lunedì 20 ottobre 2014

Ecco il primo selfie, è nato trent'anni fa in un vespasiano

Il primo selfie nasce in un cesso. Un cesso straniero. L'origine ha una data oltre che un luogo. Siamo a Parigi nel 1986. La prova del primo selfie moderno l’ho fatta all'interno di un vespasiano pubblico a pagamento, un gabbiotto in metallo dove infili le
monete richieste, si apre la porta, entri, la porta ti si chiude alle spalle in automatico, fai quello che devi fare e poi esci rinfrancato. E quando esci sussulti al rumore dello sciacquone globale e pensi: meno male che non sono rimasto dentro! Perché appena si chiude la porta metallica, come la porta dell'ascensore, scatta il sistema di auto pulizia, non solo della tazza del cesso ma di tutto l'interno del gabbiotto. 

Mi sono ritrovato per la prima volta all'interno di un moderno vespasiano parigino durante la gita di quinto anno, il mio ultimo anno al Liceo scientifico “Leonardo” di Agrigento. Correva l'anno scolastico 1985-1986. Frequentavo, allora, l'indirizzo sperimentale artistico (per l’aneddotica, è stata la seconda e ultima classe di sperimentale a indirizzo artistico al "Leonardo").
All'ingresso della cattedrale di Notre Dame
Stiamo parlando di trent'anni fa. Io avevo la bellezza di diciotto anni e portavo una sottile striscia di barbetta che mi attraversava tutto il viso da orecchio a orecchio (sotto il mento e non sulla fronte).
L’episodio è storico. È stato non solo il mio primo bisogno all'interno di un moderno vespasiano pubblico stradale in metallo a pagamento, ma anche il mio primo viaggio in aereo e la prima volta che mettevo piede (entrambi) in Francia. Ancora sento la cacherella. E forse a causa di quella cacherella non ho fatto altro che entrare in ogni tipo di wc moderno o anche antico. Per me non aveva e non ha importanza la datazione al carbone 14. Tutti i bagni sono uguali quando sei scosso dal bisogno, dal bisognone e dal bisognino. 
La cosa più importante, una volta entrato nel vespasiano parigino a pagamento, è stato centrare l'obiettivo. E, centrato l'obiettivo, nel primo vespasiano moderno, mi sono lavato le mani e bagnato i capelli (con l’acqua corrente parigina). Pettinandomi con le dita i capelli nel mini specchio interno in dotazione al vespasiano moderno, mi si è accesa la lampadina.
Ecco la geniale idea!
Perché non provare l'autoscatto speculare con la macchina fotografica compatta di colore giallo da poco vinta a un concorso grafico? 
Così ho fatto. 
Ho scattato la foto.
Place du Tertre, la piazza degli artisti di Montmartre
Il risultato non l'ho avuto subito. Per avere in mano l'immagine, ho dovuto attendere più di due settimane. Giusto il tempo della conclusione della permanenza a Parigi, del ritorno incolume in aereo a Palermo, dell'arrivo in bus ad Agrigento, della ricerca di uno studio fotografico, dello sviluppo del vecchio e decrepito rullino. 
Che sorpresa quando ho visto tra le mie mani l'esperimento riuscito. A distanza di 30 anni ho ritrovato il cimelio smarrito e mi sono accorto del suo valore, affettivo soprattutto. E poi storico. Allora era un semplice scatto sulla propria persona fatto con le proprie medesime mani, senza alcun ausilio di mirino oculare. Uno scatto al buio: o la va o la spacca! Oggi si chiama selfie, con la foto che vedi mentre la scatti, con l’immagine che ti si impressiona all’istante sulla memoria della macchina fotografica digitale o sullo smartphone e all'istante condividi con gli amici e col mondo tramite i social.
Io condivido oggi il mio primo storico primordiale selfie a distanza di trent'anni. Con la mia memoria, innanzitutto, che ricorda bene quel momento più della visita alla Tour Eiffel, al Museo del Louvre, alla piazzetta degli artisti di Montmartre, alla discoteca La Scala. Poi lo vorrei condividere con gli amici e i vecchi compagni di scuola che hanno vissuto con me, nella vita reale, quegli incontenibili momenti vespasianici.
Un selfie di trent’anni: non è male. È di per sé un record.

Raimondo Moncada 

domenica 19 ottobre 2014

Il grande insegnamento della batteria del telefonino

Ho poca batteria nel telefonino. E quando ho poca batteria nel telefonino, ringrazio la batteria del telefonino perché mi dà ogni volta un grande insegnamento che dimentico puntualmente o che do per scontato. 

