martedì 14 febbraio 2017

"Il partigiano bambino", la storia di Gildo Moncada in un libro

Un bambino ferito, avvolto da bende, in un letto d’ospedale. Una foto in bianco e nero di un quadro. È la copertina del nuovo libro di Raimondo Moncada, interamente dedicato al padre Gildo, partigiano, grafico, pittore, morto venti anni fa.

La copertina è stata svelata su Facebook da Gaetano Alessi, del gruppo editoriale di Ad Est, operante da anni in Emilia Romagna, che a breve pubblicherà l’opera che ha per titolo “Il partigiano bambino – la storia di Gildo Moncada”.

Nelle pagine del libro, spiega in poche parole Raimondo Moncada, “ho condensato una vita, tante vite: una famiglia disintegrata dalla guerra. Gli slanci ideali, le aspirazioni artistiche, i patimenti. Una storia che voleva essere raccontata e si è servita di me perché ne faccio parte. Grazie a chi l'ha abbracciata”.

Il progetto grafico è di Claudia Casamenti. Il libro si avvale della prefazione dello scrittore ed editorialista Giulio Cavalli.

“E’ un libro – scrive Gaetano Alessi – che Raimondo Moncada ha voluto dedicare alla storia del padre partigiano. Ma è anche un viaggio straordinario non solo di un giovane uomo (che tale resterà tutta la vita) ma di una generazione che ha saputo suturare le ferite della guerra con la passione e la militanza. Questo libro meritava ben altro editore, meritava il meglio perché è un omaggio a chi ha messo la propria vita al servizio degli altri, meritava di più di questi piccoli e inadeguati uomini che si rivedono nel giornale delle stella solitaria chiamato AdEst. Ma noi ci abbiamo messo tutto quello che avevamo. Per noi Gildo è stato un compagno di strada, come Vittoria Giunti da cui tutto è cominciato”.


Si annunciano già le prime presentazioni del libro. Le primissime saranno in Emilia Romagna a fine marzo. Ne seguiranno altre, ad aprile, in Sicilia e ad Agrigento, città d'origine di Gildo Moncada. 

domenica 12 febbraio 2017

Giugiu Gramaglia e quelle piazze col maestro Franco Li Causi


Maestro e scopritore di tanti talenti. Non solo un genio della musica. Ecco cosa è stato Franco Li Causi, l'autore della musica di Vitti na crozza. Lo ha ricordato in questi giorni un suo compaesano, Giugiu Gramaglia, attore empedoclino, pubblicando su LinkedIn una foto del 1975. Siamo in Piazzale Caos, nella Casa Natale di Luigi Pirandello. C'è in posa l'intera formazione dello spettacolo "Franco Li Causi Show". E c'è lui, il maestro. Chissà cosa avrebbe detto di Sanremo, delle scimmie e della musica di oggi. 


"Questa meravigliosa foto ingiallita - scrive Giugiu Gramaglia - fa parte dei miei ricordi più cari. Avevo quasi 17 anni e già mi esibivo come animatore nelle feste di piazza". 


Giuggiu rende omaggio a Franco Li Causi, a quello che senza mezzi termini definisce "maestro". L'inizio della sua lunga carriera, fatta di teatro e di tanti film, con interpretazioni sempre apprezzate, lo deve proprio a lui:


"Ricordo che mi ha portato dal maestro il signor Farruggia, un signore anziano che faceva il tassista. Accompagnava con la macchina, una Mercedes, il maestro nei suoi spettacoli. Era  empedoclino e mi conosceva. Ricordo che quando mi portò dal maestro, espresse parole di elogio nei miei confronti. Il maestro mi guardò... Pensava fossi troppo giovane. Ma poi mi disse: 'Forza, cuntami na barzelletta!'. Subito dopo mi fece il mio primo contratto! Si, il mio  PRIMO contratto. Mi dava 10.000 lire ogni spettacolo. Peccato che poi è andato smarrito nel tempo. Lo ricordo con grande gioia".




