mercoledì 27 aprile 2016

Giornata della Dante, sorpresa per il Murmure Sommo

L’incontro col “Sommo murmure”. È stato recitato un testo di Raimondo Moncada durante la “Giornata della Dante 2016” promossa dal comitato di Agrigento della Società “Dante Alighieri” presieduta da Enza Ierna. L’evento, coordinato dal regista Enzo Alessi, si è svolto questa mattina nella Valle dei Templi di Agrigento, nella sala conferenze di Casa Sanfilippo, sede del Parco Archeologico. Sono intervenute diverse scuole della provincia, di Agrigento, Sciacca, Palma di Montechiaro, Licata, con studenti, insegnanti, dirigenti.
Ogni istituto ha dato il proprio apprezzato contributo recitando brani di Dante Alighieri (gettonatissimi i canti dell’intramontabile Divina Commedia) o illustrando lavori multimediali dedicati al Sommo Poeta.
Due studenti del liceo classico “Tommaso Fazello” di Sciacca, Luna Moncada e Riccardo Gurrieri, seguiti dall’insegnante di Italiano Daniela Grisafi, hanno proposto un testo inaspettato, non di Dante ma su Dante, alla presenza del dirigente dell’istituto Giovanna Pisano. Consensi da parte del pubblico presente, con applausi e complimenti per l’originale e coraggiosa performance proposta a sorpresa dai due studenti.   
Il brano, “Il murmure Dante”, è stato scritto da Raimondo Moncada. Racconta, in tono ironico, l’incontro in un museo di Parigi con una statua di marmo. Il monumento, raffigurante il Sommo,  improvvisamente si anima e si mette a parlare dopo le insistite sollecitazioni di un curioso turista che accusa il poeta fiorentino di un gravissimo reato: non aver fatto diventare il siciliano lingua nazionale.

domenica 24 aprile 2016

Due scuole di Licata adottano Mafia ridens, in scena al teatro Re Grillo


Due scuole di Licata adottano il romanzo Mafia ridens (ovvero il giorno della cilecca) per progetti di legalità. Si tratta del laboratorio teatrale "Palcoscenico" dell'associazione culturale "Il Dilemma". E della scuola media "De Pasquali". A confermarlo telefonicamente all'autore, Raimondo Moncada, è stata la direttrice del laboratorio teatrale, la regista e attrice Luisa Biondi. 
Alcuni brani del libro, pubblicato da Dario Flaccovio Editore, saranno messi in scena in due distinte occasioni al teatro Re Grillo di Licata: il 26 aprile e il 23 maggio. 
Il 26 aprile saranno gli allievi del laboratorio teatrale "Palcoscenico", diretto da Luisa Biondi, a esibirsi durante il convegno sui beni confiscati alla criminalità organizzata promosso dall'associazione "A testa alta" ("Confiscati e abbandonati: dalla denuncia alla proposta"). Inizio ore 18. Sono previsti gli interventi del magistrato Salvatore Vella, del direttore del giornale Grandangolo Franco Castaldo, del direttore di Telejato Pino Maniaci, del giornalista de La Sicilia Fabio Russello, del presidente della cooperativa "Rosario Livatino" di Naro Giovanni Lo Iacono, del presidente della cooperativa "Lavoro e non solo" di Corleone Calogero Parisi. 
Il 23 maggio l'occasione sarà la Giornata nazionale della Legalità organizzata a Licata dall'associazione Il Dilemma col patrocinio del Comune. Dalle dieci del mattino alle dieci di sera, al teatro Re Grillo si alterneranno performance teatrali di bambini e ragazzi di scuole di ogni ordine e grado, con due spettacoli finali del laboratorio teatrale de Il Dilemma.

Nella giornata della legalità, si esibiranno anche i ragazzi di una classe della scuola media "De Pasquali". Daranno il proprio contributo con un pezzo tratto dal romanzo Mafia ridens che da settimane studiano. La classe è seguita dalle insegnanti Ilaria Ferraro e Grazia Macrì. 
"Il libro è vivo, originale, e suscita tanto interesse e curiosità tra i ragazzi", dice Luisa Biondi che consiglia l'adozione di Mafia ridens a scuola.  

domenica 17 aprile 2016

Chi nicchi e nacchi a Raffadali, dove tutto è nato

È un ritorno alle origini. Nel luogo dove tutto è nato.
 Il “libro del cuore” di Raimondo Moncada, Chi nicchi e nacchi, scritto interamente in siciliano, sarà presentato a Raffadali su iniziativa dell’assessore alla Cultura e alla Pubblica Istruzione Luigi Costanza. L’appuntamento è per venerdì, 22 aprile 2016, con inizio alle ore 18, nell’auditorium della biblioteca comunale. L’incontro sarà coordinato da Enzo Alessi. Interverranno lo stesso assessore Costanza, il direttore di Malgrado Tutto Egidio Terrana e il poeta Enzo Argento.

Sarà presente l’autore che, con Lucia Alessi, darà voce e vita ad alcuni brani contenuti nel libro.

locandina raffadaliChi nicchi e nacchi è uscito nell’estate del 2015 (“un regalo personale”, lo ha definito l’autore). Ad aprile 2016 la seconda edizione con un saggio sulla lingua siciliana di Tonina Rampello. Il libro raccoglie cunti e canti che Raimondo Moncada ha scritto “orgogliosamente” nella sua lingua madre, il siciliano, lingua con la quale è nato ed è cresciuto, lingua parlata in famiglia (a cui il libro è dedicato) prima di incontrare e praticare la sua seconda lingua, l’italiano, alle scuole dell’obbligo.

Sono cunti e canti scritti – sempre con quell’ironia e leggerezza che contraddistingue l’autore – per essere “cuntati e cantati”.

