martedì 15 maggio 2018

Il potere taumaturgico della scrittura

Il potere della scrittura, per diradare le nebbie, chiarire, capire, guarire, superare traumi, sanare le ferite, trovare oasi di serenità, crescere, essere meno infelici o addirittura felici. Perché il gesto della scrittura, con tutto il suo sviluppo, il suo dare forma (su carta o su schermo) all’informe, all’ignoto, all’insondato, è taumaturgico.
Scrivere ci aiuta, ci sostiene, ci stimola, ci scuote, ci indirizza, ci costringe a guardarci dentro, nei nostri abissi invisibili agli occhi e scendere giù inizialmente senza corde.
Non esiste solo la scrittura letteraria, ma c’è un altro tipo di scrittura che possiamo definire terapeutica, catartica.
È un tipo di scrittura che viene praticata da tanti. Ed è un tipo di scrittura che conosco.
Mi ha quindi incuriosito essere invitato alla presentazione di un libro che parla proprio di questo. È scritto da una psicologa siciliana, Gabriella Ilse Viscuso, e sarà presentato ad Agrigento, nella sala convengi di Casa della Speranza il 25 maggio 2018 con inizio alle ore 17,30. Il libro si intitola Percorsi di consapevolezza: la resilience delle parole, InEdit Edizioni.

“Il libro – leggo in una scheda –affronta lo strumento della scrittura come metodo che aiuta a sostenerci nel percorso di guarigione e di crescita personale. Indaga i benefici e le trasformazioni che la parola produce nella nostra natura fisica, emotiva e mentale e presenta il metodo autobiografico, la bioscrittura e la mindful writing come tecniche utili ad attraversare i traumi e le nostre ferite emozionali allo scopo di guarire, per poterci muovere”.

Alla presentazione interverranno: l’autrice del libro e psicologa,  Gabriella Ilse Viscuso; il direttore sanitario di Casa della Speranza Agrigento, Calogero Pintacrona; lo psicoterapeuta, scrittore e presidente di Spazio Reverie di Agrigento Renato Schembri; lo psicoterapeuta e direttore scientifico della collana Ipocket Saggi di Psicologia per In.Edit Edizioni Raniero Bastianelli.

Una nuova occasione per capire e per capirsi, per scoprire nuove vie, o meglio, nuovi strumenti di conoscenza di se stessi e cominciare a usare la parola come uno scalpello, per scolpirsi, giorno dopo giorno, colpo su colpo, divenendo artisti del proprio essere, della propria esistenza.
Col tempo, si faranno i bilanci. Ma bisogna avere la certezza che la parola scava gli animi come le gocce d'acqua scavano le pietre. 

Raimondo Moncada



martedì 8 maggio 2018

Il partigiano bambino diventa una canzone

Il partigiano bambino diventa ufficialmente una canzone, composta, arrangiata, incisa in un album di recente uscita. Il suo autore è Luca Taddia, voce dei Fev, cantautore emiliano con all’attivo diverse opere e prestigiose collaborazioni (ha scritto Bellemilia per Gianni Morandi). Il brano Il partigiano bambino chiude il suo ultimo album dal titolo L’apostrofo rosso. Me ne ha fatto dono a Bagnacavallo, dopo aver condiviso lo stesso palcoscenico in occasione della festa dell’Anpi: con un recital assieme a Lucia e Gaetano Alessi dedicato a Vittoria Giunti e a Salvatore Di Benedetto; un concerto dello stesso Luca Taddia con Fabio Cremonini con i canti della Resistenza e l’esecuzione dal vivo di alcune canzoni contenute nel nuovo disco.
Una primissima esecuzione della canzone Il partigiano bambino, fresca di componimento notturno, Luca Taddia l’aveva proposta il 18 giugno 2017, a Cà Malanca, durante la presentazione del libro dedicato alla storia di mio padre, Gildo Moncada (ricordo ancora il post sul suo profilo Facebook: “Si va al lavoro dopo una notte quasi insonne. Mi capita a volte. È arrivata l'alba che avevo finito un brano al quale pensavo da tempo. Dedicata ad una persona splendida come Raimondo Moncada e suo padre Gildo").
A Bagnacavallo il graditissimo regalo, con tanto di dedica, autografo, abbraccio e la sottolineatura: le canzoni a cui si tiene di più aprono e chiudono gli album. L’album L’apostrofo rosso è aperto dall’omonimo canto e chiuso dal Partigiano bambino.
Un componimento delicato, poetico, intenso, sentito – per me molto emozionante, nel testo, nella musica, nell’arrangiamento –, che canta un sentimento condiviso con Luca nelle prime presentazioni del libro in Emilia Romagna.
Dodici i brani contenuti nell’album, tutto in acustico.
Luca Taddia, voce e chitarra, si avvale della collaborazione di diversi artisti: Fabio Cremonini, violino e viola; Andrea Morelli, chitarra, wurlitzer; Valentina Giunta, cori.
Il libro Il partigiano bambino – la storia di Gildo Moncada, edizioni Ad Est, continua il suo cammino, inarrestabile, travolgente. Dal marzo del 2017 è stato presentato in diverse città dell’Italia e anche in Belgio, entrando pure alla Camera dei Deputati (le ultime presentazioni – in totale venticinque – a Genova e Casalgrande a fine aprile). Ha ricevuto due premi. Al libro è stato anche dedicato il concorso di letteratura “Una storia partigiana” a Lastra a Signa e il progetto lettura del liceo Linares di Licata. Ora il canto di Luca Taddia. E non è finita qui.

Raimondo Moncada
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martedì 1 maggio 2018

Scudetti di brocchi, arbitri e labiali



Incontri fotografici casuali, non voluti, a casa di tifosi appassionati, che ti costringono, nella spensieratezza festaiola del Primo Maggio, a inevitabili riflessioni, dopo le violente, reiterate, uguali a stampo e su tutti i fronti, reazioni contro la storica squadra di Torino che tanto unisce e tanto divide fino alla frattura. 