Non sembrerebbe. Ma Giugiu Gramaglia da piccolo sembrava grande. È nato cresciuto. Ho avuto difficoltà a riconoscerlo in foto. Gliel'ho pure chiesto: Cu sì? Chi sei? Svelato il mistero: è quello inginocchiato, giacca e cravatta, capelli lunghi e immancabile baffetto. Gli rappresento poi le mie perplessità: Diciassette anni? Sembri più grande... 


"Sono del 1959... quindi quasi diciassette. Lo so, sembro più vecchio, ma ero così. Infatti, tutti da piccolo mi dicevano: che longuuu!!! Arristavu accussì! E ora invece sugnu curtu". 


Ma cosa facevate sulla scena con Franco Li Causi? 


"Erano spettacoli di piazza che facevamo in occasione di feste nei paesi. Il grande maestro si esibiva con la sua chitarra e regalava al pubblico la sua ''Apache''. Mettendosi in ginocchio, in proscenio, faceva accarezzare l'ebrezza di quella musica. Lo spettacolo era presentato dalla moglie Patrizia...una americanona che all'epoca faceva sognare i ragazzini sotto il palco. Era nello  dello show anche il fratello del maestro. Io mi esibivo facendo il comico. Raccontavo storielle allegre. Ma il pezzo forte erano le ballerine con le minigonne". 


Anni indimenticabili, per la frequentazione di straordinari artisti e per quell'esperienza unica in giro per la Sicilia. Una fortuna iniziare a fare l'artista con un grande artista. 

"Sento ancora, e credimi mi mancano, gli odori dello zucchero filato, la cubaita... E tutto quello che girava intorno a quelle feste! In quelle serate si esibivano come fuori programma i "big", da Franco Simone a Tony Astarita. E poi Robertino... Arrivavano sempre all'ultimo momento, verso mezzanotte. Non ti dico quello che succedeva: tutti a gridare! Purtroppo, ancora non si facevano i selfie. Ricordo che eravamo due, un marinisi e io. E c'era il maestro Deni che suonava il sax. Nella foto lo vedi con gli occhiali. Poi una ragazza... ricordo si chiamava come nome d'arte Concita. E poi tanta malinconia di quei meravigliosi anni". 

Tra le piazze, ricorda ancora Grotte nel periodo di Pasqua.  Tutta la sua famiglia era riunita a casa e lui doveva onorare l'impegno con lo spettacolo. Gli risuonano ancora nelle orecchie le lagnanze dei genitori. E le voci (con un eufemismo e in confidenza definisce, utilizzando un termine onomatopeico che utilizziamo tutti in Sicilia in talune situazioni: "u burdellu"). Doveva andare. C'era il signor Farruggia con la Mercedes sotto casa che lo aspettava. 




A Giugiu lo ammiriamo da tantissimi anni sui palcoscenici e, soprattutto, nelle sale cinematografiche con continue apparizioni in film di successo. L'ultima, un cammeo, nell'Ora legale di Ficarra e Picone. Ma sta iniziando una nuova avventura con ''Taodue". Sarà nella fiction su Emanuela Loi, la poliziotta uccisa nella strage di Via D'Amelio con Paolo Borsellino e altri colleghi. Girerà la prossima settimana.   Quando un attore passa da ruoli comici a quelli drammatici, e viene applaudito sempre allo stesso modo, non solo è un attore completo ma un grande artista. 