Sono nati proprio a Raffadali,durante l’esperienza maturata da Raimondo Moncada nel gruppo teatrale “L’Officina” prima, e “Accademia Teatrale di Sicilia poi, diretti da Enzo Alessi. Una scuola di vita, di teatro, di creatività, di cultura, di scrittura. Molti dei testi, originali, frutto della fantasia dell’autore, sono stati recitati o cantati in pubblici spettacoli (“Garibaldi e i milli spirtuna”, “L’emancipazioni”, “Libertà”…). Altri testi sono una divertita rielaborazione di storie e leggende tratte dalla ricca tradizione popolare.

Un libro che afferma il valore di un idioma, che “dà pubblica dignità ed espressione artistica all’originaria lingua dell’anima, vissuta non come povertà, ma come fiero arricchimento”.

Tratto da www.malgradotuttoweb.it 

sabato 16 aprile 2016

Sono un grande artista, la gente non mi comprende

Sei un artista. 
Tu lo sai. 
Artista perché ti esprimi con la tua voce e non con quella di qualcun altro. 
Artista perché incanali la tua energia, la tua passione, il tuo sangue in quel misterioso gesto che dà origine al tuo quadro, alla tua scultura, alla tua poesia, alla tua canzone, al tuo romanzo. 

Sei un artista come altri artisti. 
Sei così unico che nessuno ti capisce. 
Sei così fuori dagli schemi, oltre i limiti del tempo, che pure ti denigrano, ti disprezzano, ti compatiscono o non ti considerano. 

L'arte ha le sue regole canonizzate. Ce lo hanno insegnato a scuola. 
Dall'epoca degli sregolati, ora anche l'arte sregolata ha le regole che prima non aveva. 
E non tutti sono validi interpreti di questa vera arte e non tutti sono validi talent scout. 
Ci sono professori, critici, sapienti, accademici, saggisti, scienziati, linguisti, che sanno e dicono cosa è arte e sanno e dicono chi va annoverato nel libro mastro degli artisti. 
Viene determinato anche un valore. 
E questo valore lo determinano o i periti d'arte o il numero di acquirenti. 
Più acquirenti di quadri o di libri o di sculture o di foto hai, e più vali.
L'arte si trasforma così in un numero, una moltiplicazione condivisa. 
Vediamo cosa succede nella realtà di oggi, quella virtuale. 
Se su un social scrivi "il cielo è azzurro" e nessuno ti considera, non vali un ceppo funerario.
Se un altro scrive con la straordinaria arte che gli viene riconosciuta "il cielo è azzurro" e raccoglie migliaia di condivisioni, è un fenomeno nato. Ed ha recensioni, proposte di pubblicazione, inviti a mostre. Viene pure rincorso e pregato per fare qualcosa di storico. 
Volgarizzando: se tu liberi nell'aria un peto sei vastaso. Se a sciogliere nell'azzurro aere la stessa melodia è un altro artista più quotato, quell'emissione sinfonica sarà un getto artistico di valore inestimabile.

L'arte non è arte in sé. Lo diventa se qualcuno di importante afferma e riafferma che è arte. 

Ritorniamo a noi...
Tu sei un artista, lo sai. 
Ma non tutti in vita vengono riconosciuti come tali. 
Non tutti vengono riconosciuti pittori, grafici, poeti, scultori, scrittori, musicisti. 
Tu continui a esprimerti perché il gesto artistico ti appartiene, perché è nella tua natura. Ti scoraggi a volte, ma ti rialzi perché ti sostiene il carattere. 
C'è chi viene schiacciato dall'indifferenza, dal disprezzo, dalla superficialità. 
E non resiste. 
Magari sarà rivalutato quando il suo corpo si estinguerà. 
È bello poi, da morto, essere rivalutato. 
Da morti diventiamo anche gli artisti migliori. 
La morte dà valore. Lo capisci in cielo quando guardi gli altri dall'alto verso il basso. 
La vita può anche riservate agli artisti spiacevoli commenti: 
Ma chi si crede di essere? 
Dipinge sgorbi, scrive che non si capisce neanche lui, è stonato come una campana.
Quante volte ce lo sentiamo ripetere. 
Quando muori è diverso. Il rumore cessa e nel silenzio dell'assenza si accorgono di quello... ma come si chiamava? 
Riprendono il tuo manoscritto rifiutato e lo pubblicano postumo. 
Quando ha successo si riconosce il valore universale di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e del suo Gattopardo. 

Andrò a vedere a Palermo la mostra di Antonio Ligabue, "Tormenti e incanti", un artista che fin da piccolo mi ha impressionato. Ricordo ancora il bellissimo film in tv. Una storia di disgrazie, incomprensioni, follia, miseria, fame, scuole differenziate "per ragazzi deficienti", internamento in manicomio, emarginazione, poi di riconosciuto genio, magia e unicità: "Io sono un grande artista, la gente non mi comprende, ma un giorno i miei quadri costeranno un sacco di soldi, e allora tutti capiranno chi veramente era Antonio Ligabue". 

Raimondo Moncada 
www.raimondomoncada.blogspot.it 

Link utile: www.ligabueapalermo.it



giovedì 14 aprile 2016

Una scuola studia Mafia ridens (ovvero il giorno della cilecca)

Mi arriva all’orecchio… solo in uno… l’altro orecchio non ci sente o non ci vuole sentire… Una zanzara mi sussurra: una scuola siciliana ha in mano il libro Mafia ridens (ovvero il giorno della cilecca) e lo sta studiando con una sua classe.
Per farne che? Quando? Dove? Con chi? Che tipo di studio?  
Quante domande! Quanta curiosità!
È solo quella scuola che ha in mano Mafia ridens? Oppure c’è qualche altra istituzione che, con un colpo di mano, sta battendo pagina dopo pagina del Giorno della cilecca?  

Ho bisogno di conferme, non solo di indiscrezioni che ti ronzano nell’orecchio.
Bello, comunque. Solo l’indiscrezione ti inorgoglisce. Non è da tutti finire in una scuola ed essere studiato.
A pensarci bene, mi basta solo l’indiscrezione. Un onore.   
Ci sono stato a scuola, dall’asilo a salire. La scuola è luogo di conoscenza,  ragionamento, esercizio, apprendimento, presa di coscienza, critica, scambio, elaborazione, proposta, stimolazione di cervelli, maturazione, crescita. E tutto ciò aumenta di potere se al centro di una classe motivata si pone un insegnante appassionatamente illuminato.