Anche allora - parlo dell’epoca di Scirea, di Causio di tanti altri del loro livello ben richiamati dalla commovente immagine - la Juventus vinceva sempre per demeriti evidenti; e grazie, sempre grazie, agli essenziali - e ripetuti nel tempo, per oltre un secolo - aiuti di un’intera classe arbitrale sempre a senso unico, con labiale accanimento, sempre per la stessa identica squadra, concentrati in un’unica formazione di brocchi super pagati, e indirizzati verso un unico e condiviso obiettivo: lo scudetto, diventato sinonimo di bianconero a cui far cambiare colore con ogni mezzo anche offendendo al cuore il credo di tanti tifosi juventini. 


Raimondo Moncada 

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domenica 29 aprile 2018

Un disperato ritardo



“Ritardo! C’è un ritardo!”

La notizia può farti urlare, saltellare dalla gioia. O, al contrario, può gettarti nella disperazione: “Come un ritardo?”

Tutto dipende da come quel ritardo lo vivi. Ma dipende anche dal luogo in cui lo vivi. Perché anche il luogo è importante. Specialmente se è popolato, pieno di gente, rumoroso, strepitante. Sono luoghi in cui, magari, non senti neanche quello che ti dicono e il tono in cui te lo dicono. Anche il tono è importante. Non basta il contenuto di un messaggio. Il contenuto spesse volte non dice niente. È il tono con cui lo dici, l’enfasi che gli dai, la sottolineatura, che riempiono il messaggio del suo valore, della sua efficacia. 

“A che punto siamo?” 

“Il ritardo aumenta, si accumula...”

E cosa devi fare? Come reagire di fronte a uno stillicidio del genere di ritardo in ritardo. Per non disturbarti con la notizia del ritardone vero e definitivo, ti danno le notizie poco alla volta. Lo fanno per abituarti, per tenerti buono buono. Questo pensi. E intanto rimani solo come tanti altri. Intanto si fa il deserto con tante solitudini. 

Non c’è la confusione di prima. Le saracinesche si sono tutte abbassate. Non vedi più aggirarsi per i lunghi e larghi corridoi illuminati personale in divisa. E tu sei seduto. Rimani seduto. Dopo che hai mangiato una piadina emiliana. Almeno questo. Te l’offrono con una bottiglietta di acqua minerale per riempirti lo stomaco, per cortesia, perché forse ti spetta, per non farti parlare, per farti attendere incollato alla sedia col cellulare in mano. Non sai cosa pensare per riempire il tempo. Meno male che c’è internet! che ti fa passare il tempo, che diluisce l’impazienza, che annacqua l’incazzatura del ritardo. 

Non hai più le forze. C’è quasi rassegnazione. Si attende con encomiabile civiltà. Sono orgoglioso della mia civiltà. Addirittura si scherza. Sento proprio persone che ci scherzano sopra. 

Siamo un centinaio, sparsi per le sale d’aspetto, seduti, come spettatori al cinema,  incollati allo schermo che ci aggiorna sul ritardo: inizialmente venti minuti, poi due ore e un quarto, poi quasi tre ore. Si attende. Arriverà. Si farà notte. Il ritardo non ti fa più né caldo né freddo: tre ore, quattro ore, cinque ore... Che importanza ha? Prima o poi l’aereo, il mio aereo, arriverà all’aeroporto Bologna, da chissà dove, per condurci a Palermo, in Sicilia, nella mia Sicilia. 

Che bello! Ascolto le persone che mettono da parte tablet e cellulari e socializzano in uno scalo deserto. Ci siamo solo noi. C’è chi ha già avvertito giù, in Sicilia, il marito autista costretto ad aspettare anche lui in macchina il ritardo. Meno male che c’è la radio, che c’è la radiocronaca con l’ultima partita della giornata di campionato e meno male che ci sono pure i grandi commentatori per i commenti finali sulla sconfitta del Napoli con la Fiorentina e la sempre contestata vittoria della Juventus. 

Non siamo più arbitri del nostro destino. Dipendiamo dalla Compagnia Aerea che non è italiana. È lei l’arbitro della nostra partita aeroportuale in cui in campo ci sono la Santa e Umana Pazienza umana e l’Impazienza Disumana e per niente Santa di chi domani mattina presto, senza alcun ritardo, deve presentarsi sull’attenti chi a scuola, chi a lavoro, chi semplicemente in famiglia, chi davanti a un giudice, chi davanti a una professoressa per le ultimissime interrogazioni che non ammetterà alcune giustificazioni per l’ennesima assenza. Intanto, ogni tot di minuti, sempre puntuale, ma mi scoccia cronometrarla, la voce gentile di una signorina in filo diffusione ci tiene compagnia: 

“Si informano i signori passeggeri che per motivi di sicurezza è assolutamente vietato lasciare i propri bagagli incustoditi”. La stessa voce te lo ripete in inglese, ma questa volta mi rifiuto di seguirla: non ci capisco niente. Preferisco stare accanto alla mia valigia con le rotelle fuori posto. 


