giovedì 20 aprile 2017

Ribera, omaggio a Gildo Moncada: il partigiano bambino

Si presenta anche a Ribera il libro di Raimondo Moncada Il partigiano bambino – la storia di Gildo Moncada, edito da Ad Est. L’appuntamento è per  venerdì 21 aprile 2017, con inizio alle ore 17, nella biblioteca comunale “Antonio Gramsci”, sita in Via Don Minzoni 13. Introduce l’incontro l’assessore alla Cultura Cristina Cortese, con l’intervento di Filippa Garuana che presenta l'autore e il libro. Modera il direttore di Ripost Enzo Minio che conversa con Raimondo Moncada.    

La presentazione de Il partigiano bambino chiude la prima rassegna di libri denominata “Una spremuta con l’autore” promossa dall’assessorato alla Cultura in collaborazione con il Consorzio di Tutela Arancia di Ribera DOP.

L’incontro riberese dedicato a Gildo Moncada cala il sipario sulla rassegna, aprendo le celebrazioni del 25 aprile, anniversario della Liberazione dell’Italia. Il libro di Raimondo Moncada è, infatti, un omaggio a quanti hanno dato il proprio contributo durante il secondo conflitto mondiale per il sogno di una Patria democratica, libera da dittature e sopraffazioni. Il partigiano bambino racconta la storia di un giovanissimo siciliano, di Agrigento, tra i protagonisti del la Resistenza in Umbria e Toscana dove a Sansepolcro (Arezzo) venne gravemente ferito.


Il libro è già stato presentato in prima nazionale in Emilia Romagna (Vignola e Ravenna), seguita da Licata e Agrigento. È adesso Ribera ad ospitare Raimondo Moncada, figlio di Gildo Moncada, il partigiano bambino. Altre presentazioni in programma: in nord Italia e in Belgio. 

lunedì 17 aprile 2017

In arrivo grandine di capuliato

Città incenerite, come Pompei ai tempi di Pompei. 

Una nuvola nera avvolge le stanche case, con un'odore petrolio che scivola, grasso, dai muri inumiditi da una giornata resa rovente dal sole, dalle scampagnate e dal fremito di uscire dal quotidiano e dal social passatempo. 

Nel silenzio stralunato della sera, in un interminabile lunedì di Pasquetta, con le strade ancora senza le gomme di auto in movimento, cogli e annusi. 

La campagna ha esondato ore e ore di barbecue fumante e chi è rimasto nella urbana solitudine è stato costretto a mangiare pur non mangiando, in lontananza, nuvole di carne arrostita (c'è anche quella tenera sacrificale degli agnellini?). 

Satolli di fumo condito! 

Tra poco pioverà. E non si annuncia nulla di buono. 

Gli esperti di meteo nostrano annunciano una tempesta di bistecche rivoltate sulle griglie ma rifiutate, continuamente rifiutate, per stomachevole saturazione. 

I cani attendono grati, agli angoli dei vicoli deserti e semibui, grandine di capuliato. 


Raimondo Moncada 

www.raimondomoncada.blogspot.it 

domenica 16 aprile 2017

Siamo come le banane maculate

E poi ti vedono, diverso, non vestito per l'occasione, come vestono tutti gli altri o tutte le altre che, sempre per l'occasione, sono truccate, con calze retate e capelli parruccherati. 

E ti giudicano con i radar oculari. Perché il dentro, alla fine della messa, viene giudicato dal fuori, dal vestito. 

È come quando vedi dall'ortolano la buccia marcia di una banana, inizialmente maculata e poi completamente incenerita. E scarti o butti il frutto, pensando che la banana sia marcia fuori e conseguentemente anche dentro. Poi, superando il pregiudizio iniziale e strutturale, togli la buccia e dentro ti ritrovi davanti agli increduli occhi la verità: puoi trovare l'atteso marcio così come puoi trovare la bontà che coincide con la perfetta maturità della banana: il frutto del frutto! 


Ma anche io sto giudicando, lo so. È un automatismo. La specie umana, per facilità, valuta per categorie. Abbiamo bisogno delle categorie per distinguere il bello dal brutto, per selezionare il buono dal cattivo, anche se le categorie non coincidono con la realtà. 


Buona Pasqua senza vestiti. Auguri alla nuda essenzialità delle persone. 