Che bello! Non ci posso pensare. Già solo l’idea mi mette i brividi (grazie, amica zanzara!).
Lo vedo… lo immagino… una tua creatura sotto la lente di ingrandimento di studenti e professori. Mi fa tornare indietro di non so quanti anni (per la verità lo so, ma non lo dico) quando, da studente, dietro un banco scarabocchiato, studiavo io altri che avevano detto qualcosa di importante, scoperto qualcosa di sensazionale, scritto qualcosa di stratosferico, messo qualcosa di quadrato sopra l’ipotenusa o sopra i cateteri (cateteri?). E tutti questi personaggi, con i loro nomi e le loro storie, nella mia piccola testa si presentavano con una testa enorme. Ed è proprio questa, eventualmente, la straordinarietà della cosa, se tutta la cosa dovesse essere confermata da fatti, eventi, manifestazioni, voci che parlano, interpretano, esprimono emozioni, suscitano ragionamenti con l’arma dell’ironia.   

Bello! Bello! Tutto bello! Un ritorno a scuola, non più come studente.
Le indiscrezioni, da sole, ti fanno volare. Viva le zanzare! 

Raimondo Moncada

mercoledì 13 aprile 2016

La mafia del libro

I libri si possono rifiutare, condannare, far volare dalla finestra.
Liberi.
I libri si possono anche accettare, prendere, conservare, leggere, far vivere.
Ancora liberi.

I libri li puoi tenere a distanza, puoi anche limitarti a guardare la copertina.
I libri li puoi anche immaginare, desiderare, cercare.  

I libri li puoi andare a scovare in biblioteca, in una bancarella dell’usato, in un cassonetto della raccolta differenziata dei rifiuti. Puoi anche mettere piede in una libreria.

Non per forza il libro si deve comprare. Lo puoi semplicemente prendere in mano, sfogliare, guardare le illustrazioni, l’indice, fermarti a leggere qualche rigo di un paragrafo qualsiasi, rimanere a leggere fino alla chiusura della libreria e poi riporre il volume nel suo scaffale.
Nessuno ti punta il fucile nel punto che sta al centro tra i tuoi occhi per obbligarti a pagare il pizzo della lettura.

Il libro lo puoi prendere anche in prestito, gratis, in una biblioteca pubblica. Lo puoi chiedere a un amico. Lo puoi rubare a tempo determinato a tua sorella. Una volta tuo, lo puoi sistemare su una mensola, sul comodino, sotto il cuscino, anche sopra il volto se la luce dell’abat-jour dà fastidio agli occhi.

Con il libro ci puoi parlare, discutere. Puoi ascoltarlo, così come ignorarlo. Puoi anche non capirlo. Non per forza dobbiamo parlare la stessa lingua e avere interessi concordanti.
Ci possiamo arrabbiare con i libri, per il titolo, per l’argomento, per il contenuto, per la copertina, per l’autore (ci sono scrittori che ci stanno sullo stomaco e anche quello che scrivono o quello che vorrebbero scrivere). .

Il libro non è solo un libro. Esistono tanti libri. Nessuno ti costringe a prendere il libro che è primo nella classifica dei libri più venduti, il libro di cui tanto hanno parlato in ogni trasmissione televisiva per una settimana, il libro di cui tanto si è polemizzato sui social. E nessuno ti costringe a non comprare quel libro che in tanti ti sconsigliano di comprare e leggere.
Non è stato contemplato un reato nel codice penale.  
Non c’è la mafia della lettura. La lettura non è un’imposizione così come la non lettura.
Solo ai critici di professione è imposta la lettura di quel particolare libro e possono parlare o non parlare bene.  
Se un libro non ci piace, non ci piace.  
Nei paesi democratici, abbiamo anche la libertà di dire che una cosa ci piace, anche se non ci piace. Lo diciamo a volte per non dispiacere e per incoraggiare.
E possiamo anche limitarci a leggere solo un libro e con una copertina bianca e una sola pagina.
Non ci sono norme.
Non c’è una regola del buon libro o della buona lettura.
Non c’è una legge che regolamenti il cosa, il come, il quando, il dove, il perché leggere. Puoi anche non leggere per non farti influenzare dalla lettura. Puoi anche non uscire di casa per non incontrare i consigliatori di libri da leggere a tutti i costi.
Un libro ha il grande potere di farti pensare e pure di condizionarti.
La lettura contagia o tende a contagiare.
Chi legge, consiglia o sconsiglia dal suo punto di vista, la lettura al compagno di classe, all’amico, al fratello, allo sconosciuto.
Chi non legge, può anche fare lo stesso.
Puoi o non puoi accogliere l’invito alla lettura o alla non lettura.
Abbiamo questa libertà.
Possiamo scegliere quello che vogliamo, anche se ci dovessero incatenare a una sedia, davanti a un leggio con un libro aperto, minacciandoci di privarci dei nostri libri e autori preferiti.  
Di libri ne sono stati scritti un numero indefinito (un giorno ci sarà qualcuno che, per passione e curiosità, si metterà a contarli viaggiando nei secoli).
Uno, almeno uno, un giorno riuscirà ad attrarre la nostra attenzione, ci piacerà, ci diventerà amico.
Almeno uno parlerà la nostra lingua.
Almeno uno risponderà alle nostre domande.
Almeno uno ci capirà.  
Almeno uno ci farà piangere.
Almeno uno ci sciugherà le lacrime.
Almeno uno ci sbloccherà il cervello.
Almeno uno ci amerà e aiuterà a crescere.
Almeno uno spiegherà le ali all’immaginazione.
Ci sarà almeno un libro al quale ci legheremo, col quale cominceremo. E se ci leghiamo a quel nostro libro non lo lasceremo più per tutta la vita.
Vivrà dentro di noi.
Trova quel libro, quel romanzo, quel racconto, quella raccolta di poesie, quel saggio, quell’inchiesta, quel fumetto.
Trovalo!
Entra in un qualsiasi luogo profumato di carta.
Alcuni ti offriranno certi libri. Altri libri diversi.  
Potresti trovare pure cartelli con su scritto: “Qui non si vende né si ordina il libro di Raimondo Moncada”.
Potresti anche trovare cartelli con l’avvertimento: “Non ti azzardate a chiedere opere di Raimondo Moncada!”.
Non ti fare intimidire. Vai oltre. Anche il fascino del proibito. 
Vai alla ricerca del tuo libro.
Fallo!
Trovalo e richiedilo.  
Solo con i lettori vivi, fissi, mobili, interessati, appassionati, i libri continueranno a vivere.
E non solo i libri, anche i loro autori, gli editori, gli editor, i redattori, i traduttori, i correttori di bozze, i grafici, gli illustratori, i tipografi, i pubblicitari e i librai.