Raimondo Moncada

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sabato 28 aprile 2018

Quello sfregio a Peppino Impastato



Lo sfregio a Peppino Impastato ti graffia l’animo. Peppino non ha pace neanche da morto, neanche lontano dalla sua terra, in Liguria, a Genova. Un taglio, un solco, e qualcos’altro di disgustoso, all’occhio sinistro in un murales a lui dedicato che un anonimo artista ha dipinto due anni fa in un vicolo (Vico della Rosa) del popolare quartiere genovese della Maddalena. Uno sfregio a uno dei simboli dell’antimafia la cui potenza ha oltrepassato i confini della Sicilia arrivando ad armare la mano di un artista locale che gli ha voluto rendere omaggio raffigurandolo, come un’icona, sacra, sorridente, da ammirare, da tenere sempre presente nel quotidiano, da cui trarre esempio, specialmente in luoghi  dove - mi raccontano - aumentano di giorno le confische alla ‘ndrangheta raggiungendo cifre da record. Uno sfregio che è stato fatto un paio di mesi fa e che ancora non è stato sanato. Uno sfregio che ci dice che ancora Peppino Impastato è vivo e la cui memoria visiva dà molto fastidio. 

Ma c’è chi non si lascia intimidire da evidenti segnali e continua a fare opera di resistenza come le tante associazioni che operano a Genova e nel quartiere della Maddalena che non conoscevo e che ho conosciuto. Presidi di speranza, di vitalità e di cambiamento. Come quello, vissuto, gestito da tanti appassionati volontari dall’associazione A.Ma. Nel quartiere alle spalle del grande porto e sotto la sontuosa Via Garibaldi, l’associazione ha aperto uno spazio biblioteca il “Maddalena 52”. 



Si utilizza l’arma del libro per combattere pacificamente, con la bellezza della cultura, la bruttezza di ogni sottocultura. Non solo prestiti di libri, in collaborazione pure con la biblioteca comunale, ma anche organizzazione di altri eventi di animazione, di intrattenimento o di approfondimento e presa di coscienza, come le due iniziative dedicate alle nuove resistenze: il 27 aprile la presentazione del libro Il partigiano bambino - la storia di Gildo Moncada; e, in una data ancora da definire, l’incontro con Gaetano Saffioti, l’imprenditore calabrese che da quindici anni vive sotto scorta per avere denunciato nel proprio paese, Palmi, la ‘ndrangheta. Saffioti sarà presente alla presentazione del libro di Giuseppe Baldassarro Questione di rispetto dedicato alla sua impresa (la storia di Saffioti è stata raccontata nel libro Periferie, di Gaetano Alessi e Massimo Manzoli). Il manifesto dei due eventi, “La Resistenza è viva”, è significativo: campeggia l’immagine di una pianta grassa, di un cactus, “perché è una pianta molto resistente, con i suoi lunghi e dolorosi aculei che ci spingono a essere sempre delle spine nel fianco”. 

Quello sfregio a Peppino Impastato è in qualche modo stato sanato dall’azione quotidiana dei volontari dell’A.Ma. 


Raimondo Moncada 

martedì 24 aprile 2018

Il mio 25 aprile, Lastra a Signa omaggia il partigiano Gildo

Mi emoziona l’omaggio in Toscana al 25 aprile e a uno di quei ragazzi, Gildo Moncada, che, lontano dalla sua terra, la Sicilia, diede un contributo alla Resistenza, alla lotta al nazifascismo. E lontano dalla sua terra, a Lastra a Signa, si ricorda quel giovane, quell’agrigentino che durante la seconda guerra mondiale, in Umbria, si arma dei suoi valori e dei suoi ideali e del suo anelito di libertà ed entra nella brigata partigiana “Leoni” a sedici anni per dare il proprio contributo alla Resistenza per poi ricongiungersi con i genitori e le sorelle, in Lombardia, mutilato. 
Ecco il mio 25 aprile 2018. Questa è la ricorrenza che ogni anno mi ricorda mio padre Gildo Moncada. Un anniversario che ancora oggi mi commuove. Questa era la sua data, la sua festa, il suo momento, il suo orgoglio, una fierezza che si manifestava ogni anno con quel fazzoletto tricolore dell’Anpi che si legava al collo in occasione delle manifestazioni che lui stesso organizzava ad Agrigento mettendosi silenziosamente in prima fila nei cortei, autorità tra le autorità, e rendendo omaggio ai caduti, a chi aveva sacrificato la propria vita, a chi era uscito come lui segnato per sempre nel corpo, a chi aveva lottato per la Liberazione.
Nonostante i miei 51 anni, divento sempre piccolo, figlio bambino di Gildo, il partigiano bambino, perché in questa occasione si sbriciolano tutti i muri della maturità. Questo 25 aprile, in Toscana, nel comune fiorentino di Lastra a Signa, si ricorderà mio padre e un’intera generazione protagonista della Resistenza. L’occasione sarà la cerimonia di premiazione del concorso letterario nazionale dal titolo “Una storia partigiana”, organizzato dall’Anpi sezione “Bruno Terzani” col patrocinio del Comune di Lastra a Signa.
Il tema del concorso quest’anno ha preso lo spunto da un brano del libro Il partigiano bambino – la storia di Gildo Moncada, edito dal gruppo editoriale di Ad Est.
La cerimonia chiuderà la due giorni dedicata a Lastra a Signa all’anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. È in programma il 25 aprile, con inizio alle ore 16,30, nella sala del Consiglio comunale, alla presenza delle autorità istituzionali, dei promotori dell’iniziativa, di tanti giovani. In questo modo si fa memoria, viva. Non si dimentica. Si mantiene aperta quella pagina di storia e se ne attualizza il significato affinché gli orrori della storia non si ripetano.

Due le sezioni del premio: poesia e racconti. Mi dicono gli organizzatori che la partecipazione è stata straordinaria. Sono arrivati da ogni parte d’Italia più di duecento elaborati, la maggioranza di grande valore per qualità letteraria e contenuti.

Ecco i vincitori:
Poesia: primo classificato Umberto Vicaretti di Roma per la lirica "Bruciano ancora"; seconda classificata Tiziana Monari di Prato, per "Polvere di stelle"; terzo classificato Bruno Bianco di Asti per "Difesa".
Racconti: prima classificata Sara Galeotti di Roma per "La donna di carta"; seconda classificata Francesca La Mantia di Palermo per "La va a minuti"; terza classificata Paola Cerri di Piacenza per "L'ultima notte ad Aleppo".

