mercoledì 24 maggio 2017

Bandito il sorriso, soffocato dai social

Siamo così interconnessi col mondo intero che, per empatia, non ci possiamo più permettere un sorriso. Meglio bandirlo per non fare figure meschine, così come bisognerebbe bandire ciò che lo suscita: una battuta, un post, un monologo, una foto, un video con contenuto comico, umoristico, ironico.
Oggi rischiano grosso. Rischiano di essere presi dalla comunità virtuale per cinici, per disumani, per cretini.  
Dobbiamo, dunque, moderarci, metterci la museruola, darci pugni alla bocca quando ci viene lo stimolo di una battuta di spirito o di un sorriso. Non si può più ridere apertamente, anche se ridere e con spontaneità (rompendo la catena del condizionamento) fa bene a noi come singoli individui e alla comunità alla quale apparteniamo. La risata è sinonimo di benessere, di gioia. È pure segno umano di reazione a uno stato di infelicità. Chi è depresso ha difficoltà a ridere. 

Perché tutti questi dubbi? Che succede? 

L’avvento dei social, del tutti dentro il calderone, con tutti gli istinti e le emozioni del mondo, ha innescato un meccanismo che sa molto di gabbia.  
Un tempo, non tanto lontano, c'era il momento del pianto e tanti altri momenti per non piangere e addirittura pure sorridere di cuore. Un momento per la sofferenza e uno per il naturale alleggerimento delle tensioni. Stati d’animo che gli umani condividono e si contagiano. Quando le comunità pre-social erano chiuse, gioia e dolore avevano modalità e tempi legati al grado di conoscenza e all’appartenenza a una famiglia, a un’amicizia, a un vicinato, a un quartiere, a una città. Quando c'era un dolore per umana solidarietà ci fermavamo, ci stringevamo attorno a chi soffriva. Piangevi assieme agli altri. Non ti veniva neanche voglia di una manifestazione contraria se non per tirare su il morale. Ma nelle comunità pre-social, chiuse, limitate, succedeva di tanto in tanto. 

Ora con i social, strumenti che ti mettono in contatto con tutti in tempo reale, nei cinque continenti, non è più così. La comunità di appartenenza non è più chiusa, ma aperta, troppo aperta. Quello che succede in Inghilterra, in America, in Australia ci tocca da vicino, perché certi fatti che accadono a migliaia di chilometri di distanza te li avvicina la tecnologia virtuale. Ce li hai davanti agli occhi, continuamente. E così se succede qualcosa a Manchester, a New York, a Parigi, a Mosca, è come se succedesse nel tuo condominio. Se ne parla così tanto, con foto, video, commenti, che per empatia non ti viene più la voglia di vivere la tua vita secondo la sua geografica direzione. Vieni sconvolto e travolto. E il tuo sconvolgimento cresce al crescere dello sconvolgimento generale che ora si trasmette con vibrazioni e sussulti via rete.
Lo stesso sentimento non si attiva quando tragedie accadono (o immaginiamo accadano) in zone che non hanno la stessa copertura mediatica. Succede così che ci sia tanta costernazione per una foto di un bambino morto sulla spiaggia. Ma non si registri la stessa costernazione per centinaia di bambini morti altrove ma di cui nessuno parla. C’è la pietà e la rabbia per la storia di un barbone morto di fame a Palermo e non c’è la stessa reazione per un poveraccio che vive di stenti accanto a casa nostra. Si ha la stessa reazione per un evento falso spacciato per vero. 
Ogni giorno succede nel mondo qualcosa a cui si dà grande risalto, la cui risonanza viene esponenzialmente amplificata dai social dando origine a virali condivisioni commentate e a discussioni arrabbiate. E siccome ogni giorno ci sono lutti ed al lutto si dà la precedenza e il maggiore spazio, perché è quello che attira la maggiore attenzione, l’onda emotiva che si solleva ti spinge all’inibizione di sentimenti contrastanti e alla sintonizzazione del tuo umore e del tuo modo di fare con l’emozione universale. Se un giorno ti svegli ignaro di un triste anniversario (che puoi anche vivere in commosso ma non ammesso silenzio), di una spaventosa tragedia avvenuta all’altro capo del mondo, e scrivi sui social qualcosa non in linea con le pubblicazioni correnti, sei preso di sicuro per un indifferente e trattato come il peggiore appartenente all’umanità. E se ridi o fai sorridere dopo una tua giornata magari pesante o dopo una sofferenza personale atroce (che per scelta non condividi e  non metti nella piazza), fai la figura della bestia perché inopportuno e fuori contesto. E sei preso per un emerito imbecille (per non dire altro) da raffiche di commenti di utenti che sui social non riescono a frenarsi oltrepassando i limiti della violenza verbale in uno spazio che porto franco non è. 
Qualcuno ti dirà: Fregatene! Lasciali sbattere. Continua a essere quello che sei. 
Io penso sia una cosa giusta. Ma bisogna in qualche modo tenere presente questa nuova realtà, tutta virtuale, dove trovi anche chi si costerna pubblicamente, graffiando tutto e tutti, per poi nella vita fisica essere tutto il contrario di quello che ha mostrato d'essere. C'è anche il fenomeno dei "Je suis" che per alcuni eventi si è propagato viralmente e per altri no. E c'è anche la questione dell'abitudine alle notizie di tragedie sempre uguali e ripetitive (vedi le stragi terroristiche, le stragi a mare, le stragi in Siria, le stragi in Africa...).  Ma questo sicuramente sarà oggetto di approfonditi studi sociologici e corsi universitari. Le mie considerazioni, invece, frutto di personali impressioni e di un vissuto social, potrebbero essere oggetto di sedute psichiatriche (è una battuta?). 