Raimondo Moncada 

www.raimondomoncada.blogspot.it 

lunedì 3 aprile 2017

Il partigiano bambino – la storia di Gildo Moncada, prime presentazioniin Emilia Romagna

Una storia mai raccontata. Una storia partigiana. La storia di un ragazzino che dalla sua tranquilla Sicilia si ritrova in Umbria durante la seconda guerra mondiale e sceglie di salire in montagna per dare il proprio contributo alla Resistenza, alla lotta per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo, rientrando a casa mutilato. È la storia di Gildo Moncada, partigiano, grafico, pittore, di Agrigento, che il figlio Raimondo è riuscito a ricostruire con grande trasporto emotivo nel libro Il partigiano bambino pubblicato da Ad Est, gruppo editoriale indipendente che fa dell’antimafia e dell’attività di resistenza la propria ragione di esistere.

È un omaggio al 25 Aprile e a quanti hanno combattuto, piccoli e grandi eroi, per il sogno di una Patria democratica, libera da dittature e sopraffazioni. Il libro esce nell’anno di due anniversari: i settant’anni dal varo della Costituzione della Repubblica Italiana, e i vent’anni dalla morte di uno di quei giovani che combatté per quella Carta con la brigata partigiana "Leoni": Gildo Moncada.

“Il libro – dice l’autore, Raimondo Moncada – è un debito, un atto di riconoscenza e di risarcimento, un omaggio nei confronti di un uomo, mio padre, eterno testimone di una tragedia e di un ideale,  che per tutta la vita ha inseguito un sogno, poi mutilato dal destino. Così come è stata mutilata la sua giovinezza”. 

Il partigiano bambino, fresco di stampa, si apre con la prefazione dello scrittore Giulio Cavalli e una nota di Gaetano Alessi, del gruppo di Ad Est. Giulio Cavalli parla di “regalo prezioso”. “La storia del partigiano bambino – dice Cavalli – è un onere e un onore: c’è da preservare quello stesso cuore pulito che non s’è fatto indurire dalle paure. E ogni volta che si legge la storia vera di un partigiano si intravede, in controluce, un articolo della nostra Costituzione”.

Presentazione in prima nazionale il 31 marzo 2017 a Vignola, in provincia di Modena, nel circolo La Ribalta. A seguire: l’1 aprile al circolo Dock61 di Ravenna, il 7 aprile a Licata (Sala “Rosa Balistreri”); l’8 aprile ad Agrigento, città di natale di Gildo Moncada, (centro culturale “Pier Paolo Pasolini”); il 21 aprile a Ribera (Biblioteca comunale). Altre presentazioni programmate: Reggio Emilia, Brisighella (Ravenna), Cogoleto (Genova), Caltabellotta.   

Mandorlo in Fiore, tra miracoli e petali calpestati


Si parla tanto di miracolo della natura, con tanto di foto, articoli, servizi televisivi. Ma il miracolo non sono i fiori di mandorlo. Sono altri i miracoli in una città che si divide su Sagra sì e Sagra no, su Sagra tradizionale e Sagra innovativa, sui soldi da investire e sui soldi da “sparagnare” (risparmiare), sul tipo di organizzazione, sui direttori artistici, sul senso e sul valore dell'evento. 
Intanto, ci siamo tolti un pensiero. Il problema Sagra non c'è più perché la parola “sagra” è stata cassata dalla denominazione complessiva (per un filone di pensiero: un’ottima cassata!). Non più Sagra del Mandorlo in Fiore ma da quest’anno solo “Mandorlo in fiore”.
Ma andiamo agli altri aspetti, come quello che anticipa la festa e poi l’accoglie tra i colori e i profumi di una natura che si risveglia ancor prima della primavera e ravviva la magia delle imperiture doriche colonne. 


Ogni anno si parla di miracolo che si rinnova nella Valle dei Templi con i rami degli alberi di mandorlo che, fregandosene del freddo invernale, ridono alla vita riscaldando i gelidi occhi umani con il tepore di splendidi fiori bianchi e rosa.
I fiori di mandorlo, ad Agrigento, si aprono prima di ogni altro fiore e prima della consacrata stagione primaverile. Una magia, che si ripete da sempre. In tanti, tantissimi gridano però al miracolo. Ma perché – mi permetto di appuntare – parlare di miracolo se, come il sangue di San Gennaro, avviene puntualmente ogni anno? I miracoli sono eventi straordinari, non di umano, ma comunque inaspettati, non scontati. Possono anche non verificarsi.
Punto uno, che è la premessa: la scenografia naturale dei mandorli in fiore, attorniante Agrigento, è una meraviglia, uno spettacolo che prepara gli animi alla festa.
I veri miracoli dell'ex Sagra, ora solo Mandorlo in fiore, sono da ricercare in altro. Vediamo. 