Cos’altro dire?
Grazie di tutto, di cuore, a chi ha voluto organizzare, a chi ha voluto patrocinare, a chi ha scelto il libro su mio padre per dare il via al concorso “Una storia partigiana”, a chi ha partecipato, a chi ha vinto, perpetuando non un ricordo, ma un impegno.

Raimondo Moncada  


martedì 17 aprile 2018

Il premio delle due lingue

La creatività non ha lingua, o meglio ne ha più di una, come il premio letterario “Alessio Di Giovanni” che di lingue ne ha due. Il premio dà la possibilità agli autori di esprimersi nella lingua a loro più congeniale: italiano o siciliano, così come preferiva il grande poeta, romanziere e drammaturgo di Cianciana (che scelse di scrivere nella "gagliarda e ardente, armoniosa e soave, e incisiva lingua di Sicilia").
L’Accademia Teatrale di Sicilia ha emesso il bando della nuova edizione del Premio nazionale a lui dedicato. È il ventunesimo anno consecutivo che viene promossa quest'iniziativa. Un premio longevo e prestigioso che registra ogni anno la partecipazione di tanti autori, che inviano le proprie poesie e i propri racconti da ogni parte d’Italia e anche oltre confine, come sottolinea il direttore artistico Enzo Alessi. 

I concorsi letterari della XXI edizione del Premio "Alessio Di Giovanni" prevedono le seguenti sezioni
     - Poesia in lingua siciliana; 
     - Poesia in lingua italiana;
     - Racconti in lingua siciliana; 
     - Racconti in lingua italiana. 


Gli elaborati vanno inviati entro il 31 maggio 2018, secondo le modalità previste nel regolamento pubblicato sul sito internet www.alessiodigiovanni.blogspot.it.


sabato 7 aprile 2018

Quel gesto della mano per tenere vivo un sogno


Quel gesto della mano, la destra, ferita a Sansepolcro, che ripeteva e ripeteva ossessivamente.

Come spiegare l’escalation di emozioni, oggi, al liceo “Linares”, nell’incontro che in aula magna ha concluso il progetto lettura dell’istituto dedicato al libro Il partigiano bambino e alla storia di mio padre, Gildo Moncada, se non con quel gesto della mano frantumata a Sansepolcro, nell’ultima sua azione partigiana, come il resto del suo corpo, che lui ripeteva e ripeteva quando il fervore artistico lo possedeva e lo portava a preparare le sue nuove mostre di pittura e di grafica. 

Ecco... quel gesto, lo stesso gesto, con quel movimento circolare delle dita della mano destra con cui cercava di non far morire il sogno di vivere d’arte, ha concluso la mattinata di oggi al liceo “Linares” che ha visto sul palco dell’aula

magna uno studente impersonare mio padre, con tavolozze, pennelli, tubetti di colori, ripetere quell’esercizio e quel rituale raccontato nel libro e a cui ha dato voce una compagna di classe. 


Due ore dense e intense su quel palco, studente tra gli studenti, commosso, a rispondere alle domande di tanti ragazzi, alcune volte più grandi di me, a riflettere assieme, e a rimanere io a bocca aperta per le continue sorprese che mi hanno riempito di umanità e di speranza. 

Il libro ha avuto uno studio, un approfondimento, una riflessione sulla seconda guerra mondiale, sulla Resistenza, sui valori della conseguente nuova Costituzione, sull’essere oggi cittadini del mondo. E il libro è stato creativamente lo spunto per una riscrittura di quel periodo - solo in apparenza distante - con gli studenti di cinque classi degli indirizzi Classico, Scientifico e Scienze Umane del “Linares” a musicare e cantare poesie dedicate a mio padre, recitare opere scritte per il concorso letterario “Una storia partigiana” del Comune toscano di Lastra a Signa il cui tema portante quest’anno è stato tratto dal libro. E poi ancora video, foto, letture a più voci di brani del libro e rivisitazioni critiche sulla presenza degli alleati in Sicilia e tanto altro ancora che ha avuto la sensibile conduzione di Giusi Di Franco, poetessa (ha scritto anche la lirica sul partigiano bambino, musicata e cantata da uno studente), insegnante di Lettere. Giusi mi ha accompagnato nel lungo viaggio, nelle profondità di una memoria comune aiutandomi a dare ancora voce e testimonianza a chi non c’è più. Un viaggio tra ripetute emozioni a cui ha dato il via il dirigente della scuola, Rosetta Greco che, in una introduzione molto sentita, ha parlato della Resistenza al nazifascismo come “bellissima lezione di libertà” e della Liberazione dell’Italia come un dono. 


In un’aula magna, degna di questo nome, accogliente, elegante, da poco ben ristrutturata, ha assistito a un momento di alta scuola, un pubblico variegato: rappresentanti di genitori, di club service,  di associazioni, di altre due scuole: l’Ipia Fermi e l’istituto per Geometri. 

Ho avuto testimonianza di una scuola viva, vera, stimolante, formativa, dove vivi, veri, stimolanti, formativi, creativi, appassionati, sono stati loro: gli studenti, i loro insegnanti, la dirigente e tutto l’apparato che  ho visto impegnato per la riuscita dell’iniziativa: il direttore amministrativo e i collaboratori scolastici. 

La mia infinita gratitudine a tutti, indistintamente, ai giovani studenti che mi hanno regalato la loro intelligenza, la loro curiosità, la loro cultura, il loro tempo, la loro arte, con domande, esibizioni, riflessioni, quadri, gesti, lacrime, con un libro che mi è stato restituito ridipinto con nuovi colori e sentimenti. Sono i ragazzi che frequentano la quinta e terza “A” dell’indirizzo Scienze Umane; la quarta “B” e la seconda “A” del Classico; la quarta “C” e la quarta “A” dello scientifico, seguiti da straordinarie insegnanti: Maria Rita Di Franco, Franca Bosa, Silvana Bracco, Daniela Pira, Sara Merro, Angela Mancuso. 