Raimondo Moncada

domenica 14 maggio 2017

Premio Nararro 2017 al Partigiano bambino, la dedica dell'autore

"Un riconoscimento che onora la memoria di quei giovani, come mio padre, che hanno dato il loro contributo, anche di sangue, alla Resistenza contro il nazifascismo, per donarci la libertà e la democrazia".

Queste le parole di Raimondo Moncada nel ritirare, ieri pomeriggio a Sambuca di Sicilia, il Premio Internazionale Navarro 2017 per il libro "Il partigiano bambino - la storia di Gildo Moncada", edito dal gruppo editoriale indipendente di Ad Est. 

È il primo riconoscimento ufficiale per un'opera che racconta la storia di una famiglia siciliana perseguitata dalla guerra e di un giovane agrigentino, Gildo Moncada, che a sedici anni si ritrova in centro Italia a combattere, forte dei suoi ideali, nella brigata partigiana "Leoni", rientrando poi a casa mutilato e dando per l'intera sua esistenza testimonianza della propria scelta e della tragedia del secondo conflitto mondiale. 


Il premio Navarro, giunto alla nona edizione, è stato indetto dal Lions Club di Sambuca Belice, dal Centro Studi Adranon, dal Team Sicilia my love. 




venerdì 12 maggio 2017

Che pena il Ponte Morandi, peggio di un reperto archeologico

Ho trascorso un giorno di festa, con amici di vecchia data, su uno dei punti più alti della mia natia città, Agrigento, a rimirare un panorama unico e a fare una schiticchiata. Prima, tanti anni fa, rimiravo lo stesso panorama dalla mia casetta di Vicolo Seminario, sotto la Cattedrale. Poi, trasferitomi al Villaggio Mosè (allora un deserto), ho continuato a rimirare il paesaggio dall’ultimo piano del liceo scientifico “Leonardo”, circondato dagli ospiti del soprastante manicomio (allora aperto).
Due visioni quasi identiche, ma non sovrapponibili. Simili perché in entrambe vedi il mare “aspro africano”, vedi una costa che ti apre il cuore, vedi la Valle dei Templi che, nonostante i miei cinquant’anni di familiarità, non mi stanco mai di vivere con meraviglia.
Un inciso legato proprio alla Valle degli Dei, prima di riprendere il ragionamento…
Sono fortunato. I miei polmoni hanno respirato storie millenarie, con i profumi dei mandorli e degli ulivi secolari e anche di caracitula. La mia anima è stata ristorata dalle sottili ma potenti energie che dalle profondità di questo protetto sito sono emerse coprendo tutto di magia assoluta. E ogni volta che ci passo con la macchina non vedo altro, mi sforzo di non vedere altro, quello che noi umani abbiamo costruito attorno alle divine pietre arenarie. Entro in questo spazio senza tempo, di silenzio, di arte, di religiosità, e ne esco un altro uomo (sempre con la stessa carta d'identità).
Chiudo l’inciso e riprendo il ragionamento iniziale…