Raimondo Moncada




martedì 12 aprile 2016

Chi nicchi e nacchi, saggio sul siciliano nella nuova edizione

Un saggio sulla lingua siciliana di Tonina Rampello arricchisce la seconda edizione di Chi nicchi e nacchi, “libro del cuore” di Raimondo Moncada. Un omaggio alla terra natia. Un breve, ma denso e colto saggio a chiusura del libro, che dà un senso alla scelta dell’autore di pubblicare cunti e canti scritti nella lingua madre.   

Tonina Rampello ha vissuto la crescita artistica di Raimondo. Hanno recitato assieme, in Sicilia e fuori Sicilia, in italiano e in siciliano. Raimondo ha avuto pure l’onore e il piacere di dirigerla nel cortometraggio “Babbaluci”. 

Oltre a essere apprezzatissima attrice, Tonina Rampello è studiosa, ricercatrice di tradizioni popolari, critico letterario. Ha pubblicato con Enzo Alessi il libro Memoria e con Lucia Alessi Lamentu. Ha recitato per tanti anni col Gruppo Teatro l'Officina ed è stata diretta, tra gli altri, dai registi Andrea Camilleri, Pino Passalacqua, Ruggero Jacobbi, Enzo Alessi. È stata insignita di prestigiosi premi in rassegne teatrali nazionali (migliore attrice a Macerata negli anni Novanta). Presidente dell'Accademia Teatrale di Sicilia, con Enzo Alessi è anima del premio nazionale letterario dedicato al poeta Alessio di Giovanni, con due sezioni del concorso dedicate a poeti e scrittori che amano esprimersi in siciliano. 

Così Tonina Rampello esordisce nel suo breve saggio dal titolo "Storia della nostra lingua siciliana": 

“Nel leggere l’incipit di Chi nicchi e nacchi, “La mia lingua, la mia vita”, Raimondo apre lo scrigno dei suoi ricordi, regalandoci “cunti, canti, giochi, poesie…” in siciliano, lingua affascinante e “misteriosa” (per i giovani). 
L’autore fa un viaggio a ritroso, confessa come la sua “lingua dell’anima” lo ha forgiato dandogli coraggio, coerenza, umiltà, disillusione, rispetto, tolleranza, comprensione, amore e libertà d’espressione. E mi sovviene Platone che, nel Timeo, racconta di quando uno degli uomini più saggi di tutta la Grecia, Solone, visitò l’Egitto e un vecchio sacerdote gli disse che i greci erano come i bambini, perché non possedevano tradizioni antiche o insegnanti “canuti per l’età”. Per questo motivo i re egiziani nel III secolo a.C. ordinarono che ogni libro esistente nel mondo conosciuto, venisse collocato nella grande biblioteca d’Alessandria.
Diodoro Siculo narra che le biblioteche dell’antico Egitto recavano scritte, sopra l’ingresso, queste parole: “Clinica dell’anima”. 
Nel raccontare i suoi “cunti e canti”, Raimondo si serve della lingua dei padri, concorde con Goethe che “all’uomo dà gioia e soddisfazione ricercare ciò che è perduto, ricostruire quel che è distrutto e far rivivere le cose disperse”. 
Con questo spirito traccerò una “linea guida” della “lingua siciliana” e dei suoi autori, dalle origini ai nostri giorni, per invogliare i giovani ad amarla e praticarla”.

domenica 10 aprile 2016

Una biblioteca armata per combattere miserie e violenze

Può una biblioteca, pulita, profumata, spaziosa, aperta, accogliente, fornita, colorata, elegante, gentile, rispettosa, moderna, armata di libri, farti rimanere incantato? A bocca aperta e con gli occhi sgranati di fronte a una meraviglia che non ti aspettavi di trovare? 