A Licata ho colto luci di speranza. 


Raimondo Moncada

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martedì 3 aprile 2018

Viaggio in Umbria nei luoghi del partigiano Gildo

Un giorno la tecnologia farà rivivere le foto d’epoca, le foto dei tuoi genitori quando si sono sposati, le foto dei tuoi nonni... Oggi non è ancora possibile. Ma questa possibilità è da sempre in nostro potere. L’immaginazione umana è più potente della tecnologia. Rende reale ciò che reale non è più, gli dà rilievo, gli dà carne, gli dà anima, gli dà voce, gli dà odore, gli dà respiro, gli dà vita. E non sei al cinema. Non è finzione. Perché lo rivivi veramente, lo partecipi con tutto te stesso, con tutti i tuoi sensi e ti emozioni.
L’ho provato. E ne do testimonianza a distanza di qualche giorno dal mio viaggio nella memoria a Perugia, su richiesta del direttore di Malgrado Tutto Egidio Terrana. Un viaggio che mi sta portando in giro per l’Italia, e oltre, per raccontare la storia di mio padre, per presentare il libro a lui dedicato: Il partigiano bambino
L’Umbria era una tappa obbligata. Ci sono arrivato dopo diciotto presentazioni, dallo scorso anno, dal marzo 2017, mese di pubblicazione del libro. Merito ancora di Gaetano Alessi e del gruppo editoriale di Ad Est, e di chi in Umbria mi ha voluto accogliere, organizzando due momenti di incontro nel giorno del ricordo della medaglia d’oro al valor della Resistenza Mario Grecchi, a Perugia e a Bastia Umbra: il comitato provinciale dell’Anpi (con la sua presidente Mari Franceschini e il professore Francesco Berrettini), il Circolo di Cultura Primo Maggio e l’Anpi Valle Umbra (con i rispettivi presidenti Luigino Ciotti ed Ettore Anselmo).

Perugia. Ritrovarsi nella città dove mio nonno Raimondo sperò di portare in salvo la famiglia dalla guerra, che gli stava per arrivare sotto casa, in Sicilia, ad Agrigento,  con lo sbarco degli angloamericani nel luglio del 1943.
Perugia. Conoscere i miei cugini, Moncada, figli dei figli di mio zio Francesco, che vengono alle presentazioni per abbracciarmi e ascoltarmi, per ascoltare l’origine della loro storia. 
Perugia. Ritrovarsi negli stessi luoghi delle foto che ritraggono per la prima volta mio padre, sedicenne, con la divisa di partigiano della brigata “Leoni” nei giorni della liberazione della città.
Un bambino, lui, all’epoca. E un bambino, io, che all’età di 51 anni cerca e raggiunge quei luoghi, esattamente quei luoghi e nello stesso punto. Chiedo a chiunque, con le fotografie dell’epoca a portata di mano, digitalizzate e conservate nella memoria dello smartphone che tengo come una bussola.
“Dove si trova questo edificio? Dovremmo essere in Corso Vannucci… nel luogo attraversato dal corteo dei liberatori di Perugia nel giugno del 1944. In quel corteo c’era mio padre, glielo faccio vedere… E quest’ingresso? Questa porta, con le bandiere sventolanti degli Stati Uniti d’America, dell’Inghilterra e dell’Italia? È l’albergo Brufani, allora sede di un comando fascista. Subito dopo la liberazione, mio padre è lì, fotografato, sorridente, perché quella foto l’avrebbe inviata ai familiari per dirgli di non preoccuparsi, che stava combattendo per la sua e nostra Patria, che era ancora vivo”.

Come un bambino, raggiungo quei posti fissati per mezzo secolo nella memoria. E, come se fosse una conquista da marcare, da non dimenticare più, mi faccio fotografare con il libro in mano, lo stesso libro in cui racconto la storia del partigiano Gildo, in cui c’è la rievocazione di quei giorni perugini nel racconto che lui stesso ne fa in una rara intervista concessa a Tv Europa in occasione di un 25 aprile dei primi anni Novanta.

Quel bambino, il figlio di quel partigiano bambino, a Perugia si sente come sospeso nel tempo, tra presente e passato. Ho pensato a come doveva essere. A cosa ha significato per un ragazzino fare quella scelta. Quali sentimenti lo animavano e lo spingevano ad andare avanti contro un nemico che sembrava invincibile. 
Nella mia memoria ricostruisco quelle fasi, metto assieme i luoghi del suo racconto e lo vivo, attraversando Corso Vannucci, sostando davanti al lussuoso Hotel Brufani e nel cantiere aperto nel palazzo che ospita il Teatro del Pavone dove nel settembre del 1944 mio padre si ritrovò seduto accanto al generale Harold Alexander, comandante delle Forze Alleate. Quel bambino, diventato troppo presto adulto,  non è più sorridente. È con le stampelle e senza una gamba, mutilato, ferito durante un’azione a Sansepolcro, in provincia di Arezzo. Territorio, poi, che al rientro attraverso in macchina con l’immaginazione in fermento che mi costringe a seguire mio padre nel luglio del 1944, nel giorno del suo ferimento.
È una storia ancora viva. Parole che non sono semplici parole, luoghi che non sono semplici luoghi, ma spunti per viaggiare nel tempo, come viaggiava lui nel tempo, sempre, ogni volta che ritornava a Perugia ospite del fratello Francesco, mio zio. Faceva sempre il giro dei suoi luoghi, rendendo omaggio ai suoi amici, ai suoi compagni morti e alla tomba-monumento, al cimitero di Perugia, del suo giovanissimo comandante di brigata Mario Grecchi a cui, a nome suo, ho lasciato un mazzo di fiori.


