lunedì 16 febbraio 2015

Realizza il sogno del padre Gildo rialzando il tempio di Giove

Era una visione del padre, l’artista Gildo Moncada. Un desiderio espresso anche in pubbliche occasioni. Ho ancora viva nella memoria la presentazione della sua ultima mostra dedicata in gran parte alle vestigia dell’antica Akràgas “La mia valle dei templi”, allestita negli spazi espositivi di Via Atenea del Centro Culturale Pier Paolo Pasolini. Era il 28 gennaio 1994, il giorno dopo il suo sessantaduesimo compleanno. Ne parlò ai presenti, come sempre con la voce tremante dall'emozione. Propose di rialzare il più grande della classicità ellenica, per rivedere svettare sul Mar Mediterraneo la magnificenza del tempio di Giove. 

Impresa impossibile! pensai tra me e me, senza però esternare il mio pensiero.  

Quel sogno è ora divenuto realtà. Lo ha realizzato il figlio, l’architetto Federico Moncada, che nel 1994 era presente anche nelle vesti di espositore (papà Gildo volle alle pareti del Pasolini alcuni suoi disegni e quelli del fratello Raimondo). Il tempio di Giove oggi è in piedi. Si ammira nel suo splendore, nella sua maestosità, nei suoi colori, nelle sue sculture, nei suoi telamoni. Il tempio di Giove – secondo la fastosa ricostruzione con le innovative tecniche tridimensionali - si presenta come appariva due millenni e mezzo fa agli occhi meravigliati di quei magnifici architetti, scultori, pittori che prima lo sognarono e poi lo edificarono. Quel ragazzino, dopo quella mostra, si è laureato in Architettura a Palermo, è andato in Inghilterra, ha affinato le sue passioni poi divenute competenze informatiche nella ricostruzione tridimensionale, ha messo a frutto l’arte trasmessagli dal padre e lo stesso amore per l’antica Akràgas, è andato alla meticolosa ricerca delle fonti storiche, ha dedicato giorni e notti allo studio dell’edificio sacro fino a riuscire, con non poche difficoltà, nell'intento: realizzare il sogno del padre. Il tempio di Zeus è di nuovo svettante, anche se nella realtà virtuale. Le sue rovine furono utilizzate, nel diciassettesimo secolo, per la costruzione della cattedrale e per il molo di ponente di Porto Empedocle.
Il tempio si può ammirare in tutta la sua bellezza in 3D Dada, nel sito che l’architetto Federico Moncada ha dedicato alle sue diverse ricostruzioni tridimensionali. Nel sito c’è la storia del tempio, ci sono i riferimenti storici oltre ad alcune curiosità.
Io ne ho raccontata una personale, che nel sito non si trova.

Raimondo Moncada
(Fratello di Federico e figlio di Gildo)


martedì 10 febbraio 2015

Bob Dylan contro i critici, che vadano a farsi friggere

Le mie canzoni hanno diviso la gente. Alcuni si sono arrabbiati ascoltandole. Altri le hanno adorate. Non ho mai capito perché.

I critici sono stati duri con me, fin dall'inizio. Dicono che non so cantare, che gracchio, che gracido come un ranocchio, che non ho voce, che non ho estensione vocale, che non so tenere una nota, che mi faccio strada solo con una canzone.

I critici dicono che farfuglio le parole, che strazio le mie melodie, che rendo irriconoscibili le mie canzoni.

Perché riservano solo a me questo trattamento?
Che cosa ho mai fatto per meritarmi tutta questa attenzione? 
Perché proprio io, Signore? 

E adesso vado via. E me ne fregherò. Che vadano a farsi friggere. 