Mi è accaduto entrando nella biblioteca comunale di Palma di Montechiaro dedicata nel 1993 al giudice Giovanni Falcone. Non venivo a Palma, dentro il paese, non so da quanto tempo. Lo scorso anno mi sono avvicinato, con una presentazione di libri sul lungomare di Marina. 
Sabato è successo, a pochi passi dallo spettacolo della Chiesa Madre. Ho rimesso piede nella mia Palma, dove da ogni pietra sbucano ricordi. Ho rivissuto Palma di Montechiaro attraverso un evento culturale nella sua biblioteca. 
Non c'ero mai entrato. Ne avevo sentito parlare in occasione della consegna proprio alla biblioteca di Palma del premio speciale "Alessio Di Giovanni", a Raffadali, nel 2014, per la promozione culturale. Parlando con la direttrice Provvidenza Maria Mogavero, scopro che l'Alessio Di Giovanni non è l'unico premio ricevuto. La biblioteca ne ha ricevuti tanti, tantissimi altri, a livello nazionale, per le tante, tantissime attività e iniziative che in questo luogo si sono organizzate e si continuano a promuovere. 
L'ultima in ordine di tempo è stata la presentazione del libro "Periferie: Terre forti" di Gaetano Alessi e Massimo Manzoli, voluta dal sindaco Pasquale Amato. Sono stato chiamato per "chiacchierare" con i due autori alla presenza attiva, tra gli altri, degli studenti del locale liceo scientifico "Odierna" (che hanno voluto dialogare con gli illustri ospiti provenienti da Bologna e Ravenna dopo aver letto il libro). 
Non un chiacchieratore qualsiasi, ma un bambino, un ragazzo, appartenente a molteplici periferie. Una di queste mie periferie è stata proprio Palma di Montechiaro, paese materno, dei miei nonni Giuseppe e Carmela. E non potevo non iniziare la mia personale chiacchierata con Gaetano e Massimo non ricordando le mie origini, il mio legame con questa terra, con un paese descritto nel 1967 - anno della mia nascita -, come il più povero del Sud Italia in una inchiesta a firma del giornalista e scrittore Pippo Fava (ucciso a Catania nel 1984 in un delitto mafioso). E così, nella mia personale introduzione, parlando delle mie periferie (forti? fragili?), ho citato, con riferimento a Palma, un brano di quell'inchiesta, in cui Fava descrive mezzo secolo fa un paese poverissimo, senza fognature, con bambini scalzi che giocano per strada tra i liquami e un numero sterminato di mosche. Terribile. 
Bambino, negli anni Settanta, andavo a trascorrere le mie vacanze estive a casa di mia nonna Carmela, in Via Crispi, io e lei. La mia innocenza mi faceva vivere Palma come un paradiso. Vedevo solo il bello. L'umanità dei cari familiari, della gente, e l'accecante bellezza delle architetture. Ancora ricordo il sapore della pasta a forno di nonna Carmela. Unica e sola. Inimitabile. Mai più ritrovata. E ricordo le arancine che mi preparava, fritte una alla volta in un tegame. E ricordo il suo affetto, in quell'abito nero che non ha mai tolto dopo la morte di nonno Giuseppe. Un paese povero, abbandonato da tutti, pure dal cielo, svuotato dall'emigrazione, ma con grande dignità, con una umanità sofferente che scavava volti che invecchiavano precocemente ("umanità" parola che il sindaco Amato ha ripetuto più volte, affermando che una politica umana non creerebbe periferie). 
Palma di Montechiaro: una delle mie periferie che ho aggiunto alle periferie raccontate con passione civile e coraggio (vedi l'esemplare storia, a Palmi, di Gaetano Saffioti) da Gaetano Alessi e Massimo Manzoli (nel loro libro, nel capitolo "Librino", periferia di Catania, fanno parlare Pippo Fava). 
Quella grigia e triste immagine di estrema periferia del mondo, ritrovata in seguito in libri e inchieste giornalistiche, è stata positivamente lacerata d'un colpo entrando nella sede della biblioteca Falcone, nel Palazzo Ducale dei Tomasi di Lampedusa, quello del Gattopardo, all'ingresso del paese, ai piedi di quella Chiesa Madre disegnata e dipinta in più occasioni da mio padre Gildo Moncada.
Mettendo piede in biblioteca, vengo colpito da una luce accecante. 
Ritorno allora alla domanda iniziale con ossessiva ripetizione: può una biblioteca, con i suoi libri ordinati, le riviste e i giornali, i dvd, i 35 mila documenti raccolti in 29 anni di vita, bloccarti in un magico momento di incanto?
Può. Può. Può. 
Entrando in biblioteca, la prima cosa che chiedo al personale è un depliant di quello che si rivelerà un vero e proprio monumento: alla cultura, al desiderio di riscatto, di cambiamento, di normalità. Poi visito i suoi innumerevoli spazi. Libri ovunque: sui tavoli, sulle mensole, su espositori. Luoghi che ti fanno venire subito la voglia di prendere uno dei tanti volumi esposti con cura, sederti, leggere e non uscire più se non con la forza pubblica. 
È bello sapere - dal sindaco Amato e dalla direttrice Mogavero - che la biblioteca è molto frequentata non solo dai giovani ma anche da tanti anziani. Luogo vivo di conoscenza, approfondimento, riflessione e incontro tra più generazioni. All'ingresso, davanti allo spazio per ragazzi, è affisso un manifesto con una frase di Giovanni Falcone sul valore dell'istruzione. Un'istituzione e un giudice legati da un valore profondo. Leggo nella pagina internet del Comune: "È chiaro il senso dell'intitolazione della biblioteca a Giovanni Falcone: la cultura, la conoscenza, l'informazione non sono un optional nella vita del cittadino; sono al contrario presidio e baluardo contro la criminalità e la violenza". 
Il prossimo anno sarà il trentennale della sua fondazione. La biblioteca di Palma di Montechiaro è stata istituita nel dicembre del 1987, all'interno del Palazzo degli Scolopi. Poi ha girato in altre due sedi, ma è sempre rimasta indiscusso punto di riferimento per la vita pubblica e tenuta in grande considerazione a Palma, in Sicilia e nel resto della nazione. Un modello che è un esempio per tutti: ogni biblioteca viva e "ben armata" può annientare ogni forma di ignoranza, sfiducia, arretratezza e offrire a tutti gli strumenti necessari per innescare processi virtuosi di cambiamento in ogni periferia del mondo. 
Complimenti a chi l'ha voluta, arricchita, mantenuta, gestita, amata, profumata, armata di libri. 
Grazie per questa gran botta di speranza. Grazie per questo faro proiettato, dalla profonda Sicilia, in un futuro tutto da costruire e che solo cervelli istruiti e motivati possono vedere e progettare con fiducia. 
Questa sentita testimonianza è il mio umile premio alla biblioteca di Palma di Montechiaro, senza alcun dubbio Terra Forte. 

Raimondo Moncada 
www.raimondomoncada.blogspot.it 




sabato 2 aprile 2016

Premio letterario "Alessio Di Giovanni", il bando della XIX edizione

L’Accademia Teatrale di Sicilia organizza la 19° edizione del Premio Nazionale di Letteratura “Alessio di Giovanni”, dedicato al grande poeta, scrittore e drammaturgo della Valplatani. 

Emesso il bando di concorso.