Un primo miracolo è il risveglio di un popolo che si ritrova unito e riunito come per San Calogero. Vie e Piazze si riempiono di persone che partecipano alle sfilate e alle esibizioni, per vedere chi c'è, per chiedere da quale parte del mondo vengono i gruppi folcloristici (lo chiedono anche in siciliano come lo chiedevo io), per ascoltare musiche strane suonate dal vivo, per farsi coinvolgere dai ritmi tribali di gruppi provenienti dal centro Africa (composti magari da medici, insegnanti, emigrati in Italia da tempo e che abitano o sono occupati in umili lavori a poche centinaia di metri da casa nostra).


Il grande, grandissimo miracolo è proprio la presenza del mondo ad Agrigento. E lo dico rievocando la meraviglia di quando ero bambino, un bambino che piangeva per andare il mercoledì alla fiaccolata: non la potevo perdere e ci dovevo andare anche vestito da carnevale quando il carnevale coincideva con la Sagra ma anche quando non coincideva. E confermo la stessa meraviglia anche da ragazzo, quando ventenne ho cominciato anche io a frequentare i gruppi folcloristici partecipando negli anni Novanta alla Sagra e ad altre simili feste in paesi stranieri vivendo sempre le stesse emozioni (ne ho girati tre: La Vallata, Gergent e il Città di Raffadali; ho iniziato come ballerino ma siccome ero troppo negato, per non dire scarso, mi sono buttato al canto non disdegnando il bummulu e il tamburo e lanciandomi anche nelle presentazioni e nella recitazione: una palestra, insomma, oltre che insostituibile momento di crescita, di socializzazione, di conoscenza, di creatività). 


È da anni che non rivivo l'evento Sagra o come si chiama adesso, né da protagonista né da spettatore. Ma ricordo la frenesia, da piccolino, di farmi largo tra la folla, infilarmi in un buco tra foreste di gambe e trovare la postazione ottimale per assistere allo spettacolo. Ricordo la felicità nel seguire a piedi i gruppi la domenica da Piazza Municipio fin giù nella Valle dei Templi. Ricordo le uscite anzitempo dalla scuola, prima dalla media “Pirandello” e poi dal liceo scientifico “Leonardo - per andare ad assistere alle esibizioni dei gruppi in piazza Cavour. Ricordo l'ebbrezza di essere protagonista tra centinaia di protagonisti e attraversare Via Atenea col bummulu tra le mani e una corona di cianciane al collo (ancora bocciato come ballerino!), con la suggestione delle torce e lo stordimento di applausi continui di una massa festosa e illuminata dagli occhi sgranati di bambini sulle spalle di genitori, occhi che mi ricordavano gli occhi del piccolino che sono stato.


E gli applausi! Quanti applausi, non a me, ma a quello che in quel momento rappresentavano i componenti di tutti i gruppi folk: popoli del mondo che mettono da parte ogni divisione e si riuniscono, ripetendo all’inizio un rito che mette i brividi per il suo significato: l’accensione del tripode dell'amicizia davanti al Tempio della Concordia, israeliani e palestinesi, russi e americani, cattolici e mussulmani, bianchi e neri. E poi via ai balli e ai canti in giro per la città, per i quartieri periferici, e con serate al chiuso di un palatenda o al palacongressi. Applausi scroscianti per artisti di eccezionale bravura, veri professionisti nella danza e nelle orchestrazioni.


Anche la più noiosa esibizione veniva applaudita. L’applauso andava non alla qualità dello spettacolo, ma al paese che rappresentava il mondo, le Nazioni Unite ad Agrigento. E, da spettatori, ci si appassionava pure all'uno o all'altro gruppo, amareggiandosi da tifosi se il proprio gruppo non vinceva alla fine della festa il tempio d'oro. 

Ecco la bellezza di un appuntamento che, con alti e bassi, tra critiche e difese, si ripropone ogni anno come per… miracolo! Con tentativi che, negli anni, hanno pure cercato di far alzare il livello spettacolare e di richiamo turistico della festa. Ricordo ancora – perché le ho seguite da giornalista in erba – le edizioni di David Zard e Gianni Minà, ricordo le rassegne con gruppi di musica rock al Caos e i gruppi gospel nella cattedrale o il concerto di Robbie Robertson e gli Indiani d'America al Palacongressi. 