Bob Dylan

Tratto dal discorso tenuto alla cerimonia di Musicares a Los Angeles, dove ha ritirato il premio come persona dell'anno conferito dalla giuria dei Grammy Awards (l'intervento è stato pubblicato su Repubblica, il 9 febbraio 2015, e sul sito dell'Huffington Post )

Ci vuole arte pure nella carta igienica


L'arte non è alla portata di tutti. L'arte è arte. Non si improvvisa. Viene da dentro. E da dentro, con sentimento, fluisce fuori con incontenibile energia. 
Fluido magico. 
L'improvvisazione in certi casi fa male e lascia orrori indelebili. Delle macchie schifose. 
Ci vuole sensibilità pure nella fabbricazione della carta igienica. L'arte si sente. È un tocco che non tutti possiedono. Che non tutti ti danno. 
E il tocco del maestro lo percepisci, fino in fondo. Lo senti anche nelle cose apparentemente banali, di poco conto, insignificanti. 
L'arte è arte, è profumo della vita. 



lunedì 9 febbraio 2015

Quartieri a luci rosse, Agrigento batte Roma da più di duemila anni

Roma copia Agrigento, anzi l’antica Akràgas. I romani arrivano dopo. Come i numeri. Ma arrivano, in ossequioso rispetto nei confronti della Storia maestra di vita.   

All’ombra del cupolone si accenderanno le luci rosse (se passano la corrente). Così come si accesero, accecanti, sotto l’infuocato sole della Magna Grecia. Dalla capitale giungono notizie di un progetto che prevede la creazione nel quartiere dell’Eur di un’apposita area a tema, senza divieti e censure. 

Obiettivo: contrastare la prostituzione selvaggia e lo sfruttamento. 
Parola d’ordine: tolleranza. 

Amore libero, pulito, consenziente e bello, dunque. Così come lo fu, quando lo fu, due millenni e mezzo fa in Akràgas, l’ellenica Agrigento. 

Una scelta coraggiosa, avanti e indietro con i tempi. Ma non tutti sono d'accordo. E oggi le polemiche sono roventi. 

Secondo quanto riportato nell’ormai celeberrimo saggio di quel saggio di Raimondo Moncada dal programmatico titolo Dal Partenone di Atene al Putthanone di Akràgasla mitica dea Giumenta praticò la divina attività amatoria con effetti allucinogeni negli affollati sotterranei di un sacro edificio della Valle dei Templi (nel libro è ben localizzato). E cotanto (proprio così: cotanto) fu il diletto delle popolazioni che da tutto il mondo accorsero, che si aprì naturalmente una lunga e piacevole fase storica caratterizzata da pace, appagamento e serenità. 

Regnò solo l’amore.  

Giumenta, meglio conosciuta come il Putthanone di Akràgas, accontentava tutti, in par condicio, senza distinzione di sesso, di razza, di ceto sociale, di livello culturale, di numero di scarpe e di cintura. Bastava mettersi in coda e attendere il proprio turno. Si dava a chicchessia con gratuita generosità, di colpo in colpo, senza esclusione di colpi: “L’amore non ha prezzo”, diceva nei rarissimi momenti di pausa mai in menopausa (non ci arrivò). 
Divenne l’unica attrazione turistica della classicità, in un luogo subito divenuto polis di pilus  
   

Anche altre città dovrebbero seguirne l’esempio. Il nostro sostegno sarà massimo. Non solo sostegno. Avranno anche il convinto appoggio. È la condizione per una nuova pace vera e duratura. L’amore "abbabbisce" gli animi più bellicosi. 

Tratto dal blog satirico www.divinagiumenta.blogspot.it  



sabato 31 gennaio 2015

Dissi lu sceccu a lu mulu... tradotto il labiale dopo millenni

“A chi sì sceccu!?”
Ci sono delle volte in cui mi sento proprio così: asino, somaro. Non un animale, anche se appartengo alla stessa specie (animal sapiens). Non una bestia. Ma ignorante, un pozzo vuoto di conoscenze.

C’è tanto da sapere e il non sapere abbastanza mi crea disagio. E il disagio aumenta quando entro in una libreria, quando entro in una biblioteca. Ho la sensazione di essere schiacciato dalla montagna cartacea con i caratteri delle parole che mi mangiano dentro come i vermi.

Mi piacerebbe contenere tutto il contenuto di quei libri (un imbuto non andrebbe bene?). Ma non si può. Impossibile. Ci vorrebbero non so quante vite e io di vita ne ho solo una (forse nel prossimo futuro, con una scarica elettrica mi potrei trasmettere il contenuto di tutti i libri elettronici).  