Raimondo Moncada 
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giovedì 15 marzo 2018

Gildo Moncada in Umbria, il figlio presenta il Partigiano bambino

Due presentazioni nel giorno di un triste anniversario. L’Umbria riaccoglie quel giovanissimo siciliano che durante la seconda guerra mondiale decise di dare il proprio contributo alla Resistenza raggiungendo sui monti la brigata partigiana “Leoni”. Quel ragazzo, rientrato poi a casa mutilato, dopo le gravissime ferite a Sansepolcro, è Gildo Moncada a cui il figlio Raimondo ha dedicato Il partigiano bambino. Il libro, edito dal gruppo editoriale di Ad Est, sarà presentato sabato 17 marzo a Perugia e a Bastia Umbra, alla presenza dello stesso autore, su iniziativa dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) e del Circolo Culturale Primo Maggio. Un’occasione per tenere accesa la memoria e sempre vivi i suoi valori. Un modo per esprimere gratitudine a un italiano che, assieme a tanti altri, rischiò la propria vita per la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

A Perugia, la presentazione si farà alle ore 10,00 nella Sala Pietro Conti della sede della Camera del Lavoro - Cgil. Ci saranno gli interventi di Raimondo Moncada, del partigiano Francesco Innamorati, del presidente provinciale dell’Anpi Mari Franceschini, con il coordinamento di Francesco Berrettini.
A Bastia Umbra, la presentazione è prevista alle ore 16,30 nella libreria Musica & Libri. Ci saranno gli interventi del presidente del Circolo Culturale Primo Maggio Luigino Ciotti, del presidente dell’Anpi Valle Umbra Nord Ettore Anselmo, dell’editore di Ad Est Gaetano Alessi, di Raimondo Moncada.    
Gildo Moncada, a ventuno anni dalla morte, fa dunque il suo ingresso a Perugia, e con tutti gli onori su iniziativa di un circolo culturale e di un'associazione, l'Anpi, di cui per tanti anni ad Agrigento è stato il responsabile provinciale. Due le immagini che lo legano al capoluogo umbro e che sono inserite nel libro del figlio: sono foto scattate nei giorni della liberazione della città (19-20 giugno 1944) alla quale prese parte, e la conferenza con  il generale Harold Alexander, comandante in capo delle forze alleate in Italia, al Teatro del Pavone (3 settembre 1944) dopo il gravissimo ferimento a Sansepolcro.

Il 17 marzo sarà un giorno di grandi emozioni. Si presenterà il libro su Gildo Moncada e si renderà omaggio al suo comandante di brigata, Mario Grecchi, medaglia d’oro della Resistenza, con una visita alla sua tomba monumento nel cimitero di Perugia, nel giorno della sua fucilazione, nel 1944, nel poligono di tiro, da parte dei nazifascisti.  


Il partigiano bambino riprende, dunque, il suo cammino dopo essere stato presentato lo scorso gennaio nella biblioteca comunale "Aurelio Cassar" di Sciacca e nel liceo statale “Martin Luther King” di Favara. E dopo aver toccato nel 2017 Vignola (Modena), Ravenna, Licata, Ribera, Palma di Montechiaro, Reggio Emilia, Brisighella, Burgio, Riesi, Modena, Carpi, San Martino in Rio, Menfi, Agrigento (per ben tre volte), Roma (Camera dei Deputati), Bruxelles. 


mercoledì 7 marzo 2018

Quattro donne (e un maschio) alla guida dell’Italia

Tre donne al comando dell’Italia, anzi quattro. Non è una chimera, un’illusione. Quattro donne: una nello scranno più alto della Camera dei Deputati, una al timone del Senato della Repubblica, una Premier a guidare il Consiglio dei Ministri e il governo del Paese, della Nazione, della Patria, dal Sud al Nord passando per il centro e girando per le grandi isole Sicilia e Sardegna.
Istituzioni rosa, amministrazione della Cosa Pubblica rosa. Palazzi rosa, visioni rosa, prospettive rosa, futuro rosa.
Rosa: un bel colore, per una rivoluzione copernicana che romperebbe le granitiche sicurezze di sempre del mondo maschile.
Con la rivoluzione, avremmo non solo i parcheggi rosa riservati alle donne in dolce attesa; non solo i gesti da cavaliere per cedere il posto non rosa sull’autobus a una donna in piedi; non solo le quote queste sì rosa nelle liste elettorali imbottite a forza di candidate al Parlamento, al Consiglio Comunale, al Consiglio Regionale, al Consiglio scolastico e condominiale... Avremmo un intero Stato e un intero Status in mano alle donne! 
Perché no!?
Angela Merkel, nella confinante e precisa Germania, è già al suo quarto mandato come cancelliera, cancellando ogni virile ambizione maschile. In terra tedesca, non c’è gara, non c’è storia.  
La stessa cosa potrebbe avvenire anche in Italia, in un momento di grandi stravolgimenti provocati dall’urlo delle urne. 
Si potrebbe anche a un nuovo sesso nei posti chiave in mano da secoli e seculorum agli uomini (un tempo considerato sesso forte). Si potrebbe così cambiare il cervello dentro la scatola cranica delle Istituzioni. Si potrebbe così cambiare la sensibilità al tatto delle pubbliche amministrazioni. Perché le donne - diciamocelo con sfacciata sincerità - sono diverse dagli uomini, per natura, per costituzione, per composizione cellulare, per qualità dei neuroni. Pensano in modo differente. Agiscono in modo differente.  E non è questione di gonna, di capelli lunghi, di voce, di seno, di grembo (il seno e grembo fanno cattiva mostra di sé negli uomini con la panza). 
Lo dobbiamo ammettere. E ammettiamolo, senza più il retaggio dei condizionamenti. 
A questo punto ci vorrebbe un bel segnale proprio nel giorno - coincidenza vuole - in cui si celebra la giornata internazionale dedicata proprio alla donna. 