Il premio letterario si articola nelle seguenti sezioni:

- Poesia in Lingua Siciliana;

- Poesia in Lingua Italiana;

- Racconti in Siciliano;

- Racconti in Italiano.

Alle sezioni del concorso letterario di poesie e racconto si partecipa concorrendo secondo modalità previste nel bando, consultabile sul sito internet del premio: www.alessiodigiovanni.blogspot.com

Per concorrere, occorre inviare le poesie e i racconti entro il 31 maggio 2016.

Sono inoltre previste altre due sezioni: il Premio Speciale per i seguenti settori: teatro, cinema, comunicazione, tradizioni popolari, impegno sociale, musica, canto, narrativa, storia patria, saggistica; il Premio Speciale Scuola dedicato agli istituti di ogni ordine e grado della Sicilia.

venerdì 1 aprile 2016

La classifica dei libri più venduti in Italia

Chi nicchi e nacchi, l’ultima opera di Raimondo Moncada, balza ai primi posti delle classifiche dei libri più venduti in Italia negli ultimi decenni. Supera Il ladro di Mottini di Andrea Camilleri, Il pendolo di fuoco di Umberto Eco, Il giorno della Sirenetta di Leonardo Sciascia, Tre metri sotto il mare di Federico Moccia, La pistacchiosa di Simonetta Agnello Hornby, Ora ti faccio ridere di Stephen King, Io mi spavento di Nicolò Ammaniti, Ascella di Oriana Fallaci, Il gattino di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, L’otite di Vladimir Nabokov, L’uomo, la bestia e la tv di Luigi Pirandello.
Chi nicchi e nacchi – secondo i dati rilevati il 1° aprile dalla Liber Librera – si trova avanti anche a Mafia ridens (ovvero il giorno della cilecca) dello stesso autore.

Iliubo 
Tratto dal blog www.iliubo.blogspot.it 




martedì 22 marzo 2016

Ricette dal mondo con un intenso profumo di pace

Dove non può subito la lingua, può il palato. E la scuola. I peccati di gola fanno il miracolo di unire ciò che i confini, fisici e mentali, dividono. 
Storie di giovani immigrati animati dalla voglia di costruirsi un futuro nella terra di accoglienza dove sono arrivati da altre terre o dove sono nati da genitori di altre terre. Storie che si incrociano con quelle di siciliani che giovani non sono più e che a trent’anni, sposati, con figli, decidono di “emigrare” in un’aula di scuola per ricominciare o riprendere dopo anni gli studi interrotti.

Ti si aprono diversi libri di storie sfogliando il libretto stampato dall’istituto alberghiero “Calogero Amato Vetrano” di Sciacca. È stato realizzato in occasione della “Tavolata di San Giuseppe” e contiene un bel po’ di “Ricette dal mondo”.
Fin qui niente di eccezionale, dirà qualcuno. Se vai in una qualsiasi libreria , in un’edicola, in una biblioteca, trovi così tanti libri, enciclopedie illustrate, riviste, che ti viene il rigetto. La tv da un decennio è stracolma di trasmissioni di cucina, a qualsiasi ora del giorno.

Il libretto dell’istituto “Amato Vetrano” è qualcosa di diverso, di straordinariamente semplice e di straordinariamente potente. Cogli un profumo – somma di tanti profumi lontani – che fuoriesce dalla carta delle pagine. In una ventina di pagine, vengono proposte diciassette ricette raccolte da studenti della scuola, italiani e non italiani. Sono mischiati. Riconosci la provenienza degli allievi cuochi dal cognome straniero (alcuni hanno il cognome di altri paesi e il nome italiano). Sono ragazzi di altri paesi che frequentano le diverse classi della scuola, dal primo al quinto anno. Sfogliando il ricettario, trovi i loro nomi, il nome e la foto della pietanza proposta, gli ingredienti e la modalità di preparazione, i colori della nazione di provenienza. Gli appassionati di cucina, i golosi, impareranno a cucinare secondo la ricetta originaria tipiche pietanze di diverse parti del mondo. Sono autentiche “bombe” di prelibatezza: “Sarmale” (Romania), baguette (Francia), Khobez (Tunisia), Makroud (Tunisia), Mantou (Cina), Ghriba (Marocco), Paska (Russia), El kobs (Marocco), Bienenstich (Germania), Placinte cu mere (Romania), Paine (Romania), Pasha (Ucraina), Cozonac (Romania), American cookies (America), Ouà rosii (Romania), Hvorosy (Russia).  
Sono piatti – prevalentemente dolci – preparati e degustati durante la tradizionale Tavolata di San Giuseppe che si è svolta nella ex chiesa Santa Margherita di Sciacca. Sistemati sopra un tavolo, con al centro un mappamondo illuminato, ai piedi del ricco altare dedicato al santo, ogni pietanza straniera è stata offerta in degustazione alla popolazione locale e ai giovani studenti delle scuole ospiti.
Un omaggio, una speranza, un segno di gratitudine e, soprattutto, un bel messaggio di pace, apertura, tolleranza e integrazione, in un momento in cui il terrorismo colpisce al cuore l’Europa con ordigni che seminano morte e distruzione.

Questo grazie alla sensibilità e intelligenza di una scuola che prende atto di una realtà in continuo movimento cogliendo gli ingredienti migliori e facendone momenti di incontro, confronto, comunione e arricchimento per far vincere i valori dell’umanità.
Ed è in occasione della tavolata che avvicino i professori e il dirigente scolastico Caterina Mulè per chiedere, approfondire alcuni aspetti. Scopro così che sono circa cinquanta gli studenti “stranieri”, su una popolazione di mille alunni, che frequentano  l’istituto agrario e alberghiero “Amato Vetrano”. E scopro che vengono da diversi paesi della provincia, dove risiedono, ognuno con una storia diversa e con un forte desiderio di riscatto umano e sociale. E scopro che nel 2014 la scuola ha attivato anche una classe serale, che nel 2015 ne è stata attivata una seconda, dando così la possibilità a chi non poteva stare la mattina dietro a un banco – perché mamma o lavoratore – di iniziare o ricominciare un percorso di studi. Perché l’istruzione ha la sua importanza, come ha la sua utilità un diploma e soprattutto un’abilità. Un bravo cuoco parla in tutte e a tutte le lingue del mondo.  