Grazie batteria del telefonino. Per oggi mi hai ricaricato con una semplice ma profonda lezione che non debbo mai resettare.
Ci provo.
Ma tu resisti.
Non mi lasciare.
Non ti estingere.
Batti un colpo.
Ancora un po'.

Ti prego.

Raimondo Moncada

(Nella foto in alto, il telefonino della nonna. Indistruttibile. Che non perdevi mai. Che mai ti abbandonava. Che ancora resiste al tempo che passa, guardando i moderni smartphone e non capendoci niente). 

sabato 18 ottobre 2014

Incontro ravvicinato col murmure Dante

Nel mezzo del cammin di mia vita, mi scontrai con una testa dura.

“Chi sei?” Mi chiese.
“Cu sì tu?” Gli risposi.

Alla fin della contesa ci presentammo.
-   "Piacere, Dante. Ma mi puoi chiamare anche Alighieri, se vuoi".
-    "Piacere, Raimondo. Ma mi puoi chiamare anche Rai se ti affatichi la gola".

All’inizio sembrò freddo come il marmo. Quando si sciolse ed entrò in confidenza, Alighieri mi parlò della sua vita, del suo pensier e delle sue opre. Io, senza peli sulla lingua, gli dissi del danno che ha cagionato con tutti quei canti della Divina Commedia che a scuola ti obbligano a tradurre, a spiegare parola per parola, e a imparare a memoria perfino le virgole e i punti e virgola. Una tortura.
Alighiero mi confessò, piangendo e ostentando fatica e sudore (riporto il virgolettato, sono parole sue perché lui ha sempre parlato così): “È duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”.
Io, per confortarlo, cercai di farlo ragionare. Infatti gli spiegai: “È normale che i duri calli spuntano quando fai qualcosa che prima non hai mai fatto: calli ai piedi se cammini troppo, calli alle mani se ti gratti troppo la testa, calli pure ai neuroni se pensi a sproposito”.

Dante, con un ragionamento tutto filosofico, mi consigliò di “considerare la mia semenza”. Mi ripeté la solita litania, che i prof di italiano ti ripetono fino a farti stancare e che ti fanno sottolineare sulle antologie (c’è chi usa il bianchetto invece dell’evidenziatore: bastardi!): “Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”.

Io mi permesi di rispondergli che nella mia Sicilia mangio spesso nocciolina e simenza e che a me mi piace. Dissi proprio così: “A me mi piace!”.  A questo punto, maestro Dante saltò in aria come una bomba. Mi ricordò Sara Simeoni nel suo alato salto da record mondiale, quando l'asticella per paura cominciò a tremare.
“A me mi, caro mio, non si puote dir. O dici a me, o dici a mi. L’italian è italian”. Questo mi disse Dante, consegnandomi brevi manu una pagella con zero nelle materie letterarie e sotto zero nella grammatica e nella sintassi. In condotta: inqualificabile. 

Io, per tutta risposta:  “Bello mio, bello Alighiero, a me mi io lo dico quanto mi pare e piace: A me mi! A me mi! A me mi! A me mi! Etc etc”
E lui, tappandosi le orecchie, a gridare: “Basta. Lo timpano m'esplode”.
E io arrabbiato: “Se non era per tua cagion, bello lustro di patria nostra, nell’italico stivale si sarebbe parlato il sicilian, la mia sacra e matre lingua. Perché io tutto sicilian nacqui e poi in italian m'annacquarono. E in sicilian si sarebbero scritte la tua Divina Commedia e financo i Promessi Sposi, gli Sposi Divorziati e gli Sposi Omosessual. Il nostro Alessadro…
“Alessandro chi?”
“Il Manzoni…”
“Me ne han parlato. Ho visto alcune sue statuette…”
“Alessandro non sarebbe stato costretto a venir nella tua Firenze a sciacquarsi la bocca nell’Arno”.
“Non mi parlar della mia amata Forenze. O quanto è duro calle...”.
“Di nuovo con la storia dei calli?”
“Con me si va nella città dolente, per me si va nell’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente”.
Ed io, per oscura cagion e toccando i miei porta fortun, mi misi non so come a toscaneggiar dantenando.