L’elemento che differenzia le due visioni lo colgo dal terrazzo dell’amichevole schiticchio, proprio sopra uno di quegli edifici (che alcuni storici hanno battezzato “tolli”) che dalla mia umile casetta di Vicolo Seminario disturbavano l’originaria e netta visione che da tutte le abitazioni del centro storico si godeva prima del fervore cementizio. Dal terrazzo dello schiticchio – con i sensi di vertigine che ogni volta mi disturbano a certe elevate altezze –, ho rimirato per intero, senza più altri vastasi grattacieli davanti, il paesaggio marino con un punto di vista così nuovo e inaspettato che sono rimasto per ore stordito e sbalordito, non riconoscendo dall’alto i luoghi della mia vecchia città: da Piazza San Francesco, a Via Atenea, fino a scorgere uno spicchio di campanile del Duomo. E poi a sud, davanti a me, la Valle dei Templi, San Leone, Porto Empedocle, Punta Bianca…
Uno spettacolo da non credere per non dire vastaso.
Ritraendo lo sguardo, gli occhi si sono poi fermati sul grande budello di cemento armato sospeso in aria e sospeso pure alla circolazione veicolare. Parlo del budello meglio noto come Viadotto Morandi. Un’infrastruttura utile, comoda e molto funzionale alle esigenze del moderno traffico di auto moto bus e camion tranne treni, che in pochi minuti ti collega Agrigento a Porto Empedocle e alla strada statale per Sciacca e Trapani. Una infrastruttura che funge anche da circonvallazione. Un’opera pubblica che è stata tanto criticata nel tempo e presa pure a male parole perché, tra l'altro, alcuni piloni poggiano nell’area di una necropoli greca. Con le stesse male parole, una personasarebbe subito   collassata. Il Viadotto Morandi no!
Sul terrazzo vastaso (per estatica bellezza) l’ho guardato in tutta la sua lunghezza, seguendone con gli occhi il tragitto più e più volte percorso con mezzi meccanici. In pochi secondi ho così collegato Agrigento a Vigata. Ma ho anche a lungo meditato (scattando delle foto), stimolato dalla distanza, dall’altezza e dal nuovo inaspettato punto di vista.
Da qualche mese, il ponte è chiuso al traffico a seguito dell’allarme sicurezza sulle condizioni degli acciaccati piloni. Dall’alto e a distanza, non noti i segni di sofferenza. Vedi, comunque, una strada inerme e provi come uno strano senso di compassione per il suo stato, per la sua ormai avanzata età, per l’inutilità che una chiusura forzata comporta.
Mi ha fatto pena, va. Peggio di un reperto archeologico di cui si sconosce l’autentico valore.
Alla fine ti affezioni alle cose, per umana familiarità. Ti affezioni anche al Morandi e lo usi e lo percorri da un senso e dall’altro, senza pensare ad altre strade. E lo fai dimenticando, nell’attraversamento, nella sospensione in aria, e nel godimento del panorama mozzafiato, che il Viadotto Morandi è sempre stato un pugno nell’occhio rispetto alla pura visione del circostante paesaggio naturale, archeologico e marino.
Perché - sinaono chieste le nostre teste di automobilista, di motociclista, di camionista, di bussista - fare un’altra strada più lunga quando c’è una strada più corta?
L’alternativa sarebbe stata combattere per il suo costoso smantellamento (e prima ancora per non farlo realizzare). Ma non da soli. Da soli, a pala e picu, ci vorrebbero secoli. E Madre Natura non ci ha dato tutto questo tempo.
In attesa di decisioni o di interventi a salvaguardia della solidità del ponte e dell'incolumità degli attraversanti, io una soluzione a breve termine ce l'ho. Ed è magica. Dovremmo cambiare prima il nome del ponte chiuso da Morandi a Sesamo. Fatto questo adempimento burocratico, chiamerei a raccolta quanti hanno bisogno del viadotto e farei all'unisono recitare l'inossidabile e garantita formula: “Apriti, Sesamo!”.

Raimondo Moncada

martedì 9 maggio 2017

Premio “Navarro” 2017 al Partigiano bambino

Questa volta il premio viene da un’associazione internazionale, una città, un ente, una commissione giudicatrice. La notizia è stata ufficializzata oggi: tra gli insigniti del IX Premio Internazionale “Navarro” 2017, figura il nome di Raimondo Moncada, autore del libro Il partigiano bambino – storia di Gildo Moncada, pubblicato da Ad Est Edizioni.  
È il primo riconoscimento di questo genere, dopo i premi di pure emozioni e di consensi ricevuti nel corso delle presentazioni del libro, in Sicilia e in Emilia Romagna. E dopo i contatti di studenti che hanno manifestato l’intenzione di proporre la storia del Partigiano bambino per l’esame di quinto anno e l'interesse di istituzioni scolastiche che hanno richiesto copie del libro per avviare un lavoro di approfondimento in classe.
La cerimonia di consegna del premio internazionale “Navarro” 2017 è stata messa in calendario per sabato 13 maggio 2017, con inizio alle ore 16,30, nella sala convegni della Banca Credito Cooperativo di Sambuca di Sicilia, splendida cittadina siciliana in provincia di Agrigento, vincitrice nel 2016 del titolo di “Borgo dei Borghi”.