Leggo nell’introduzione del libretto dell’istituto “Amato Vetrano”: “La nostra società si configura, ormai, come multietnica e multiculturale, ed evidenzia il carattere di un flusso migratorio dove si rileva l’urgenza di strutture includenti, socialmente e culturalmente. La scuola e i suoi servizi sono oggi il terreno privilegiato dell’incontro e dello scambio culturale tra ragazzi; essi rappresentano veri e propri laboratori interculturali, sui quali esercitare la volontà e la capacità di accoglienza e di integrazione. Il nostro istituto raccoglie bisogni socio-educativi diversi, dipendenti dalla cultura, dalla lingua, dalla religione e da altri fattori che richiedono un’adeguata programmazione delle scelte e degli interventi educativi. Proprio nell’ambito di questo confronto è emerso il desiderio, da parte di alcuni discenti, di condividere i saper e le tradizioni culinarie del proprio paese d’origine. Attraverso il ricettario abbiamo voluto dare forma a questi momenti di condivisione e promozione della ‘cultura dell’incontro’ intesa come l’unica capace di costruire un mondo più giusto e fraterno, un mondo migliore’ (dal messaggio di Papa Francesco in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2014)”.

Raimondo Moncada

martedì 15 marzo 2016

Un regalo? Ritornare bambino con corde più resistenti da legare ai sogni


Un regalo per il mio 49° compleanno? Ci ho pensato e ripensato. Mi piacerebbe rimuovere quel “4” dall'età anagrafica e ritornare di nuovo bambino a ripercorrere la strada della mia vita con corde più resistenti da annodare ai sogni, di quei sogni che poi si avverano e ti trascinano come aquiloni.
È un regalo che, a pensarci bene, non è solo un sogno irraggiungibile.
E non c'è d'andare all'Ufficio Anagrafe a prendersela con gli impiegati che quotidianamente aggiornano la contabilità del sistema anagrafico, registrando nascite, crescite e nuove vite.
Quel “4” lo posso togliere io stesso dalla testa, come anche quel “5” che inesorabilmente scatterà dal prossimo anno e mi accompagnerà per il prossimo decennio.
Al solo pensiero mi vengono i brividi. Perché dentro di me c'è sempre quel bambino di nove anni che gioca col pallottoliere dell'età e che ogni 15 marzo aggiunge una pallina alle altre perdendo il conto.
Ripensandoci, è una cosa terribile. Ogni anno all'Ufficio Anagrafe ti fanno invecchiare, ogni anno, senza alcuna pietà e alcun rispetto per i sogni di un bambino. Uno stress continuo, addolcito solo dagli auguri dei tuoi cari e degli amici, che ti fanno ritornare quello con quarant'anni di meno sulla carta d'identità (La prima è stata la mamma: con una telefonata alle 6,50 mi ha ricordato che, all’alba del 15 marzo di 49 anni fa, dal protetto grembo mi introduceva a questa vita).

Grazie di cuore a tutti per i pensieri affettuosi giunti a raffica pubblicamente su Facebook, privatamente su Messenger, WhatsApp, Sms, telefono, di presenza, via etere da altri mondi.
Sempre un graditissimo e commovente regalo.
Un abbraccio forte e un bacio babbalucioso ("babbalucioso" è uscito spensieratamente dalla testa di quel bambino che sono stato, senza pensare alla promozione della Crusca).

Raimondo Moncada

giovedì 18 febbraio 2016

Musica, poesia e teatro, per non dimenticare il sacrificio di Accursio Miraglia

Accursio Miraglia
“Possono uccidere me, non le mie idee, e, per fare migliorare le condizioni del popolo siciliano, è bene che queste idee vadano avanti”. Sono parole del sindacalista Accursio Miraglia ucciso in un agguato mafioso il 4 gennaio 1947, due giorni dopo il suo cinquantunesimo compleanno, quattro mesi prima della strage di Portella della Ginestra. A questo eroe, dirigente della Camera del Lavoro, ma anche artista e intellettuale ("dipingeva, scriveva, suonava il violino…"), è dedicata a Sciacca, la sua città, una giornata “Per non dimenticare”, “In memoria di tutte le vittime innocenti di mafia”, con musiche, poesie, teatro.

Nico Miraglia con Giuseppe Tornatore (in Baaria parla del padre)
L’iniziativa è promossa e organizzata dalla Fondazione “Accursio Miraglia” presieduta dal figlio Nico, con la Flai Cgil, il Comune di Sciacca, la Fidapa, l’Istituto comprensivo Statale “Maredolce” di Palermo, le associazioni “Mizzica” e “I Cittadini contro le mafie e la corruzione” e altre associazioni antimafia. Si svolgerà sabato 20 febbraio 2016, con inizio alle ore 9,30, nel teatro popolare “Samonà”. Interverranno artisti, scuole, rappresentanti delle istituzioni, del mondo del lavoro e dell’associazionismo.

Il programma prevede alle 9,30 lo spettacolo “Madreterra”, musiche e poesie per Accursio Miraglia, con Ezio Noto, i Disiu e Raimondo Moncada. A seguire un saluto dei sindaci del territorio, della Fidapa, dei giovani dell’associazione Mizzica, del segretario nazionale della Cgil. Concluderà la giornata lo spettacolo teatrale”Le donne del digiuno” realizzato dalla professoressa Giusi Vitale con le sorelle, le mamme, le zie e le nonne degli alunni della scuola “Maredolce” di Palermo.