Analizziamo, per un attimo, l'attuale fase 
Dopo il risultato del voto del 4 marzo, la situazione politica è chiarissima anche se apparentemente bloccata, con nessuno dei tre principali soggetti ad avere in autonomia la maggioranza dei numeri in Parlamento.
Premetto: non vorrei trovarmi nei panni del Capo dello Stato, il siciliano Sergio Mattarella, impegnato a leggere un’infinità di valutazioni, previsioni, soluzioni per sbrogliare l’intricata matassa.
Io suggerirei, prima ai leader dei partiti e poi al Presidente della Repubblica, di prendere in mano un nuovo mazzo di carte. A questo punto tirerei fuori le prime due carte con l’effigie di donne ed eleggerle sic et simpliciter alla massima carica dei due rami del Parlamento. Poi tirerei fuori una terza carta con l’effigie di un’altra donna a cui affiderei, senza alcun latinismo, la responsabilità del nuovissimo Governo: “A succedere a Gentiloni sarà una rappresentante del Gentil Sesso!”.
Manca - mi dirà a questo punto qualcuno - la quarta carta. Quella è da tirare fuori al termine del settennato di Sergio Mattarella. Parliamone dopo il 2022. 
Dopo un Presidente potrebbe insediarsi una Presidente (e non Presidentessa) della Repubblica, e sarebbe la prima in assoluto.
Quattro donne tutte d'un colpo sono tante? 
Almeno tre... due... una su quattro, per cominciare o ricominciare, potrebbe essere vincente. E poi, gradualmente, giocarsi tutte le altre carte. Alla fine, un governo di sole donne noi uomini non lo accetteremmo: ci sentiremmo esclusi, degradati, mortificati. Troppo presto! l'evoluzione ha i suoi tempi, lenti, accelerati ora dai social. Lasciamo che sia la natura democratica a dettare via via le scelte. Anche se nella vita e nella famiglia comandano già loro - madri, mogli, compagne, sorelle - col cuore e con la testa. E questo lo accettiamo, tacitamente, noi uomini, re senza corona. Perché con loro, fantastiche regine, l'esistenza è, dall’inizio dell’avventura umana, la festa delle donne.  

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it

lunedì 26 febbraio 2018

Torna a Perugia il partigiano bambino Gildo Moncada

Sarà un’immersione nella storia, nell'intimo di chi mi ha messo al mondo e nelle profondità della mia famiglia. 
Già lo sento. 
Un’immersione totale, dove tutto è cominciato, dove un ragazzo di poco più di quindici anni decide in una terra allora per lui straniera, di lasciare i genitori, di lasciare ogni sicurezza, di abbandonare la dimensione della propria violata innocenza, e di aggregarsi ad altri, a tanti altri, sui monti, al freddo e al gelo, riscaldati da un anelito di speranza, da una comunione di ideali, da un unico grido: libertà!

Perugia. È ufficiale. Il libro Il partigiano bambino sarà presentato anche in Umbria, il 17 marzo. Non una data qualsiasi. A darne notizia, Gaetano Alessi, del gruppo editoriale di Ad Est che ha pubblicato il libro e da un anno lo promuove in giro per l’Italia e oltre, anche in Belgio: “Gildo Moncada torna nei luoghi dove ha combattuto per liberare l'Italia. Grazie all'Anpi per averci voluto. E il partigiano siciliano, capace di correre con una gamba sola, continua il suo cammino”.

A giorni avrò ulteriori dettagli.

Intanto, comincia il fermento interiore con i circuiti della memoria che si accendono, uno dopo l'altro. A Perugia, sono stato, ma tantissimo tempo fa. Ci ritorno dopo circa mezzo secolo. La prima volta ero un essere minuscolo, di tre-quattro anni. Allora non davo peso a niente. Tutto era una meraviglia e aveva lo stesso valore. Questa volta sarà diverso. Con pochi anni di vita, entrai nel capoluogo umbro, a bordo di una 500, con l’innocenza di un bambino e la curiosità di incontrare zii e cugini che in una parte lontana dell'Italia portavano il mio stesso cognome (un cugino anche il mio nome, il nome di nostro nonno). Adesso ci metterò piede (l'ho già fatto con la testa) con la maturità e il desiderio di un figlio che, per ricomporre la memoria di un padre, continua a cercare le schegge di una storia, di una vita, che proprio qui, nel centro del nostro Paese, venne segnata per sempre da una convinta scelta. Mio padre si ritrovò in Umbria da un giorno all’altro perché mio nonno, per mettere in salvo la famiglia dall’imminente guerra in casa, ad Agrigento, con l’annunciato sbarco degli Americani decisi a sradicare il nazifascismo dall'Europa, vendette tutto, per trasferirsi in un luogo che gli avevano assicurato essere sicuro. Ma così non fu. La guerra lo inseguì fino al 25 aprile 1945, a Brescia, a Calcinato, dove poi si rifugiò lasciando Perugia e un figlio, Gildo, che a sua insaputa, scelse di restare, per salire sui monti, entrando come volontario nella brigata partigiana “Leoni”. Due le immagini che lo legano a Perugia: i giorni della liberazione della città (19-20 giugno 1944) alla quale prese parte, e la conferenza con  il generale Harold Alexander, comandante in capo delle forze alleate in Italia, al Teatro del Pavone (3 settembre 1944) dopo il gravissimo ferimento a Sansepolcro.