Il premio è indetto dal Lions Club di Sambuca Belice, dal Centro Studi Adranon, dal Team Sicilia my love. Tema della nona edizione: Sicilia e Sicilianità nella Cultura Letteraria Italiana. Previsti concorsi per giovani e adulti di Saggistica, Poesia, Narrativa, Teatro, Tesi di Laurea,  studi monografici su Vincenzo  Navarro o su Emanuele Navarro della Miraglia..   
Il Club Sambuca Belice, guidato dal giovane presidente avv. Loretta Abruzzo, - è scritto nella comunicazione del comitato organizzatore – ha rilanciato il Premio “Navarro” ideato e coordinato da Enzo Randazzo, scrittore e socio Lions, in concomitanza con il secondo Convegno di Studi Navarriani, con la partecipazione di studenti, dirigenti, docenti ed espressioni culturali dell’interland e con gli interventi di autorevoli studiosi, quali il prof. Carmelo Spalanca (Università di Palermo), la prof. Angela Campo, il saggista Pietro D’anna, lo storico Michele Vaccaro, il curatore scientifico prof. Gisella Mondino, i giornalisti Licia Cardillo (Direttrice de La Voce) e Joseph Cacioppo (direttore de L’Araldo), il critico letterario prof. Daniela Rizzuto. 

Tra i concorrenti – rendono noto gli organizzatori - saranno premiati: Raimondo Moncada, Michele Vaccaro, Roberta Ainis (Saggistica); Giuseppe Baldi, Enzo Sardo, Francesco Monaca, Maria Grazia Lala, Daniela Trovato, Giovanni Taibi, Anna Maria Castronovo, Francesco Billeci, Maria Giovanna Augugliaro, Francesco Rubino, Alba Sunshine Bettoschi, Paolo Antonio Magrì, Chiara Rossi (Narrativa); Salvatore Mirabile, Margherita Neri, Adriana Valenza, Anna Rita Murano, Giuseppe Macauda, Gaetano Lia, Antonio Barracato, Ausilia Minasi, Teresa Averta,, Dario Nicolella, Stella Radicati, Katia Olivieri, Carmelo Di Stefano, Sebastiano Impalà, Lia Lo Bue (Poesia); Accursio Soldano, Francesco Settecasi, Giusy Tuzza, Massimo Pantano, Margherita Ingoglia (Teatro).
Numerosi gli studenti premiati, provenienti dalla Sicilia e da tante altre regioni. Saranno, inoltre, conferiti dei Premi Speciali al presidente della Seconda Sezione Civile alla Corte d'Appello di Palermo Filippo Picone; al dirigente sanitario Pietro Greco; alla scrittrice modenese Roberta Dieci; al regista Raimondo Crociani. 
La premiazione, coordinata dalla professoressa Claudia Brunetta, si alternerà ad un concerto - reading coordinato da Enzo Randazzo, tratto dagli scritti di Vincenzo Navarro, Emanuele Navarro Della Miraglia e di alcuni testi premiati, con le voci narranti di Alice Titone, Paolo Buscemi, Mariangela Bucceri, Pippo Puccio, Marisa Mulè, Giuseppe Briganti, Laura Giglio, Angela Balistreri e con le suggestioni musicali del Duo SciuVal.

lunedì 8 maggio 2017

Panico da morte virtuale

Internet ti dà e ti toglie la vita. Nel senso che ti uccide, con la sua assenza. Uccide la tua attuale modalità di esistenza, quella creata sul WWW (World Wide Web). Una vita virtuale, ma pur sempre vita. 
Senza Internet si muore. Uno stacco ed ecco ritrovarti sconnesso da tutto: amici, attività, notizie... Ti fermi tu e si ferma il sistema che abbiamo creato attorno a uno spazio in cui viviamo in simbiosi col nostro avatar. 
Oggi, in Sicilia, si è vissuto il panico da morte virtuale. A un certo punto della mattinata i computer ci hanno abbandonato a noi stessi. Così come ipad, smartphone e orologi intelligenti. Non davano più segni di vita. Non ci hanno potuto neanche la respirazione bocca a bocca, gli elettroshock e le dure pareti contro cui qualcuno ha scagliato questi nuovi strumenti di collegamento di massa. 
Impossibile connettersi. Impossibile comunicare. Impossibile accedere a un sito di informazione, almeno per capire. Impossibile per tutti: privati, famiglie, aziende, istituzioni. Abituati a muoversi col navigatore internettizzato in strade sconosciute e che mai si conosceranno, c'è chi ha lanciato SOS da Palermo con le mani nei capelli e non più sugli inutili volanti: "Aiuto, non so dove andare!"
Cinque, dieci, quindici, trenta minuti... senza segnale internet. Minuti che col passare vano del tempo sono diventati ore, giorni, mesi, anni. Un'eternità riempita da infiniti pensieri e timori: che sta succedendo? 