La Sagra come appuntamento folcloristico e di incontro tra paesi diversi, a cui legare altre iniziative di attrattiva internazionale, con Agrigento e la Sicilia al centro di tutto: penso ancora sia la strada da continuare a percorrere, per rispettare la tradizione e per attrarre i popoli di tutto il mondo tra i sentieri profumati della Valle dei Templi dove stendere non tappeti di petali di rosa come si fa per le persone e gli eventi più importanti, ma lastricando ogni sentiero con petali di fiore di mandorli, da calpestare con umana delicatezza per raggiungere mano nella mano il Tempio della Concordia e accendere la fiaccola dell'amicizia.



Un appuntamento di pace e fratellanza, nel cuore del bellico Mediterraneo, dove rimarcare ogni anno che non ha importanza se sei giallo o rosso, extracomunitario o europeo, colto o ignorante, capellone o pelato. Per rimarcare che siamo uguali, anche senza peli in testa e nelle lingue, e che dobbiamo fare ogni sforzo per vivere in pace e solidali in un mondo che si è fatto e si fa sempre più piccolo (speriamo che non si riduca a condominio). Il Mandorlo in Fiore rimanga e continui a essere luogo di convegno dove ognuno rappresenti il mondo da fiero protagonista, con i colori del proprio paese. Tutti ad Agrigento per armarsi di buoni sentimenti e, soprattutto, buona volontà, far tacere i cannoni e difendere la pace, fragile come un petalo di fiore di mandorlo.
Preghiamo in tutte le lingue del pianeta per questo miracolo.

Raimondo Moncada

Il regalo più prezioso per i miei cinquant'anni


15 marzo 2017. 
È il regalo per me più prezioso. Non potevo ricevere di meglio, oggi, per il mio cinquantesimo compleanno.  
Mi è arrivato da Bologna. È la prima copia-prova che ho atteso con la stessa ansia di chi attende un figlio. 
È Il partigiano bambino - la storia di Gildo Moncada, mio padre. 
Non sarà un caso che il libro veda la luce a marzo e nel 2017. La tempistica non è stata voluta, decisa a tavolino. Ha fatto tutto il destino.  
Il 2017 è l'anno del mio cinquantesimo e anche l'anno di altri due anniversari. I venti anni trascorsi dalla morte di mio padre e i settanta dall'approvazione della Costituzione della Repubblica Italiana per la quale a sedici anni salì, da esule siciliano, sui monti umbri con la divisa da partigiano, armato dei suoi innocenti ideali, per dare il proprio contributo per il sogno di una Patria libera e democratica. 


Eccola, dunque, la prima copia, non ancora rilegata e rifilata, ma già libro, di carta. Quanta differenza con il pdf che hai guardato e riguardato mille volte al computer. Il libro di carta è un'altra cosa. È libro. C'è un abisso con il digitale. Il libro di carta pesa, senti la tua scrittura e tutto quello che ci sta dentro: sudore e lacrime. Hai una visione d'insieme tra le mani. E lo accogli con tutti i sensi. 

Un ottimo lavoro editoriale: Ok, si stampi!  

Il regalo mi è arrivato per posta prioritaria, più veloce che poteva, dall'Emilia Romagna, terra dove opera da alcuni anni il gruppo di Ad Est che ha voluto, fortissimamente voluto, con amore filiale, pubblicare il testo chiudendo così un cerchio aperto anni fa con la pubblicazione del libro dedicato a Vittoria Giunti, scritto da Gaetano Alessi e giunto non so a quante edizioni e a quante centinaia di presentazioni in tutta Italia. 
Il partigiano bambino è la storia di mio padre, partigiano, grafico, pittore. È la storia della famiglia di mio nonno Raimondo, delle mie zie. È la storia della mia famiglia. È la mia storia. Ci ho messo dentro tutto me stesso: il piccolo, l’adolescente, l’adulto, ricostruendo esistenze, seguendo ideali, rivivendo ferite. 