Raimondo Moncada

www.raimondomoncada.blogspot.it 




martedì 7 febbraio 2017

La Via, mezzo secolo di copie in tutto il mondo



Ha oltrepassato il traguardo del mezzo secolo di vita. Un record per un giornale di frontiera. Il primo numero è uscito nell’agosto del 1966. Da allora non si è fermato, mantenendo la forza, il carattere, l’identità, lo scopo originale. Negli anni, ha aumentato il numero dei lettori e la diffusione. Viene spedito in tutto il mondo con posta tradizionale e con innovativa email, rispettando il format iniziale: il foglio ciclostile. Stiamo parlando de “La Via”, con sede a Ribera.
Me ne parlato a telefono, per la prima volta, il direttore di Malgrado Tutto Egidio Terrana, a cui da anni puntualmente arriva ogni mese. Incuriosito mi metto sulle tracce del direttore responsabile, Gerlando Lentini. Il cognome mi richiama Favara, ma lui è nato ed abita a Ribera. Chiedo aiuto all’amico e collega Salvatore Castelli. Mi dice di conoscerlo e si ricorda pure a memoria il numero di telefono. Decidiamo di andarci. Non telefoniamo prima per annunciare la nostra visita. Bussiamo, a metà mattinata, al citofono di casa. Ci apre e ci fa entrare in una stanza-studio traboccante di immagini e testi sacri. Ci sono anche monografie su personaggi religiosi, e non solo, di cui è autore lo stesso Gerlando Lentini. Ci riceve in abito talare. È un prete. Dopo il seminario ad Agrigento, è stato ordinato “sacerdote diocesano” nel 1941, all’età di 22 anni. Ora ne ha 87. Ci fa accomodare. Stava scrivendo, su un computer portatile dove imposta e prepara La Via. Prima li scriveva su una vecchia macchina da scrivere, una Lettera 22, e li stampava con un ciclostile. Poi è arrivata la modernizzazione, e ha fatto ricorso alle rotative di una tipografia, ma rispettando sempre il formato: fogli A4 spillati in un angolo.
Il cognome Lentini – ho conferma – è di Favara. L’intuizione era giusta. La sua famiglia è di Favara. Il padre di don Gerlando, Raimondo, era scultore, scalpellino, artista, poeta, “che studiò letteratura e architettura”, e che giovanissimo venne chiamato a Ribera per realizzare il campanile della Chiesa Madre. Poi ha messo radici, chiamato a Ribera e in tutto il circondario per altri apprezzati lavori.
Don Gerlando Lentini è nato nella terra di adozione del papà. Qui cresce fino alla vocazione: “Ho voluto farmi prete per celebrare messa, per l’Eucarestia”.  Si fa prete, insegna al seminario, ma ha sempre avuto la passione per la scrittura, per la ricerca, per la saggistica, per la storia. È autore, mi dice, di una settantina di pubblicazioni che non ha mai presentato in pubbliche occasioni perché non ama la visibilità, non ama apparire. Ed è per tale ragione che tengo da parte la macchina fotografica.  
Me ne fa vedere una, un libro pubblicato con l’editore Gribaudi. È un saggio sulla vita di don Lorenzo Milani “Servo di Dio e di nesusn altro”.  Mi parla della genesi dell’opera, degli incontri a Firenze con la mamma di don Milani. Ne esalta la figura, di un prete vero. 


E “Prete” è il titolo dell’editoriale in prima pagina a sua firma che apre l’ultimo numero de “La Via”, il primo del 2017. Me ne fa dono, assieme agli ultimi numeri del 2016 e a tutta la collezione del giornale, raccolta in digitale in un Cd Rom. In copertina il nome della testata e la specificazione “Mensile di Cultura”. Il periodico non nasce a Ribera ma a Favara. Scopro l’origine cliccando sul primo file del Cd-Rom. Aprendo il primo numero, uscito nell’agosto del 1966, si legge: “Redazione presso Collegio di Maria – Favara (Agrigento)”. Nasce – apprendo poi –
dagli ambienti di Azione Cattolica e viene firmato da un gruppo di insegnanti. Sempre sulla prima pagina del primo numero si legge anche a chi è rivolto “Ai professionisti di Favara”. Accanto alla testata i nomi dei primi collaboratori: “A cura di: Lillo Arancio, Totò Capodici, Anna Contino, Gerlando Lntini, Carmela Salamone e Lia Sorce”.  In prima pagina la “Presentazione” del giornale con espresso “lo scopo di questi fogli ciclostilati: vincere le tenebre del male con l’aiuto reciproco, esortandoci vicendevolmente, illuminandoci gli uni gli altri sui problemi dello spirito”. E poi continua: “Chi scriverà la Via? La collaborazione è aperta a tutti, a chiunque ha qualcosa da dire ad edificazione dei fratelli. Accoglierà anche articoli di critica? Certo; ma a una sola condizione: che la critica non demolisca per fare il deserto, ma per costruire qualcosa di più bello. Quali argomenti? Tutti quelli che possano contribuire a un potenziamento dei valori dello spirito”.  