Il 17 marzo il mio ritorno a Perugia, da adulto, per parlare di mio padre, della sua storia, della sua scelta, della sua vita, nello stesso giorno in cui, nel 1944, il comandante della sua brigata, Mario Grecchi, medaglia d’oro della Resistenza, venne fucilato dai nazifascisti nel poligono di tiro. 

Avrò bisogno dell'aiuto di una forza superiore per reggere all'urto emotivo. 

Il partigiano bambino, dunque, riprende il suo cammino dopo essere stato presentato lo scorso gennaio nella biblioteca comunale "Aurelio Cassar" di Sciacca e nel liceo statale “Martin Luther King” di Favara. E dopo aver toccato nel 2017 Vignola (Modena), Ravenna, Licata, Ribera, Palma di Montechiaro, Reggio Emilia, Brisighella, Burgio, Riesi, Modena, Carpi, San Martino in Rio, Menfi, Agrigento (per ben tre volte), Roma (Camera dei Deputati), Bruxelles. 

Un'inarrestabile emozione, una memoria che continua a ricostruirsi. 

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it

venerdì 23 febbraio 2018

Nessuno scende più in piazza

Nessuno scende in piazza per il Sud, contro l’agonia di un pezzo d’Italia.  
Nessuno scende in piazza per il lavoro.
Nessuno scende in piazza per chi perde il lavoro.
Nessuno scende in piazza per i poveri che diventano sempre più poveri.
Nessuno scende in piazza per la difesa dei diritti calpestati.
Nessuno scende in piazza per chi muore di fame.
Nessuno scende in piazza per i dimenticati.
Nessuno scende in piazza per la fuga dei cervelli all’estero.
Nessuno scende in piazza per dire no alla guerra in Siria e ad altre mille guerre di cui non si parla.
Nessuno scende in piazza per le stragi di bambini.
Nessuno scende in piazza per le stragi occultate.
Nessuno scende in piazza per la pace, contro la guerra, contro il terrorismo.
Nessuno scende in piazza per il disarmo, contro la proliferazione nucleare.
Nessuno scende in piazza per la civiltà, contro le mafie, contro il femmincidio.
Nessuno scende in piazza per l’acqua che si riduce e che diventa più cara.
Nessuno scende in piazza per l’aria, contro l’inquinamento.
Nessuno scende in piazza per costruire il futuro per i nostri figli.
Nessuno scende in piazza per difendere le conquiste della storia.
Nessuno scende in piazza per le libertà minacciate, contro l’odio.
Nessuno scende in piazza per gli uomini, per le donne, per gli anziani.
Nessuno scende in piazza per me (e ci può stare!).

Nessuno scende in piazza neanche per vedermi, solo, in piazza, seduto su una panchina, sordo alle voci circostanti, cieco alle presenze del mondo, a digitare sul mio smartphone che nessuno scende più in piazza.  

Raimondo Moncada

giovedì 22 febbraio 2018

Una pensione agli accaniti accusatori digitali

Daranno la pensione a chi ha insultato per ore ore e ore, ossessivamente, Sciacca, la provincia di Agrigento, la Sicilia, il Sud, augurando le peggiori disgrazie: attacchi terroristici, terremoti, malattie letali, la cancellazione dalle cartine geografiche. Un violento, continuo, attacco sui social con ingiurie, invettive, minacce di morte, inviti a boicottare il territorio, a non metterci più piede (scarpato o scalzo), a zittire pure la voce di Siri e la voce dei suoi familiari che sulle loquaci mappe interattive parlano troppo continuando colpevolmente a indicare Sciacca e la Sicilia quali mete turistiche da visitare.
Dichiarazioni a mitraglia che non si contano più, battute e ribattute sui social attraverso la tastiera di computer e smartphone. Un’azione fisica, usurante che sta coinvolgendo migliaia e migliaia di utenti da tutt’Italia, accaniti, inferociti, di cui la mia turbata immaginazione ha visto il luccichio negli sviluppati denti canini.
Un incubo!
Utenti che da giorni e giorni, hanno scritto, e scrivono ancora, abusando dei delicati polpastrelli nell’inarrestabile foga diffamante.
Ci vorranno i certificati medici. Ma possiamo già fare un quadro immaginifico: c’è chi accusa reumatismo e chi artrosi; chi microfratture alle falangi, falangine e falangette; chi paralisi ai piccoli muscoli delle dita digitanti; c’è chi, addirittura, ha avuta cancellata l’intera impronta digitale divenendo per la polizia anonimo, senza volto; c’è chi si è ritrovato senza dita, cadute a quanto pare per l’iperproduzione di tossine velenose nel sangue.
Per loro, così impegnati, così instancabili, così generalizzanti, si proporrà una legge ad hoc per l’ottenimento - da parte di un apposito istituto previdenziale - di una pensione di invalidità. Verrebbe così riconosciuta per la prima volta l’indennità da attività usurante agli accusatori accaniti che invece di accusare il mostro di Firenze dei delitti commessi accusano l’intera Firenze di essere mostruosamente responsabile. Quello che sta avvenendo dalle mie parti: l’intera Sciacca viene accusata della mostruosa mattanza di animali opera di uno o più crudeli squilibrati (come per il mostro di Firenze) da individuare e sottoporre a severa pena dopo civile processo nelle apposite aule di tribunale della democratica Repubblica Italiana. 
Ci sono ottime possibilità che la proposta venga accolta e diventi legge dello Stato e che venga pure copiata para para in altre parti del mondo. 
Intanto, vengono segnalate polpette avvelenate in tutto il territorio nazionale e non da ora. Ma non è la stessa cosa di quanto avviene al sud, in Sicilia, a Sciacca, a casa mia, su cui si continua a riversare veleno...

Queste potrebbero pure essere le mie ultime, dolci, parole. Addio (anche se, prima di lasciare, meriterei pure io la pensione accusando ossessivamente gli accusatori ossessivi)!

Raimondo Moncada
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