Ringrazio tutto il gruppo di Ad Est per avere voluto dare dignità editoriale a questa storia, soprattutto alla storia di un uomo che ha avuto segnato il destino da una scelta, partigiana. E in particolare Gaetano Alessi, Mariapia Cavani, Claudia Casamenti, Alberto Buffolino, per l'amorevole cura di ogni dettaglio: dall'editing alla grafica all'affetto e ad altro. Grazie allo scrittore e artista Giulio Cavalli per avere impreziosito l'opera vergando una prefazione che rende onore a mio padre. Grazie a chi, tra l'Emilia Romagna e la Sicilia ha voluto già organizzare dei momenti di incontro e di presentazione del libro (spero di trovare la forza per far muovere le corde vocali).
Gratitudine ai miei familiari sparsi in diverse parti d'Italia, e del mondo, per avermi regalato schegge di memoria rimaste incastrate nella carne viva, riaprendo ferite ancora dolorose.  
Grazie a tutti per il dono e per il sostegno (è stata un'impresa). Oggi è un giorno ancora più speciale. 

Raimondo Moncada 

domenica 26 marzo 2017

Ora mi susu! Ora mi susu!

"Ora mi susu! Ora mi susu!" C'è tutta una filosofia dietro l'ora mi susu, che non bisogna confondere né con l'ora legale, scattata legalmente proprio oggi, né con l'ora solare che ritroveremo dopo l'estate quando il sole comincerà a ritirarsi nell'altra parte del mondo. 

"Ora mi susu" è un importante meccanismo psicologico che ci permette di prendere il giusto tempo e nello stesso istante di avere il necessario incoraggiamento a svolgere l'azione che più si desidera.  

Per farlo capire a tutta l'Italia, lo traduco questo nella lingua nazionale. Questo modo di dire significa letteralmente "ora mi alzo!". 
Tutto qui? Dirà, deluso, qualcuno. Perché trovi sempre qualcuno che ha da ridire.  
La traduzione letterale non rende. Nello spostamento linguistico del significato, si perde l'efficacia religiosa della profondità della frase. L'ora mi susu è un mantra che affonda le sue radici nel siciliano più antico, arrivando alle prime sicule popolazioni che abitarono la Sicilia, nel cuore del loquace e filosofico Mediterraneo. 
Per trarre il massimo dalla sua mantrica efficacia, è fondamentale stare a letto e starci in un giorno di vacanza o anche di pomeriggio in un momento di vacatio. Va bene pure quando sei libero da impegni o quando decidi di darti alla salutare lagnusia. E stai lì, coricato, con la schiena ben distesa e il collo ben poggiato sul morbido cuscino a guardare la consistenza delle pennellate di colore stese sul soffitto . E non pensi a niente, non ti sforzi neanche di pensare. Lasci libero il cervello di fare quello che vuole. Lo metti in ferie. E se, dopo ore di questa sacra postura, arrivi alla scadenza o al punto in cui ti eri ripromesso di fare qualcosa di urgente (studiare per l'interrogazione dell'indomani, pulire casa perché non puoi più camminare tra cumuli di rifiuti, fare la spesa perché il frigo piange, andare in bagno perché la vescica ti sta esplodendo...), basta ripetere mentalmente il mantra una, due, tre volte e più. Dopo la ripetizione mantrica, mentale o anche orale, ecco la magia: continui a stare a letto fino a quando non senti le piaghe da decubito e tutt'attorno un profumo che ti ricorda la puzza di muffa. L'effetto mantrico resiste anche se ti chiama a viva voce tua moglie o tuo marito: "Alzati che la farmacia chiude e non possiamo di certo sostituire il tuo farmaco salvavita con un seme di girasole che pure ti è finito". 
In questo caso, il mantra "ora mi susu" non ti rilassa più. Senti un fremito di nervosismo attraversare il corpo. Ma sei così ipnotizzato che alla fine rimani a letto, paralizzato, fino all'indomani. E non puoi gridare a tua moglie a tuo marito o a chi sta con te: "Aiutami! Non mi posso alzare. Soccorrimi!".
Dall'altra parte della casa o del telefono, dopo ore e ore di snervante attesa, ti risponderanno: "Ora mi susu, ora mi susu".

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogslot.it

giovedì 23 marzo 2017

La follia del silenzio


Mi prendono per folle. Per una passeggiata, in silenzio.
“Ti ho visto, ieri sera. Ero in macchina. Ti ho salutato, ma eri troppo preso. Che facevi tutto solo?”.   
“Ho visto passarmi accanto una macchina, come tante altre. Dentro ho poi riconosciuto un volto che ti poteva somigliare. Scusami se non ti ho salutato. Ma la mia mente ha elaborato troppo tardi. Ero troppo immerso, troppo distratto dal silenzio della notte. Scusami davvero”.