Da quei quattro fogli ciclostilati del 1966 (non ero ancora nato), si è passati ai dieci dell’ultimo numero, ben curato, e sempre a più firme. Il giornale si apre con l’editoriale di padre Gerlando Lentini che cura anche la seguitissima rubrica di “Lettere al Direttore”, con lettori che scrivono da più parti: Roma, Partanna, Milano, Palermo, Agrigento.
L’iniziativa editoriale, è riportato a piè dell’ultima pagina “non ha alcuno scopo economico, ma solo quello di fare disinteressatamente un servizio culturale a tutti quelli che l’accettano”. A Ribera sono in 500 a riceverne copia, nel resto dei Comuni siciliani se ne distribuiscono altre 500 copie. Poi oltrepassiamo lo Stretto di Messina, con “La Via” che prende la strada dei cinque continenti. Arriviamo a quota 2.000 copie stampate. Da tanti paesi arrivano offerte libere, di cuore, a sostegno del giornale. Nel bilancio consuntivo 2016, pubblicato nel primo numero del 2017, si leggono i nomi dei recenti sostenitori e la loro provenienza: Mondrone, Okara, Sciacca, Ribera, Garbagnate, Favara, Palma di Montechiaro, Partanna, Agrigento, Maro, Trapani, Campobello di Licata, Torino, Realmonte, San Cataldo, Palermo, Milano, Aragona, Birmingham, Cagliari, Marsala.
Don Gerlando Lentini ne è stato sempre alla direzione. Un giornale che rispecchia, coerentemente, il suo modo di intendere la missione del prete, la sua visione della vita, il ruolo della Chiesa Cattolica, l’essere e il vivere da veri e buoni cristiani.
Gli chiedo come è nata questa sua vocazione per la scrittura? Mi risponde in modo chiaro e deciso: “Faccio il prete, e siccome la Parola si fa scrivere la scrivo”.

Raimondo Moncada

venerdì 3 febbraio 2017

Auser di Ribera, rinascere a 90 anni e anche oltre




Rinascere a 70, 80, 90 anni e anche oltre. Perché la rinascita non ha età. Si può. Succede. L'Auser di Ribera ne è un esempio. “È una grande soddisfazione vedere entrare nella nostra sede persone che si sorreggono con l’aiuto di bastoni e poi metterli da parte per ballare assieme ad altri quando parte la musica in sala”. Me lo racconta la presidente dell'Auser di Ribera Giovanna Valenti, professoressa di arte in pensione, nel luogo della rinascita, in Corso Regina Margherita 266.
Entro nella sede dell’associazione “Amici della terza età” con l'amico Totò Castelli, giornalista e vice presidente dell'Auser. È socio dal 2000, da quando a 50 anni ha deciso di farne parte "con lo spirito di non essere anziano, ma amico degli anziani". Mentre parliamo, nell’ampia sala d’ingresso si svolge una lezione di ginnastica. A terra, impegnate in piegamenti vari (che mi ricordano la fase della mia perduta elasticità fisica), ci sono una ventina di donne di varia età, dai cinquant'anni in su. Perché è questa la fascia d'età che frequenta e rende viva l'Auser con i suoi oltre cento iscritti (130 nel 2016, il tesseramento del 2017 è in corso). Tocchiamo punte tra i soci anche di 90 anni o quasi, come nel caso del signor Giuseppe Turano “il più assiduo” e “così orgoglioso di essere dei nostri”. Giuseppe Turano, vengo a sapere, compirà 90 anni proprio nel 2017, l’anno in cui si festeggiano anche i trent'anni di vita dell’Auser di Ribera “tra le prime associazioni ad essere fondate in provincia di Agrigento”. E anche tra le più longeve. È stata fondata nel 1987. Il primo presidente è stata una donna: Rosa Guaia. Anche la seconda, e per tantissimi anni, è stata una donna: Bruna Branchini. 