Poi le prime telefonate, all'antica, a congiunti, amici, conoscenti, sparsi in diversi punti della Sicilia:
"A te funziona internet?"
"No!"
Telefonate che hanno alimentato inquietudini, in adulti e meno adulti (sereni gli anziani, refrattari alle nuove tecnologie e alla contaminazione informatica).

Un'isola isolata, tagliata fuori dal mondo, collegata solo dai sistemi nervosi di una popolazione impotente, impegnata per ore e ore a provare e a riprovare, compulsivamente, ad avere accesso alla vita online.

Una zona d'ombra si è allungata pericolosamente, con i pensieri sempre più neri in un periodo oscuro in cui hacker senza scrupoli entrano ovunque, pure nel naso per sabotare e rubarti i più segreti peli.

Isolamento causato da forze malefiche? Il preludio di un'aggressione, di un attacco cibernetico? 
Dopo quasi un'ora di buio, ecco di nuovo la luce. Il computer ti riapre la porta alla nuova vita. Il primo pensiero: verificare quanto accaduto. La prima notizia la trovo su "Blog Sicilia". Leggo di un "grave black-out informatico" che ha colpito la mia terra: "Un guasto al nodo di rete avrebbe mandato in tilt tutte le connessioni adsl e fibra siciliane" di un importante operatore telefonico. L'assenza di rete, viene sottolineato, ha creato notevoli disagi anche industriali e alla produttività di numerosissime aziende. 
Dopo la ripresa del segnale, di nuovo una brusca ricaduta. Di nuovo tutto bloccato, per non so quanto tempo. Di nuovo senza vita, senza la possibilità di prelevare da una banca il contante necessario per fare la spesa di inizio settimana. 
A dieta, a panico e acqua! 

Quasi tutto è ormai basato sulle reti internet. Anche le zappe dei tradizionali contadini, fra non molto si dovranno adeguare a questo inarrestabile andazzo (connessione che consentirà di sapere all’istante quante zappate ai piedi ci diamo e dove). 
Per oggi, dunque, non si mangia, non si lavora. Si può solo pensare o fare l'amore o fare una passeggiata. Tutto con estrema pacatezza, senza fretta, anzi rilassandosi, rallentando il respiro per come ci insegnano i maestri di meditazione dalle loro remote e sconnesse grotte tibetane, ritrovando nell'assenza di ogni attività virtuale il senso profondo della vita reale, onorando in tal modo il calendario e la data in cui si celebra la Giornata della Lentezza. 

Raimondo Moncada 

venerdì 5 maggio 2017

La sfiga del ladro

Una storia – vera o verosimile non importa – che sui social ha scatenato l’inevitabile discussione e pure condivisioni ancora non virali. Ma il virus è sempre in agguato. 

Ladro rientra a casa propria.
Uno specchio, 
un attimo di distrazione, 
non si riconosce col cappuccio in testa 
e si spara. 
FINE

L'animata discussione...
È o non è reato per un ladro spararsi credendosi un ladro?
E a che ora è avvenuto l’indefinito omicidio/suicidio, più omicidio che suicidio?
E poi ancora…
Autolegittima difesa, legittima autodifesa o eccesso di legittima o autolegittima autodifesa?

Tutto ancora da chiarire.
Si tratta – approfondiscono i commenti – di un reato nuovo oltre che fonte di disgrazia per la rottura dello specchio e causa pure di probabile risarcimento danni.
Il killer/vittima avrà le idee più chiare rivedendo le immagini della video sorveglianza che un ladro, se è un vero ladro e non uno scassapagliaro, provvede a installare a casa propria per paura di essere derubato da altri ladri, più ladri di lui. 

Rivedendosi, riconoscerà chi ha premuto il grilletto? 
E ancora... 
Chi ha sparato, ha colpito il ladro specchiato? Oppure ha colpito proprio il ladro vero, poi visto di riflesso allo specchio? 

Dubbi su dubbi, almeno questi legittimi che anche un ladro, nonostante la legittimità, può legittimamente avere senza alcun dubbio.  

Un delitto, comunque, feroce, una storia essenziale. E triste. Molto triste, al punto da meritare un bel titolo nei telegiornali, nella carta stampata e sui siti di informazione. Solo il titolo, breve, perché la storia è così scarna ed il protagonista così disapprovato nelle sue spregevoli azioni, da non meritare spazio per altri particolari. Solo poche righe: "Ladro si spara furtivamente, con una pistola rubata, credendosi ladro. E muore, allo specchio, sul colpo: il primo. Una sfiga più che una rottura".