La normalità agli occhi degli altri si trasforma in anormalità. È anormale vedere un uomo solo, a tarda sera, passeggiare lungo una scogliera, a pochi centimetri dal mare, magari non rendendosi conto di parlare di tanto in tanto per dare sonorità ai pensieri.  

Chi ti vede per prima cosa pensa al male, a uno squilibrio, a cattive intenzioni. Qualcuno potrebbe anche pensare a un bizzarro passeggiatore o a uno che ha un brutto mal di stomaco e cerca, col movimento fisico, di aiutare la digestione. È molto difficile prendere in considerazione e l’ipotesi di avere dinnanzi un cercatore di silenzi, di solitudini, di pace, che abbia soltanto voglia di stare lontano dai rumori, lontano dai disturbi, lontano dai meccanismi delle routine quotidiane. È davvero molto difficile, me ne rendo conto, pensare a una persona che abbia soltanto desiderio di stare per alcuni attimi solo con la natura, solo col cielo stellato, solo col suono del mare, solo con se stesso, solo con il mistero, solo a cercare profondità che in altri contesti non cogli. Attimi che si possono anche cogliere, e spesse volte meglio, in compagnia di chi ami e di chi ti ama.   

L’uomo è un animale sociale! Così hanno decretato. L’uomo ha bisogno di stare con gli altri, è nella sua natura. Ma di tanto in tanto questo animale sociale ha bisogno qualche volta di stare con se stesso: per stare bene con se stesso e per stare bene con gli altri. 
Anche questo è stato detto e pure scritto. 
Le estremizzazioni dall'una e dall'altra parte non fanno bene. Ci vuole la socialità, ci vuole la sonorità, ci vuole staccare la spina. 
 
Ma se ti incontrano mentre sei solo per strada, ti prendono per un uomo che ha qualche problema serio, specialmente se ti vedono in un’area non urbana e deserta e a una certa ora quando, invece, dovresti essere a casa con tua moglie, i tuoi figli, a guardare la tv e a smanettare col cellulare disteso sul letto.  

Non tutti, per la verità, vedono i bulloni fuori posto. Perché poi ti capita di raccontare degli sguardi allatmati e di ricevere confidenze del genere:
“Ti capisco. Anche io lo faccio. Ma vado in montagna, in luoghi impervi, quasi irraggiungibili. Da solo. La scorsa domenica sono andato a raccogliere asparagi. Io e la natura. Io e l’aria. Io e il silenzio. Sono ritornato a casa un’altra persona, rigenerato. Dovrebbe essere la normalità, ma ci facciamo frenare dalle abitudini e dai condizionamenti”. 

Prima di uscire di casa ti capita di azionare il freno a mano. C’è il solito pensiero che nasce e che ti dice:
“Se ti dovessero vedere le persone che ti conoscono (ma anche quelle che non sanno chi sei) che idea si faranno di te? Rimani a casa che è meglio.”

Se ne avvertiamo la necessità, allontaniamoci dal consueto e avviciniamoci al desueto. Lasciamo che gli altri ci prendano per folli. Se follia è stare di tanto in tanto con se stessi e di tanto in tanto in silenzio e di tanto in tanto in luoghi deserti: ben venga la follia! 

Certo, se nel buio momento di solitudine, di ricerca di silenzio, mi dovessi trovare sopra uno scoglio solitario, con in mano uno smartphone guasto e alle orecchie delle cuffiette non funzionanti, tutto diventerebbe normale agli occhi di chi ti osserva anche se dovessi parlare al vento. 

Il silenzio, comunque, non è una malattia. E, sempre comunque, non sono normale. 