Da sinistra: Elvira Manca, Giovanna Valenti e Totò Castelli

“Siamo un’associazione onlus e siamo orgogliosi di andare avanti con le nostre forze” afferma fiera la presidente Giovanna Valenti, in carica dall’aprile 2014. Sorridendo dice: “Costretta a furor di voti”. Ha la capacità di affrontare e risolvere le criticità e di mediare tra diverse e anche divergenti posizioni. Ti colpisce la sua eleganza e la sua calma. Mi parla e mi fa vedere i quadri che sono stati realizzati da alcuni soci dell’Auser nel corso del laboratorio condotto proprio da lei.

Tra le innumerevoli attività di rilievo, mi indicano l’Università Popolare della Terza Età, coordinata da Elvira Manca, fiera casalinga, vivace intelligenza e occhio sveglio: “Con l’Auser abbiamo dato sollievo alle famiglie e i nostri figli sono molto contenti di quello che facciamo”.
Applicando la lezione latina, si pensa al corpo con i laboratori ginnico-motori e si pensa pure alla mente con lezioni tenute da diversi docenti, circa una ventina, che senza chiedere nulla in cambio se non grata attenzione, animano da volontari l’Università della Terza Età intervenendo su svariate materie: letteratura, storia, sociologia, medicina, giurisprudenza, geologia ecc. Tra i docenti: Margherita La Rocca Ruvolo, Nenè Mangiacavallo, Gaetano Schillaci, Mimmo Macaluso, Raimondo Lentini, Giovanni Manzullo, Pietro D’Anna, Giovanna Quartararo, Sino Guarisco, Antonella Ambrogio.
A breve partiranno le lezioni di informatica, per l’uso del computer, di internet e dei social network, con un laboratorio gestito dai due giovani impegnati all’Auser con il Servizio Civile Nazionale: Liliana Tornambè e Antonino Campanella.

Opere realizzate dai soci dell'Auser durante i laboratori d'arte
“L’associazione – leggo su un pieghevole – svolge una corposa serie di iniziative nel corso dell’anno, tutte finalizzate a sconfiggere la solitudine della persona anziana”. L’elenco è davvero consistente: Università della terza Età; laboratori di ginnastica, di pittura e di musica (l’Auser ha pure un coro); l’organizzazione del premio letterario dedicato al pacifista riberese Giuseppe Ganduscio; l’allestimento di mostre d’arte, l’organizzazione di incontri culturali o momenti di approfondimento su argomenti di attualità come è avvenuto sul referendum costituzionale; il recupero di tradizioni popolari e religiose; gite ricreative, iniziative di carattere sociale e umanitario, pubblicazioni e incontri ricreativi. Nell’anno del trentennale, si aggiungeranno altre iniziative, come quella dell’istituzione di un centro studi dedicato a Giuseppe Ganduscio pacifista e anche artista (ha scritto delle canzoni per l’amica Rosa Balistreri). Tra gli obiettivi futuri c’è l’istituzione di un museo della memoria per raccogliere in modo organico tutto il materiale riguardante l’aviere riberese Calogero Sparacino, internato nel campo di concentramento nazista di Dachau. Punto fermo rimarrà sempre la battaglia per l’apertura della Casa per Anziani, costruita tanti anni fa, vandalizzata negli anni, e mai fruita.  
Tante attività che a menti stanche, rigide e rassegnate all’inesorabile trascorrere del tempo, farebbero venire la confusione. Così non è. Ringrazio gli amici di Ribera per questo insegnamento: la vita non ha età. All’Auser sono stato investito da una entusiasta vitalità, dalla voglia di fare, di mettersi in discussione, di scommettere sul futuro, di istruirsi e di divertirsi come dei giovani, ritornando giovani e forse più giovani dei giovani che spesso diventano vecchi nel senso più deleterio del termine (perché anche la vecchiaia non ha età e può colpire precocemente).
L’Auser di Ribera si pone come punto di riferimento per chiunque: “Siamo aperti a tutti”. non ci sono limiti di età, di pensiero, di ceto sociale, di livello culturale, di professione svolte. Io ci sono entrato per la prima volta. Ma non sarà l’ultima. Voglio continuare il mio personale processo di ringiovanimento e a sentirmi giovane tra i giovani. Ricordandomi che anche lo spirito giovanile è molto contagioso.
Chiudo con due citazioni attribuite a una donna sempre giovane fino all’età di 103 anni, Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la scoperta dell’NGF, il fattore di crescita nervoso: “Il cervello non ha rughe: se continua a lavorare sodo, si rinnova continuamente, anche dopo gli 80 anni e, a differenza di altri organi, può perfino migliorare. Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita”.