“O Alighiero, che è quel ch'i' odo?
 Il senso delle tue palore m'è duro. Duro, duro, duro. Hai forse perduto lo ben de l'intelletto?”
E il Dante proruppe a piaghe e a sospirar, a piagne e a piagne Arni di lacrime piagnucolevoli con la man destra che sbattea sulla sua ampiosa fronte facendo un gran tumulto. Alti guai 
risonavan per l'aere sanza stele e sanza tempo,
 per ch'io al cominciar ne lagrimai e cercai di consolallo togliendogli la mano dalla sbattuta fronte. Senza ma però riuscirci. 
Ed elli a me: “Lassame sta. E non dire ma però, che pe dli grammatici non se può di'”.
"Ma anche tu, o sommato Dante, scrivesti un ma però nello tuo Inferno. Come la mettiam?"
"Se lo scrivo io, bello mio, non è un error. Chiamasi licenza poetica". 

Dopo fiumi e fiumi di pianti che l’Arno si ritirò con vergogna sulla natia fonte, il sempr’esule Alighiero inforcò gli occhiali, allungò i bulbi oculari e financo il naso aquilino e mi disse: “Tu sei lo mio maestro e ‘l mio autore, tu se’ colui da cu’ io tolsi lo bello stilo che m’ha fatto onore”.
Ed io: “Forse sbaglio di persona ci fu. Ma grazie, grazie assai, o sommo dei sommi che di sommatoria sommo fusti e per questo fuggesti, o lume pregno di virtù, dal quale io riconosco tutto, qual che si sia, il mio ingegno”.
E Dante: “Che?”
E io: “Ho con la divin tua lingua detto che anche tu sei semplicemente bravo”
Alighiero: “Hai tutto il mio ringrazio”.
E detto questo, si chiuse ancor di più dentro sé stesso, pietrificandosi, ma non nel cor, continuando a parlare in eterno all’alme dal suo murmure marmo.

Raimondo Moncada

venerdì 17 ottobre 2014

La Sicilia di Pennac, isola letteraria d'Europa

Vivo in una straordinaria isola letteraria. Tra le più importanti d'Europa. Me ne dà conferma lo scrittore Daniel Pennac in una intervista concessa al giornalista Fabio Gambaro pubblicata oggi su Repubblica, due giorni prima della sua presenza a Palermo alla manifestazione "Repubblica delle Idee" (domenica 19 ottobre 2014, ore 12, Teatro Massimo). 
Dice Daniel Pennac: "La Sicilia è indubbiamente una delle due grandi isole letterarie del continente, l'altra è l'Irlanda. Entrambe hanno un'importantissima tradizione di scrittori e poeti, al punto che si dovrebbe riflettere sul legane specifico che esiste tra la condizione insulare e il bisogno di scrittura. Un bisogno spesso strettamente legato al tema della nostalgia, visto che, quando gli scrittori vivono lontani dall'isola natia, sublimano la nostalgia attraverso la scrittura". 

Lo scrittore francese, originario di Casablanca, è già stato in Sicilia una quindicina d'anni fa. Da giovane ha letto Pirandello ("mi ha molto incuriosito la sua riflessione sull'identità e sulla follia del mondo"), Tomasi di Lampedusa ("ho apprezzato la riflessione sull'immobilismo e il trasformismo della classe dirigente siciliana"), Sciascia ("ho scoperto per la prima volta l'universo della mafia"). Le letture e la visione dei film, tra cui Il Gattopardo di Visconti e Il Padrino di Coppola, hanno contribuito a costruire la sua immagine dell'isola del sole. 

"Purtroppo in Francia - dice Pennac a Repubblica - l'immagine della Sicilia è spesso associata alla mafia più che al suo patrimonio artistico, archeologico è naturale. A questo proposito, ho l'impressione che molti film abbiano persino valorizzato l'universo mafioso, presentandolo come un mondo quasi cavalleresco dominato dall'onore, dalla fedelta. Saranno anche caratteristiche vere, ma dietro c'è sempre la violenza e il dominio dei più forti sui più deboli". 

Rai 

mercoledì 15 ottobre 2014

Quando ci cadono a terra


Quando ci cadono a terra è la fine. Così pensa il pessimista. La fine, senza scampo. Non ci può essere scampo e non ci possono essere neanche prelibati scampi per il pessimista. 

Il pessimista è così pessimista che pensa togliendo valore a ogni cosa e dunque sminuendo e sminuendosi. Sminuisce così il peso e la forma degli eventi, il peso e la forma di animali, cose e persone. Da quadrate diventano tonde e da tonde diventano quadrate. 

