesi esperti, quelli veri insomma, non quelli che si sentono esperti tanto per darsi aria da esperti per imitare gli esperti veri. Di esperti, quelli col marchio Doc di fabbrica (quelli che richiami dicendo: "Lo ha detto Lui"), non se ne vedono più in giro. O se ne vedono pochi. Si registrano sparuti casi di grandi esperti chiamati che litigano con altri grandi esperti chiamati.
Prima era una girandola di grandi esperti, una festa di grandi esperti, un gioco d’artificio di grandi esperti.

Si aprivano pure corsi di specializzazione universitaria in Espertologia. C’erano esperti in economia, in finanza, in prodotti bancari, in borsa, in borsette. C’erano esperti per creare ricchezza. C’erano esperti per creare lavoro. C’erano esperti che ti consigliavano di lasciare un lavoro poco gratificante e diventare imprenditore di te stesso. C’erano esperti, pure, che ti consigliavano di fare l’opposto. Stava a te scegliere da che parte stare.

Ci saranno stati esperti finanche in protezione urbana, per difendere le città dalla furia tempestosa dei fiumiciattoli. C’erano esperti per qualsiasi cosa, esperti per arrivare dovunque, esperti per risolvere qualsiasi tipo di problema, esperti per ottenere un successo garantito. C’erano esperti assai esperti.  

Da un po’ di tempo gli esperti in quanto grandi e titolati esperti sono spariti. O, comunque, nessuno si presenta trionfalisticamente al mondo e dice: “Eccomi, io sono esperto in…”.

E perché? Domanda che nasce spontanea, domanda che fa nascere altre domande a cascata. Non ci sono più grandi esperti? Gli esperti Doc si sono nascosti? Gli esperti esperti sono stati rapiti? Non si riconosce più la funzione? La figura dell’esperto graduato si è estinta? L'espertologia ha fallito?

A ben pensarci, neanche più di maghi si parla. Non vedo più palle in giro. E neanche bacchette magiche. Non vedo più nessuno predire il futuro con tanta precisione e sicurezza. Non si predice più neanche il domani. La borsa finanziaria di Milano adesso ti guadagna sulle ali dell’entusiasmo dieci punti e dopo una dichiarazione del capo di una capa te ne perde venti di punti. Non conviene all'esperto consigliare acquisti o vendere di azioni. Gli conviene stare fermo e non agire. 

Solo le previsioni meteorologiche ci azzeccano, ma non sempre. Per questa ragione, gli indovini del tempo sono seguiti in tv, sui giornali, su internet per sapere se per Natale dobbiamo uscire con la maglietta di cotone oppure imbottirci di maglioni, giubbotti e mutande di lana Merinos. Gli esperti di meteo sono gli unici grandi esperti che resistono alla moria.

Ora impazzano gli algoritmi. Gli algoritmi vengono presentati come nuovi esperti, nuovi maghi, nuovi guru. Gli algoritmi, la stessa mezza parola già lo dice, ci ritmano l’esistenza, ci influenzano il modo di pensare e di camminare. Registrano istante dopo istante fenomeni, movimenti, usi, costumi, cambiamenti, mode, gusti, il battito di ali di una farfalla. Inquadrano, con perfezione matematica e nell'artistica elaborazione di centinaia di grafici, ogni tendenza e la tendenza di ogni tendenza. Capiscono tutto al volo, a una velocità più veloce della luce. 

Non foderiamoci gli occhi con fette di prosciutto cotto e di salame crudo. Prendiamone atto, mettendoci di profilo. Gli algoritmi sono diventati essenziali. Non se ne può più fare a meno. Ti consigliano dove andare, perché andare, cosa fare, come farlo, cosa scrivere, come scrivere, quali video guardare su Youtube. Se gli scrittori non scrivono come suggerisce l’algoritmo non verranno letti, non venderanno il buco di una copia, nessuno li considererà più. Se l’ortolano non consulterà l’algoritmo, non infilerà nessuna banana. Se lo studente non sceglierà il corso di studi indicato dall'algoritmo, sarà destinato a essere disoccupato. 

Senza fede nel potere miracoloso dell’algoritmo siamo nessuno. Ecco la nuova sacra verità. In tanti lo hanno capito e si sono adeguati da tempo, divenendo credenti, competenti, vincenti, sorridenti.    

Le prossime elezioni politiche saranno decise dagli algoritmi. Avremo fra non molto il governo degli algoritmi, le economie degli algoritmi, il pensiero degli algoritmi, la religione degli algoritmi, il pane degli algoritmi, le pere degli algoritmi, il futuro degli algoritmi. A gran velocità. Perché è la velocità che conta.  

Affidiamoci animo e corpo all’algoritmo, avremo tutti grandi opportunità, non ci saranno più guerre, non ci saranno più integralismi, non ci saranno più storture, non ci saranno più persone brutte, non ci saranno più persone che rimarranno indietro. Avremo solo persone che rimarranno avanti e saremo tutti felici. 

Amen.  

Raimondo Moncada 

giovedì 20 novembre 2014

Il giovane favoloso, un Leopardi che t'aspetti e non t'aspetti

Il film “Il giovane favoloso” di Mario Martone a me è piaciuto. L’ho trovato poetico in più punti. Coinvolgente in alcuni momenti. Elio Germano, il protagonista, è immenso. Dà tutto: anima, corpo, sguardi, respiri, silenzi, rabbia, aspirazioni, dolore, poesia.
Il film ti fa vedere un Giacomo Leopardi da un punto di vista, quello degli autori che hanno scavato nella vita del poeta di Recanati.

Nella locandina, Leopardi è simbolicamente mostrato a testa in giù, al contrario. Non è un caso.
 
C'è una ricostruzione. C’è un taglio, una scelta precisa di sceneggiatori e regista che hanno puntato più su alcuni aspetti e meno su altri.

La pellicola può piacere come non può piacere. 

Il poeta del film, magari, va al di là dell’immagine del Leopardi che ci siamo costruiti a scuola e dell’immagine che hanno gli amanti di Leopardi, chi studia da una vita Leopardi, chi insegna ad amare questo mostro sacro della poesia. Come non riferire, ad esempio, del rapporto non definito con l’amico Ranieri che nel film entra in scena dopo un netto stacco temporale. 

Ognuno ha il suo Leopardi. Forse gli autori hanno voluto calcare la mano su aspetti meno noti, ricostruire il contesto, l'esistenza di un bambino rinchiuso per intere giornate nella biblioteca di famiglia, sotto il caro peso dei tomi. E' in quella sofferenza, è in quella "costrizione", è in quella "discarica" di rabbia, che fioriranno le sue liriche. E' un quadro, il quadro degli autori. Noi, col nostro quadro, con le nostre visioni, lo completiamo.

È un film da vedere. Ti fa vedere un Leopardi che conosci e un Leopardi che non ti aspetti. Ti stimola a riprendere in mano la tua vecchia antologia e ad approfondire l’esistenza, le sofferenze, i patimenti fisici e amorosi di Giacomo Leopardi riversati in opere da pelle d’oca.

Raimondo Moncada


(Tratto da uno scambio di idee su Facebook)
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