Raimondo Moncada 

mercoledì 3 maggio 2017

Un genio, e non lo dico io

La Sicilia è terra di geni. Nativi e anche non nativi. In questa terra aperta dal mare, sono nati uomini e donne che con la loro opera hanno fatto brillare ancor di più un sole che, se non schermato, rischia di cuocerti il cervello. E in questa isola dal sole bollente approdano e vengono acclamati grandi menti che hanno rivoluzionato il modo di fare e di pensare in diversi ambiti, compreso quello creativo.
 Uno è Andy Warhol. Il suo genio l’ho visto aleggiare nelle sale dell'antico Castello Ursino, a Catania, sede di un museo civico. Nella fortezza, fatta costruire da Federico II di Svevia, all’ultimo piano, a partire dal 12 marzo (il 3 maggio prevista la chiusura), è stata allestita una mostra a lui dedicata. 


Un’esposizione con circa una sessantina di pezzi: grafiche su carta, polaroid e cimeli appartenenti al maestro della Pop Art. Ci arrivi seguendo un percorso obbligato che ti conduce, sala dopo sala, ad ammirare prima quadri e sculture medievali, rinascimentali e moderne, reperti archeologici di epoca ellenistica e romana, con gli occhi che si lasciano attrarre dalle grandiose tele ad olio di artisti siciliani dell'Ottocento: perfette, curate in ogni minimo dettaglio, dalle proporzioni al colore, dal chiaroscuro alla prospettiva.  


Andy Warhol, in cima a questo percorso in salita, rappresenta una martellata in testa e ai piedi. È la rottura di ogni schema, di ogni canone classico, di ogni regola anche moderna seguita dalla massa di artisti della sua epoca. 
Warhol come ogni artista può piacere così come non piacere. C’è a chi piace per la sua originalità, il suo rumore, la sua sperimentazione, la sua diversità fantasia. È riconoscibile, diverso, colorato. 


Il grande maestro della Pop Art ha seguito il suo genio personale che lo ha portato a fare arte con i nuovi strumenti della modernità e non più fermandosi ai tradizionali pennelli, alle tele, ai tubetti di colori a olio, alla prospettiva, alla bidimensione. Uno strappo che solo un genio, un cervello libero, si può permettere. Uno strappo che con la colorazione a più tinte di un volto di Marilyn Monroe o la proposizione in serie di una latta di pomodoro, ti rendono eccelso e riconosciuto come grande tra i grandi. Perché è stato il primo a farlo. Perché ha avuto l'audacia nel proporlo. Perché ha anticipato tutti gli altri. Perché alla fine ha fatto scuola. 


La Sicilia, quando vuole, non è un'isola. E ti propone martellate benefiche, iniziative di altissimo valore artistico e culturale. La mostra di Andy Warhol (con annessa visita a Catania) vale chilometri di macchina e ore di asfalto (per buona parte nella Strada degli Scrittori, di geniale sicilianità). Vedi, senti, parli col genio, osservi da vicino ogni piccolo dettaglio e resti sbalordito e ti chiedi: posso anche io fare uscire il Warhol che c'è in me? Perché non farlo? Ora, senza martello! 

Raimondo Moncada

martedì 2 maggio 2017

Mutilazioni scolastiche ed esami con la Storia

Le emozioni, ma anche le amarezze, non finiscono mai. Dopo le intense presentazioni al pubblico dell’ultimo libro, scopri il desiderio di una studentessa a presentare Il partigiano bambino – la storia di Gildo Moncada all’esame di fine quinquennio liceale come argomento centrale della propria maturità.
Me lo hanno rivelato i genitori della ragazza, facendomi rivenire i brividi.
Ti portano all’esame: ma si può fare?
Certo. Ma c’è un problema, legato soprattutto ai programmi ministeriali, così lunghi, così lenti, così fiscali, così condizionati anche da un anno scolastico che non è mai lineare, ma rallentato da vari imprevisti. E allora succede che gli insegnanti non arrivino a trattare quella fase della storia che è ancora dentro di noi, nelle nostre carni, nel nostro vissuto, nella nostra vita, in un paesaggio urbano ancora con case sfregiate dalle bombe e con fortificazioni mai distrutte. È quella fase della storia da cui è nato lo Stato che viviamo, da cui è sfociata la Costituzione oggetto pure di un esame popolare in una recente consultazione referendaria.
In un’aula scolastica, studi così la storia dell’uomo delle caverne e non quella dei protagonisti della seconda guerra mondiale, studi la poesia “S’i’ fosse foco” di Cecco Angiolieri e non la lirica “Alle fronde dei salici” di Salvatore Quasimodo… La scuola parte bene dall’inizio della storia dell’umanità e arranca alla fine, facendo fatica ad arrivare alla prima metà del Novecento, che sembra così lontano, ma è così tanto vicino.