Raimondo Moncada

mercoledì 22 marzo 2017

I 21 motivi per scegliermi

Si elencano di seguito i 21 provvisori “motivi per scegliermi”, che potranno essere utilizzati (previa richiesta scritta e all’uopo autorizzata dall’interessato), come contenuto di un eventuale cartello di una trasmissione di approfondimento televisivo:

1 - Sono un giovanissimo cinquantenne (traguardo tagliato alle idi di marzo);
2 - Parlo discretamente due lingue: il siciliano e l’italiano. Le altre lingue a me straniere le parlo molto bene a gesti #maperò;
3 - Buon uso del computer, della macchina da scrivere, della carta e della penna, del cancellino;
4 - Sono guardabile e riguardabile (l’aspetto, mi dice chi mi ha ben guardato e riguardato, non fa poi così pena);
5 - Sono militesente e non ho mai fatto la guerra (ho solo litigato giocando con le figurine Panini);
6 - Sono mite come la mia Sicilia: terra di miti;
7 - Sono nativo di Agrigento e ivi (leggasi ivi) sono cresciuto fino alla maturità liceale scientifica sperimentale artistica (non riuscendo a pronunciarlo con un unico fiato, ho rischiato la bocciatura); 
8 - Sono del Sud Europa e più precisamente del Sud Italia e ancora più nel dettaglio del sud della Trinacria;
9 - Sono settentrionale per gli amici africani, sono orientale per i parenti spagnoli;
10 - Batto tra i battiti del cuore del Mediterraneo;
11 - Ho nella mia pelle la salsedine portatami dai venti del sud, dell’est, dell’ovest e del nord;
12 - Ho dentro di me le anime di decine di civiltà (anche con punte di inciviltà);
13 - Sono conterraneo di Pirandello, Martoglio, Sciascia, Camilleri, Quasimodo, Fava, Buttitta…
14 - Mi lavo quando me lo ricordo;
15 - La barba la rado di rado, circa una volta a settimana;
16 - Non ho peli superflui, considerando ogni escrescenza epidermica fondamentale alla mia estetica complessiva;
17 - Ho la maggior parte dei capelli ancora al loro posto (quelli di dietro hanno una velocità di crescita doppia rispetto a quelli di davanti); 
18 - Ci sento bene da un orecchio, mentre con l’altro sento di volta in volta a seconda dell'interesse;
19 - Sono privo dei denti del giudizio e spero anche del pregiudizio;
20 - Da quando mi sono assestato, sono alto 1 metro e 67 centimetri (ci sono pure i millimetri, ma ve li risparmio); 
21 - La mia nobile altezza – lo dimostrano le nuove ricerche neuroscientifiche – mi rende amabile dalle donne di qualsiasi latitudine e, cosa più importante, mi ha permesso di essere amato da una donna dell'Est americano del Sud europero del Nord africano dell’Ovest asiatico che, fimmina geneticamente siciliana, è diventata la donna della mia vita.

Raimondo Moncada

domenica 19 marzo 2017

Quando sarai padre capirai

Non è facile essere padri. Così come non è facile essere madri. Ruoli che non si imparano. Non c'è l'obbligo di andare a scuola per diventare genitore, per essere il miglior padre al mondo. Non c'è nessuna pagella da portare a casa trionfanti per tutti i nove nelle materie del programma ministeriale e i dieci in condotta. 
Certo, esistono padri modello, padri affettuosi, padri premurosi, padri sempre presenti, padri maestri di vita, padri da imitare, padri che ti commuovono, padri insomma da promuovere; ed esistono padri cattivi, padri assenti, padri maneschi, padri da bocciare o da rimandare per un esame di riparazione. 
Per un figlio, è una fortuna avere un genitore da fiaba e di cui andare fieri. Perché i genitori né si scelgono né si cambiano. Sono loro che decidono di metterti al mondo. E così farai anche tu.

È la natura che hai dentro che ti fa diventare padre, che ti dota degli strumenti e delle qualità per esserlo. E quando succede, quando assisti allo spettacolo della nascita e hai nelle mani una creatura che è anche opera tua, entri comunque impreparato nella scuola della vita, a superare esami sempre nuovi e che non finiscono mai. 


La paternità è un pacco dono che ti danno alla nascita: nasci già padre. Nel pacco c'è anche l'essenza di tuo padre, dei tuoi nonni e dei loro padri. La loro paternità è stata trasmessa a te: è il genio dei geni. 
E nel tuo essere padre c'è anche il tuo essere stato figlio, figlio di un padre e di una madre. E io da padre, che è stato anche figlio, e adolescente complicato, nel giorno di San Giuseppe ho pensato e l'ho pensato in siciliano: "Ma me pà comu ci cummattì cu mia?"

Questo per dire che i Padri sono anche santi, votati al sacrificio. Ma da figli, a volte, non vediamo l'aureola: diventiamo ciechi. La cogliamo da grandi vivendo l'antica profezia dei nostri genitori: "Quando sarai padre capirai!"

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 
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