Ogni anno, solo in Italia, si pubblicano circa 60 mila volumi (con una media di 250 pagine a volume, sono 15 milioni di pagine comprensive delle pagine dei libri che portano anche la mia firma). Ai 60 mila volumi, bisogna quindi aggiungere i libri stampati in altre nazioni e i libri già pubblicati nei secoli dei secoli fa, compresi i papiri egiziani e le scritte rupestri dei primi ominidi. Per non parlare delle informazioni contenute in miliardi di pagine di Internet.  
Meglio non pensarci perché se ci pensi lo “scecco” che c’è in me comincia a ragliare.

Ma perché lo scecco ha un significato negativo? Me lo sono sempre chiesto. L’ignorante, l’impreparato, lo svogliato, chi non studia, chi non ne vuole “mancu cu lu mutu” (neanche con l'imbuto!), chi piange di fronte alla pagina scritta, viene additato con frasi che non lasciano scampo: “Sì tuttu sceccu”, “Sì sceccu tunnu”: sei un asino, un somaro in modo integrale. Una volta, mi raccontano i più anziani, chi non studiava, chi sbagliava i compiti, era destinato a una terribile punizione: doveva indossare una maschera che raffigurava la testa di un asino e, da scecco, mostrarsi prima ai compagni di classe e poi seguire il resto della lezione dietro la lavagna.

L’asino, poverino, non è solo scecco, nel senso di ignorante, ma anche cretino, stupido, incapace, rozzo, testardo. Al femminile "sceccu" ha altri significati.     

“A chi sì sceccu!?”

L’asino è così sfortunato che non può neanche vantarsi di essere somaro. La saggezza sicula è emblematica. In siciliano si dice “sceccu ca s’avanta nun vali mancu un sordu”, asino che si vanta non vale neanche un centesimo di euro (il meno scecco di tutti è stato Socrate: "So di non sapere"). E si dice anche “megliu lu sceccu priatu ca lu sceccu a priari”, meglio un asino vanitoso ma allegro che un somaro stupido che vuole essere pregato per il potere che crede di avere. Ma l’asino è sinonimo anche di operosità, tanto utile all’uomo. Il significato è tutto in una proverbiale frase rubata al labiale di un somaro: “Dissi lu sceccu a lu mulu: semu dati pi dari lu culu”. 

La traduzione, a prova di contestazione, è tutta nell’onomatopeica saggezza. Il sapere costa fatica, ma sorride. 

Raimondo Moncada

venerdì 30 gennaio 2015

Il cuore agonizzante di Agrigento, gli ultimi battiti del '91

Un quarto di secolo. Cos’è cambiato in un quarto di secolo nel centro storico di Agrigento? Il suo cuore pulsa ancora in un corpo che perde un pezzo al giorno?

Me lo chiedo ritrovandomi per caso tra le mani il settimanale “La Tribuna” del 2 febbraio 1991, saltato fuori da un armadio della mamma. In quel numero è uscito il mio primo articolo su un giornale cartaceo. L'ho scritto all'età di 24 anni alla fine del mese di gennaio di 24 anni fa, dopo un tuffo nel luogo che mi ha visto nascere e muovere i primi passi in un miniappartamento di 45 metri quadrati di Vicolo Seminario, sotto la protezione della Cattedrale di San Gerlando. 
Ho l’onore di avere corredato il pezzo con grafici di mio padre, Gildo Moncada, che a quelle pietre ha legato la sua vita di uomo e di artista. Il servizio ha per titolo “Viaggio sentimentale nel cuore della vecchia Girgenti”. Ne ripropongo il testo per riflettere su quanto è cambiato da allora, dal 1991, da quando ho scritto il mio primo viaggio in un italiano dettato dal cuore.


Sono seduto su una panchina tricolore, linea terminale di una scritta a terra “forza italia”. Non c’è nessuno. Mi chiedo se veramente sono nel mio centro storico. Mi chiedo se realmente sono a San Giullà.

Piazza Don Minzoni è completamente congelata da un vento che fa vibrare perfino le antenne saldate della vicina radio diocesana. Non c’è anima viva. Ricordo il vociare festante di noi bambini serpeggiare con i nostri carrettini per quella discesa Duomo, ora completamente deserta. Solo una scolaresca riempie le gradinate della cattedrale, disperdendosi frettolosamente nei meandri di un cuore al quale è stata tolta l’anima. Un vecchio, riparato da uno scialle riccamente adornato, è appena uscito per riscaldarsi a quella insolita presenza. La moglie lo avverte di rientrare “altrimenti il latte si raffredda”.