Non è, dunque, così facile, così scontato per una ragazza di diciassette anni portare all’esame della propria maturità la storia di tanti ragazzi più giovani della sua età, animati dal “foco” di un ideale e dal senso dell’impegno e del sacrificio; giovani che, assieme alle loro famiglie, hanno vissuto la tragedia della guerra interrompendo pure gli studi con la scuola ufficiale ma non indietreggiando di fronte all’esame con la Storia.
Perché? C’è  il problema di come proporre l’argomento perché attorno al Partigiano bambino devi eventualmente far girare tutto il resto. L’esame di maturità, con la tesina, è un percorso multidisciplinare. Parti da un argomento centrale per poi agganciargli tutte le altre materie con collegamenti diretti, logici, storici. Ma per una scuola che non arriva a trattare il Novecento, nella storia, nelle lettere, nelle arti, nella fisica, negli ingegni, nelle follie, nelle rivolte, è un grosso ostacolo.
Come sostenere, allora, il desiderio di questa ragazza? Quali collegamenti suggerirle?  
Anche io, a scuola, al liceo, non sono arrivato a studiare, ad approfondire la storia che ha chiamato all’impegno anche mio padre, allora non ancora sedicenne. L’ho studiato dal vivo, scavando nell’oblio, riallacciando i collegamenti spezzati dal dolore della memoria familiare, vivendo la sua sofferenza e la fierezza di aver dato il proprio contributo.
Lui, mio padre, è stato mutilato nel corpo e nei sogni dall’esame con la Storia, noi delle generazioni successive siamo stati mutilati nella conoscenza e nella coscienza nel periodo della nostra maturità. 
La tesi della liceale deve essere ancora elaborata, proposta è accettata, ma mi emoziona già sapere del desiderio. 

Raimondo Moncada

domenica 30 aprile 2017

Invasi da trippa con leva straniera

“Mangiari di strata”. Ecco l'esatta traduzione di un evento culinario che sta avendo sempre più successo, richiamando gente da ogni dove e da tutti i ceti sociali, dall’infimo all’elevato. “Mangiari di strata” è però solo una traduzione personale, affettiva anche, di un fenomeno sempre più di massa e trasversale. Non è questo (“mangiari di strata”) il nome che in Sicilia, nella terra della lingua siciliana, si è dato alla popolare manifestazione mangereccia.

Ricordo, piccolino, a “Bibbirria”, ad Agrigento, ai piedi della Via Duomo, nel quartiere dove sono cresciuto, un tizio che si metteva con la propria macchina a vendere in strada frattaglie, o meglio “robba cotta”: sangunazzu, zirenu, trippa, pedi di porcu (riporto i nomi siculi per come li mangiavo con miei genitori e a casa di mia nonna Rosina, nella discesa Seminario, sotto la maestosa cattedrale). Nel portabagagli di una Fiat 850, il tizio teneva quattro pentoloni fumanti avvolti tra coperte di lana, con dentro ogni tipo di squisitezza, in bianco o condite con sugo e patate. Da leccarsi i baffi! Gesto che facevano pelosi adulti e glabri bambini. 

Non ricordo, persone in giacca e cravatta avvicinarsi al tizio per chiedere un pezzo di sangunazzo da mangiare al volo, scolanti, seduta stante. Magari passavano con la bava alla bocca davanti la macchina avvolta da una nuvola odorosa, ma non si avvicinavano. Io mi avvicinavo, così come mi avvicino alle “resistenti” putie fisse o ambulanti che vendono panini con meusa, stigghiola, salsiccia, panelle, crocchè, melanzane fritte, ma anche arancine e altre bontà.

Un tempo non si usavano inglesismi, americanismi, francesismi, terminologie incomprensibili prese a prestito da altri paesi stranieri, di cui si sconosceva (e si sconosce) il significato ma ti arriva la dolce musicalità. Oggi i forestierismi si usano per tutto, pure per mangiare e bere e fare i bisogni (ci chiudiamo nella toilette per fare un break e sfogarci). 

“Mangiare di strata” viene così tradotto con “Street food”, espressione molto più elegante, fine, raffinata, pulita, igienica, digeribile anche nonostante la frittura (da liceale scherzavo sempre con gli amici: più l'olio è fituso, usato, nero, simile a quello tolto da un vecchio camion in manutenzione, più è garanzia di squisitezza!). Trovo tabelle e insegne con la dicitura "street food" esposte sempre di più in attività a posto fisso (putie) o ambulanti (ci sono pure lape e laponi di "street food").

Con la leva straniera siamo così invasi da venditori di trippa nostrana e panini chi panelli in salsa siciliana, che fanno a gara a colpi di Sicily ketchup per ottenere un posto riservato in una fiera di "street food". Il successo è infatti garantito. Si è creato una sorta di turismo da "street food" (trippa per le nostre trippe!) per panze che rinviano il giorno di inizio della dieta. Soddisfazioni a tinchitè!