Quando insisti e insisti, al pessimista non gliene fai cadere a terra due, come è nella natura delle cose e come è naturale che sia. Ma gliene fai cadere a terra solo la metà, stravolgendogli il metabolismo. L'altra metà rimane rabbiosamente attaccata per suscitare ancora più rabbia nel pessimista. E se al pessimista ne cade a terra solo una e non due, è la fine e non una mezza fine come la logica ci porterebbe a pensare

Il pessimista non ha mezze misure, neanche per la buona salute del suo metabolismo. Non dire mai al pessimista che quella che gli è pesantemente caduta a terra è rimasta miracolosamente intatta, senza alcuna rottura. Fallo per il suo bene. Le ha già rotte abbastanza. 

martedì 14 ottobre 2014

I pesci reclamano facebook e twitter


Uno studio scientifico: anche i pesci reclamano Facebook. Può sembrare assurdo ma non è così. Una ricerca attenta, scrupolosa, ha dimostrato l'indimostrabile con un risultato inaspettato e per molti versi straordinario. 
I pesci si sono stancati di essere muti. Vogliono comunicare anche loro. Migliore occasione della diffusione planetaria dei social network? Si sono chiesti a gran voce. 
E non c'è solo Facebook tra i desideri dei pesci. Ci sarebbero anche Twitter e Instangram e pure Linkedin, stando sempre allo studio scientifico della Ittikol Pesce Spadal Company & C. (salute!). Tutto il mondo animale vuole parlare usando le vie di internet. 
Il silenzio, dunque, non sarà più prerogativa del mondo ittico. Fra non molto dovremmo cambiare anche il modo di parlare. Non si potrà più dire come ormai si dice da millenni: muto come un pesce. 
Allarme in Sicilia. I linguisti sono già al lavoro. 

I clandestini di Gulino, l'arte di chi vive e parla solo con l'arte

Ha rinunciato al lavoro fisso per un'idea, un’idea anch’essa fissa. Una proposta d'insegnamento a Urbino, una cattedra sicura di disegno. Ha rinunciato per vivere di arte, solo d'arte, dalla mattina alla notte. Sempre. Pure nel sonno, quando l’arte si alimenta di sogni.
Una scelta. Una scommessa. Un rischio. Una pazzia, per alcuni. Per lui no, per Franco Accursio Gulino. Artista totale, nel corpo, nei capelli, nella barba, nello spirito. Altro non poteva fare nella vita che l'artista. Con questa idea fissa è andato avanti, occupandosi solo d'arte, dipingendo, disegnando, creando. E tela su tela, istallazione dopo istallazione, si é fatto strada, non badando ad altro che alla sua arte. 
Una autentica rarità, specialmente dalle nostre parti, in Sicilia. 

Vive tra Sciacca, la sua città, e Roma. A Sciacca ha un atelier in Piazza Matteotti, nel cuore del centro storico. Nella capitale, ha uno studio nei pressi della stazione San Pietro, a ridosso del Vaticano. Lo vedi spesso passeggiare con gli amici in piazza Angelo Scandaliato, enorme terrazza sopra lo sconfinato mare africano. Poi entra nel suo ritiro, nella sua grotta, nel suo mondo, nei suoi colori, nei suoi inchiostri, nelle sue materie, nei relitti clandestini vomitati dal mare, per dare forma, spessore e anima alle sue creature parlanti, farle uscire dalla sua testa. 
Lo vedi dietro la vetrata del suo atelier dove scorgi paginoni a lui dedicati da importanti quotidiani nazionali come Repubblica, Corriere della Sera, Il Messaggero, cataloghi o illustrazioni realizzati con Micromega o Sellerio. Gira il mondo perché è apprezzato a livello internazionale. 

Ha aperto da qualche giorno una mostra a Palermo, dal titolo Clandestini, Passano all'asta i sogni, nelle sale del Palazzo Steri di piazza Marina, un tempo sede del tribunale dell'Inquisizione spagnola. Le opere di Gulino sono dentro il carcere della terribile inquisizione dove echeggiano ancora le voci, le urla, i graffi, di quegli uomini, di quelle donne bollate di eresia, di stregoneria o di altri reati.  
Opere ispirate ai clandestini, a tutti i clandestini. “Una condizione esistenziale, ancor prima che sociale e geografica”, leggiamo in una presentazione sul sito dell’artista, rappresentati “in grandi tele e istallazioni dove uomini privati di parola, di nome e di diritti si impongono con i loro corpi nudi come Cristi in croce, dove la Sicilia è un miraggio a stelle e strisce, dove i barconi di migranti disegnano itinerari nel Mediterraneo”.