È una fredda giornata di gennaio. Si ode solo il vento tra quelle pietre esanimi, sbattere qualche finestra lasciata aperta da chissà quanto tempo. Mi chiedo se è l’unica testimonianza vivente in tutta questa arida desolazione.

Scendendo per la scalinata di Via Raccomandata mi ricordo dell’allegra bottega di generi alimentari dove tutti noi bambini, prima di andare all’asilo dalle suore di Sant’Antonio, che non c’è più da qualche settimana, venivamo a farci il panino con la nutella che la signora Spirio attingeva da un coloratissimo contenitore di plastica.
Ora una porta scolorita, un muro dipinto da chiazze di muschio e da tremanti fili d’erba, un pezzo di tavola, con arrugginite targhette nelle quali resistono coraggiosamente quasi con orgoglio scritte “olio d’oliva”, “formaggio fresco”.
A dei passanti di colore chiedo se si trovano bene in un’architettura a loro familiare. Mi rispondono che hanno solo un tetto dove dormire e che poi non hanno modo di entrare in contatto con le poche persone rimaste.
Sempre davanti allo spazio della bottega, una volta riempito dal caldo profumo del pane del vicino forno, alla fine del tunnel dell’Arco di Spoto, completamente violentato da una maschera di intonaco, un’esile casina addossata pericolosamente a un edificio di due piani con evidenti segni di cedimento, richiama la mia attenzione.
Vi abita la zia Pina, della quale mi colpiscono le mani, rosse dalla malattia. Assiste suo marito gravemente ammalato, tenuto in vita dagli ultimi impulsi di un cuore profondamente legato, come fosse un’unica cosa, al cuore di quelle pietre.
Facendomi strada tra case abbandonate, porte sbarrate, cancelli incatenati, lucchetti arrugginiti, vengo disturbato dalla macchia sgargiante e stonata di una nuova “affacciata” che non ha nulla a che vedere con l’ancora dignitosa presenza delle circostanti case “vecchie”, parte integrante dell’antico tessuto cittadino.
Dopo avere attraversato, indisturbato, lo stretto corridoio di via Madonna della Neve, due ingressi aperti mi riportano a quella che era una volta questa parte di quartiere, riccamente adornato da profumatissime piante ai balconi, da trecce d’aglio, da tendine ricamate a mano, e da quella magica vitalità spontanea che rappresentava il soffio vitale di un quartiere abbandonato pure dall’illuminazione serale.
Salendo per la Via Santa Maria dei Greci, tra un “Si vende”, una falegnameria chiusa, balconi con vasi secchi, vengo nuovamente rivitalizzato dalla massiccia presenza di una scolaresca fermatasi davanti all’unica bottega di generi alimentari.
“Per noi ogni volta è una riscoperta”, afferma una delle insegnanti della scuola media “Quasimodo” di Monserrato, “però non possiamo pensare di recuperare un centro storico morto risanando la fatiscenza, ma cercando di aiutare quelle poche persone, per lo più anziani, o famiglie in attesa di nuova collocazione, rimaste isolate”.
“Con lo svuotamento umano del centro storico, abbiamo tolto l’anima al cuore di Agrigento, il cui tessuto può essere recuperato fisicamente, ma non avrà mai quella identità atavica se non porteremo le persone alle loro radici” incalza con tono rassegnato un volto emaciato di un vecchio passante chiuso dal freddo in una coppola nera e dentro una giacca evidentemente varie volte rammendate.
Sono gli ultimi suoni di una gelida mattinata di gennaio nel centro storico di Agrigento, profondamente provato e lasciato in balia di sofisticatissime macchine fotografiche ai cui comandi sono turisti dal biondo crine, tornati inconsapevolmente tra le mura della loro città. I normanni, gli arabi, gli spagnoli, vivono ancora qui. Per difendere un passato che può essere ancora il nostro futuro.

Raimondo Moncada

Pubblicato sul settimanale “La Tribuna” – 2 febbraio 1991, Anno 1, numero 13 
Direttore responsabile Gerlando Gandolfo 
Prezzo di copertina Lire 1.000 

www.raimondomoncada.blogspot.it 



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