Accursio Miraglia in mezzo alla sua gente che tanto l'ha amato
Una giornata per non dimenticare il sacrificio di Accursio Miraglia che, nel suo ultimo comizio, così come riportato nel libro a lui dedicato dal nipote Fabio, disse: “Non cerchiamo altro che la possibilità di ripresa della nostra gente e in altre parole di dare il nostro piccolo contributo all'emancipazione e alla dignità dell'uomo. È solo questo il filo conduttore che ci ispira e ci porta nel rischio. Non è colpa nostra se qualcuno non lo arriva a capire: non arrivi a capire, cioè, che ci sia, ogni tanto, qualcuno disposto anche a morire per gli altri”.


martedì 16 febbraio 2016

Ferite ma non uccise, le passioni rivivono anche dopo venti anni

Antonino Carlino in Via Incisa, durante il Carnevale di Sciacca
Il digitale gli blocca la passione per la fotografia. Dopo vent'anni, lo stesso digitale lo fa rinascere a nuova vita artistica.  Da tre anni lo incontri per strada negli orari più impensati, con la macchina fotografica tra le mani per le vie, le piazze, le mura, gli spazi vuoti o affollati della sua città a ritrarre emozioni, angoli, luci, anche voci e silenzi perché le immagini se le ascolti ti parlano.
Lui è Antonino Carlino, ed è conosciuto dai più come maestro ceramista di Sciacca. Antonino ha un laboratorio e una bottega nel centro storico della sua città. Come il padre Gaspare che gli ha trasmesso i geni della maiolica, modella l'argilla, la impreziosisce di colori, di sfumature, dandogli forma e vita, con le sue mani, artigianalmente, all’antica, sulla scia di una tradizione che a Sciacca si perde nei secoli.
Le sue ore le trascorre così, creando ceramica. È nato ed è cresciuto dentro un laboratorio, ammirando il padre e altri maestri lavorare al tornio e veder uscire dalle mani infangate quei vasi o quelle sculture che gli rimangono impressi come la pellicola di una macchina fotografica (quando esistevano le pellicole).
Antonino Carlino dentro il suo laboratorio di ceramica
Dopo le scuole dell’obbligo, Antonino avrebbe voluto approfondire questa passione di famiglia alle superiori seguendo l’indirizzo di studi specifico, ma ha seguito i saggi consigli del padre: lascia stare la tecnica per ora, pensa agli occhi, alla visione, alla varietà, alla pittura che ingloba tutto. 
Frequenta così a Sciacca l'istituto statale d'arte "Bonachia" con indirizzo decorazione pittorica. Prosegue gli studi all'Accademia di Belle Arti di Palermo seguendo sempre lo stesso percorso. Ed è  qui che avviene la folgorazione, con una nuova deviazione lungo il tracciato di formazione. Si innamora dell'arte della fotografia. Antonino Carlino me lo racconta in uno dei nostri incontri casuali, stuzzicato dalle mia curiosità e ignaro che le sue occasionali confessioni avrebbero avuto presa in chi ha di botto messo da parte la passione per l’arte pittorica e grafica dopo il liceo. 
Foto intitolata dall'autore: "Cuore ferreo"
Rogo del Peppe Nappa al Carnevale di Sciacca 2016

La folgorazione avviene nei primi anni Novanta. Succede sul Monte Cronio, il monte dei misteri, dove si trovano le miracolose stufe termali vaporose. Per un compito accademico, Antonino si arma di macchina fotografica analogica per scattare immagini ai reperti neolitici custoditi nell’Antiquarium dentro teche di vetro. Per non rovinare gli scatti con brutti riflessi, è costretto a non utilizzare il flash (Allora non c'erano le macchine digitali, tutte computerizzate, dotate di sensori di autoregolamentazione. Allora dovevi regolare ad occhio, l’apertura del diaframma e calcolare la velocità dello scatto in base all’intensità della luce e al movimento del soggetto. E dovevi essere pure bravo a scegliere la pellicola della giusta sensibilità. Il fotografo, insomma, sviluppava qualità fuori dal comune). Ed è sul Monte Cronio che la fotografia diventa la sua passione, a tal punto che Antonino in Accademia sceglie tutte le materie integrative dedicate a quest'arte e poi si mette a girare la Sicilia per preparare la sua tesi di laurea proprio in fotografia. Confeziona un suggestivo album delle principali feste religiose dell’isola e viene contattato con un anno d’anticipo da un professore che si prenota per fargli da relatore. 

Foto intitolata dall'autore: "Furor"
Processione della Madonna del Soccorso, patrona di Sciacca
Pittore, decoratore, ceramista e fotografo: la visione completa di cui gli parlava il padre Gaspare. La macchina fotografica diventa parte del proprio essere artista. Ma qualcosa d’inaspettato sta per sconvolgere i suoi piani. È la rivoluzione tecnologica, l'arrivo inarrestabile del digitale che spazza via pellicole e un modo apparentemente consolidato di fare fotografia. Antonino si trova spiazzato. Si rifiuta di farsi violentare dal nuovo sistema. È come se il digitale lo snaturasse. Mette, così, la macchina fotografica da parte e si dedica solo alla sua ceramica finché un giorno di tre anni fa un altro evento gli acchiappa da dentro quella passione. Si fa coinvolgere da una iniziativa promossa dall'associazione l'Altrasciacca che chiama a raccolta giovani appassionati di fotografia per immortalare le bellezze della città. È il momento di riprovare, di soffiare sulla giovanile fiammella che non si è mai spenta. Si decide. Compra una macchina digitale e si mette a provare. A scattare. Analogico e digitale sono due mondi diversi che richiedono approcci diversi. Antonino non si tira indietro. Accetta la sfida.

Foto intitolata dall'autore: "Il non luogo"
Lungomare di località Stazzone 

Ora non si separa più dalla sua nuova macchina fotografica. Lo trovi ogni giorno in giro a fotografare a colori e in bianco e nero i principali eventi popolari come la festa per la Madonna del Soccorso, il Carnevale, ma anche personaggi o luoghi ai più sconosciuti, cogliendo quello che un comune mortale non coglie facilmente. Le sue immagini le ammiri su Facebook e nelle mostre che in città l'associazione l'Altrasciacca organizza.
Anche dopo venti, trenta, quarant’anni, le passioni ritornano, specialmente se fanno parte del tuo essere, se sono un tutt’uno con la tua anima.    

Raimondo Moncada
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