Una mostra solo aperta e non inaugurata, come evidenzia l'artista, con le opere che per precisa scelta non riportano alcuna didascalia che ne illustri il contenuto. Il quadro deve parlare da solo, ti deve suggestionare, ti deve riportare su quel mare carico di speranza e di morte per tanti clandestini rimasti tali.  
E tu parli al quadro in una suggestione continua, in un rapimento che è lo scopo dell'arte. L'arte che cattura e non passa inosservata. L’arte che diventa arricchimento e non adornamento.
Una esposizione da vedere, per apprezzare l'arte di uno dei pochi veri artisti che vivono di arte e solo di arte. E fanno vivere l'arte. 

Raimondo Moncada



Franco Accursio Gulino Clandestini, Passano all'asta i sogni 
Palazzo Steri, Carceri dell'Inquisizione spagnola 
Piazza Marina, 61 Palermo 
4-26 ottobre 2014, da lunedì a domenica dalle 10 alle 18 


Le foto sono tratte dal sito dell'artista: 

domenica 12 ottobre 2014

Generazioni superficiali con gli ebook

Il libro di carta non potrà e non dovrà mai sparire. La carta è la profondità, il digitale è la superficialità. E non possiamo cedere alla superficialità. 
È un concetto espresso da Andrew Wylie in una intervista concessa a Federico Rampini e pubblicata su Repubblica il 9 ottobre 2014.

Andrew Wylie è presentato come "l'agente letterario più famoso e più potente del mondo" e come "l'agente dei Nobel" perché fanno parte della sua scuderia autori del calibro di Philip Roth, Salman Rushdie, Milan Kundera. Wylie sta portando avanti la battaglia contro il colosso Amazon, per salvare, dice, il libro, l'editoria, le librerie e gli scrittori di qualità. 

Per Andrew Wylie l'ebook non straccerà mai la carta:
"Il libro digitale su tablet va bene per le letture usa e getta, di rapido consumo. Ma per un romanzo di qualità, o per un serio saggio di economia, che vuoi rileggere in varie epoche della tua vita, il libro di carta resta imbattibile. Io a casa voglio essere circondato dai miei libri, inclusi i capolavori classici. Il digitale non è una cultura della profondità, è ideale per spaziare in superficie. E non sono favorevole a incoraggiare la superficialità. Si pagano dei prezzi, per questi errori". 

Un interessante dibattito si é aperto anche su internet. Le nuove tecnologie rendono a lungo andare stupidi? 

L'intervista completa su Repubblica in questo LINK

Pure Sciascia a Racalmuto per Il giorno della cilecca

Leonardo Sciascia alla fine è venuto. Non ha detto una parola ma è venuto. È sprofondato in una delle poltrone del suo Circolo Unione e si è messo, incuriosito, in ascolto. La presentazione del romanzo Mafia ridens (ovvero il giorno della cilecca) ha avuto così il suo corso, con l'avallo del padre de Il giorno della cilecca. 
La sua presenza non è passata inosservata. Racalmuto è Sciascia. Sciascia è Racalmuto. Proprio in questo luogo sono nati i suoi capolavori. Proprio nel Circolo Unione, osservando in silenzio i caratteri dei suoi frequentatori, ha preso spunto per delineare i suoi personaggi. Così come dalla frequentazione dei luoghi dove è nato e cresciuto, ad Agrigento, sono nate le opere di Raimondo Moncada, compreso Il giorno della cilecca pubblicato dalla Dario Flaccovio Editore. 
A conversare a Racalmuto con l'autore (Moncada, ovviamente, e non Sciascia che è rimasto solo in ascolto), è stato il giornalista Giancarlo Macaluso che nel novembre 2013 aveva presentato il libro alla Mondadori di Palermo.
Ad aprire l'incontro, promosso da Malgrado Tutto con il patrocinio del Comune, lo scrittore e giornalista Gaetano Savatteri. Ci sono stati poi gli interventi dell'assessore alla Cultura Salvatore Picone, del vicesindaco Carmela Matteliano e del direttore di Malgrado Tutto Egidio.
Si è parlato della storia di Calogerino, un ragazzo asociale, ignorante, affetto da mutismo, rimbecillito dalla tv e dai genitori, che un giorno si mette in testa di diventare un terribile boss per vendicarsi dei continui sfottò. Si è parlato della scelta, non comune in Sicilia, di affrontare un argomento scivoloso, con ironia e umorismo: l’istruzione, la cultura e anche il sorriso sono armi.
Si è aperto pure un piccolo dibattito con domande dal pubblico, con gli interventi ancora di Gaetano Savatteri e Enzo Sardo. L'autore si è anche esibito con un reading, recitando tre brani del libro. 