Lo stesso meccanismo si potrebbe usare per altro, per promuovere la cultura ("street library"), la socialità ("street community"), la sartoria ("street jeans" che non vuol dire "pantaloni stretti"!).

Il tizio della “Bibbirria”, modernizzato, usando l'espressione "street food" per la propria trippa, si sarebbe arricchito. Avrebbe chiesto al Comune il permesso per l’occupazione del suolo pubblico e occupare legalmente, con pentoloni di  interiora, il centro storico di Agrigento. Il mio natio quartiere, vivo, di robba cotta. 

 

Raimondo Moncada

www.raimondomoncada.blogspot.it

giovedì 27 aprile 2017

Disponibile nella uccelliera del free books a Ribera

Ciao,volevo dirti che una copia del 'Partigiano bambino' che mi hai donato l'ho lasciata nella casetta free books in piazza”. La comunicazione mi arriva con una tag su Facebook. La firma Cristina Cortese, assessore alle Attività Culturali e Politiche Giovanili del Comune di Ribera.  
È la stessa Cristina Cortese che ha promosso la prima rassegna di libri “Una spremuta con l’autore” con la presentazione, in prossimità del 25 aprile, del libro Il partigiano bambino – la storia di Gildo Moncada.

Ringrazio ancora una volta Cristina per l’attenzione, la stima, l’amicizia e lo stimolo a sapere. Perché la comunicazione mi ha portato ad approfondire e a tradurre iniziative denominate in una lingua non mia. 
Stiamo parlando di “little free library”, ovvero piccole biblioteche da strada a forma di uccelliere. Con questo semplicissimo stratagemma la cultura e la conoscenza hanno modi alternativi e gratuiti di divulgazione entrando in un circolo di condivisione libraria. Inseriti in queste piccole casette di legno, i libri si mettono a disposizione della collettività nel cuore dei quartieri. Ognuno è libero di attingervi, in uno scambio anonimo e gratuito. 

L’iniziativa, intuisco dalle interazioni sul social, è stata promossa a Ribera con l’associazione Tifeo (“un dono offerto alla comunità riberese che incoraggia lo scambio culturale e la partecipazione”). In una foto dell’associazione, Giulia Catalanotto spiega cosa sono le casette freebook: Sono casette di legno artigianali che contengono collezioni di libri in continuo cambiamento. I libri possono essere presi e depositati da chiunque. La regola fondamentale per far funzionare il tutto è ‘libro che prendi, libro che doni’ o, come piace a noi ‘prendi un libro, lascia un libro’. Il presupposto invece è che la comunità coinvolta partecipi”.
Il post di Cristina Cortese riceve subito il commento di Paolo Caternicchia, attivissimo operatore culturale, in prima fila alla presentazione del Partigiano bambino nella biblioteca “Antonio Gramsci” di Ribera: “Invito tutti a leggerlo: è un libro bellissimo”.

Emozioni su emozioni. Grazie, di cuore, a tutti.

Raimondo Moncada

giovedì 20 aprile 2017

Ribera, omaggio a Gildo Moncada: il partigiano bambino

Si presenta anche a Ribera il libro di Raimondo Moncada Il partigiano bambino – la storia di Gildo Moncada, edito da Ad Est. L’appuntamento è per  venerdì 21 aprile 2017, con inizio alle ore 17, nella biblioteca comunale “Antonio Gramsci”, sita in Via Don Minzoni 13. Introduce l’incontro l’assessore alla Cultura Cristina Cortese, con l’intervento di Filippa Garuana che presenta l'autore e il libro. Modera il direttore di Ripost Enzo Minio che conversa con Raimondo Moncada.    

La presentazione de Il partigiano bambino chiude la prima rassegna di libri denominata “Una spremuta con l’autore” promossa dall’assessorato alla Cultura in collaborazione con il Consorzio di Tutela Arancia di Ribera DOP.

L’incontro riberese dedicato a Gildo Moncada cala il sipario sulla rassegna, aprendo le celebrazioni del 25 aprile, anniversario della Liberazione dell’Italia. Il libro di Raimondo Moncada è, infatti, un omaggio a quanti hanno dato il proprio contributo durante il secondo conflitto mondiale per il sogno di una Patria democratica, libera da dittature e sopraffazioni. Il partigiano bambino racconta la storia di un giovanissimo siciliano, di Agrigento, tra i protagonisti del la Resistenza in Umbria e Toscana dove a Sansepolcro (Arezzo) venne gravemente ferito.


Il libro è già stato presentato in prima nazionale in Emilia Romagna (Vignola e Ravenna), seguita da Licata e Agrigento. È adesso Ribera ad ospitare Raimondo Moncada, figlio di Gildo Moncada, il partigiano bambino. Altre presentazioni in programma: in nord Italia e in Belgio. 
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