La "Conversazione al circolo" finisce a tarallucci e vino, nel vero senso della parola, con il vicesindaco Matteliano che dona a Moncada un sacchetto di dolci tipici di Racalmuto e libri sul paese. Così come i rappresentanti del Circolo Unione che hanno ospitato l’incontro. 

Leonardo Sciascia rimane in silenzio per tutta la serata. Come altre volte. “Quando decideva di aprire bocca o affidava il suo pensiero ai giornali tremavano in tanti”, si dice conversando sul balcone del Circolo, parlando dell’autore de Il giorno della civetta, della sua eredità e della sua presenza sempre viva a Racalmuto. Guardando giù, nel corso principale, lo si nota. Sempre. È appena uscito dal suo Circolo. È una statua, ma fuma e ragiona. Non smette mai di ragionare, anche quando si mette in posa per farsi una fotografia con i suoi estimatori. 

Leonardo Sciascia ribadisce il suo amore per la gente, per il suo paese, già espresso nel libro La Sicilia come metafora: 
"Tutti amiamo il luogo in cui siamo nati, e siamo portati a esaltarlo. Ma Racalmuto è davvero un paese straordinario. Oltre al circolo e al teatro, che richiamava un tempo le compagnie più in voga, di Racalmuto amo la vita quotidiana, che ha una dimensione un po' folle. La gente è molto intelligente, tutti sono come personaggi in cerca d'autore". 




venerdì 10 ottobre 2014

Apertura cancelli a Racalmuto per il Giorno della Cilecca

I cancelli apriranno già dal primo mattino. Non vi affrettate. Non c’è ragione nel paese della ragione. Uno alla volta. Siate ragionevoli. Non spingere. C’è posto per tutti. Ma chi arriva prima si siede. Questo è chiaro. Chi arriva dopo, esauriti i posti a sedere, starà in piedi negli spazi all’uopo creati per le posizioni erette. Chi arriva dopo l’esaurimento delle postazioni dedicate alle posizioni erette, potrà seguire l’incontro all’esterno, allungando l’orecchio o sollecitando il passaparola a chi è davanti. Sulla base delle presenze, si deciderà seduta stante, se organizzare altre repliche possibilmente allo stadio. 

Questo l'accorato appello rivolto a quanti si sono già organizzati con colazione, aperitivo, pranzo, apericena e cena a sacco per partecipare alla presentazione, nel paese di Leonardo Sciacca, del libro di Raimondo Moncada Mafia Ridens (ovvero il giorno della cilecca).  

Ricordiamo che il romanzo sarà presentato a Racalmuto, al Circolo Unione, sabato 11 ottobre 2014 con inizio alle ore 18,30A parlare del libro e a conversare con l’autore, sarà il giornalista Giancarlo Macaluso. Interventi introduttivi del direttore di Malgrado Tutto Egidio Terrana, del presidente del Circolo Unione Francesco Marchese, dell'assessore alla Cultura Salvatore Picone e del sindaco Emilio Messana

martedì 7 ottobre 2014

Il giorno della cilecca nel paese di Sciascia

Fa tappa anche a Racalmuto, il paese dell’autore del celebre romanzo Il giorno della civetta, il tour di presentazioni di Raimondo Moncada col suo romanzo umoristico Mafia Ridens (ovvero il giorno della cilecca).

Il libro, pubblicato da Dario Flaccovio Editore, sarà presentato sabato 11 ottobre 2014, con inizio alle ore 18,30 all'interno del Circolo Unione, il circolo di Leonardo Sciascia.
A conversare con Raimondo Moncada, sarà il giornalista Giancarlo Macaluso.

L’autore leggerà alcuni brani del libro che affronta il tema della legalità in maniera ironica, surreale, con un umorismo a tratti amaro.

Sono previsti gli interventi introduttivi del direttore di Malgrado Tutto Egidio Terrana, del presidente del Circolo Unione Francesco Marchese, dell'assessore alla Cultura Salvatore Picone e del sindaco Emilio Messana. 

La “Conversazione al circolo” è organizzata dall'Editoriale Malgrado Tutto, con il patrocinio dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Racalmuto e la collaborazione del Circolo Unione la cui sede si trova accanto alla statua di Leonardo Sciascia. 
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