Raimondo Moncada

mercoledì 1 febbraio 2017

Parlare in siciliano, scudo contro la demenza


Da una vita sono stato uno scienziato, ma non lo sapevo. Da vero scienziato ho per anni attuato – sia pure inconsapevolmente – quello che adesso le più sofisticate ricerche sul cervello suggeriscono a tutti di praticare, anche nell'espressione linguistica.
Ora lo so che ho fatto bene a parlare più lingue nei miei primi cinquant’anni (mancano poche settimane). Parlando il siciliano e l’italiano, o l’italiano e il siciliano, mi sono costruito senza saperlo uno scudo alla Goldrake . E non lo dico io che da una vita parlo e scrivo in italiano e siciliano, confondendo pure le due lingue, ma lo afferma e riafferma la scienza, quella di ultima generazione. Ed è bellissimo prenderne atto e con orgogliosa soddisfazione. Perché ai tempi della mia scuola sono stato rimproverato perché mi esprimevo anche in siciliano o in un italiano tutto mio, arricchito da termini, espressioni tipiche della mia lingua madre spesse volte intraducibili nella stupenda lingua nazionale. In definitiva parlavo tre lingue: il siciliano, l’italiano e l’italiano-siciliano. Ora una nuova ricerca scientifica dà ragione allo studente trilingue che sono stato e dà torto a quei docenti che inibiscono l’uso della lingua della propria terra.

Leggo sul Corriere della Sera di uno studio tutto italiano coordinato da Daniela Perani, direttrice dell’Unità di Neuroimaging molecolare e strutturale in vivo nell’uomo dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e docente all’Università Vita-Salute San Raffaele. Lo studio, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, è stato condotto su 85 pazienti affetti da demenza di Alzheimer, metà monolingui e metà bilingui.
Le persone che parlano abitualmente due lingue – è la conclusione – sono più protette dalla demenza senile causata dal morbo di Alzheimer. Questa terribile  malattia, che distrugge un essere umano, nei bilingui si manifesta più tardi rispetto a chi si esprime con una sola lingua (anche cinque anni più tardi) e con sintomi più attutiti. Secondo i ricercatori – così come riportato dal Corriere –, il bilinguismo costituisce una “riserva cognitiva” (che si acquisisce con una vita intellettualmente attiva e stimolante) che funziona da difesa contro l’avanzare della demenza e non solo. La persona bilingue, viene specificato, è capace di compensare meglio gli effetti neurodegenerativi della malattia di Alzheimer, presa in considerazione nello studio. Si osserva che più le due lingue sono utilizzate e migliori saranno gli effetti sul cervello e sulle performance.
Esempio di libro trilingue
“Il punto - afferma Daniela Perani – non è quindi conoscere due lingue, ma usarle costantemente in maniera attiva e durante tutto l’arco della vita. Questo dovrebbe suggerire alle politiche sociali degli interventi atti a promuovere e mantenere l’uso delle lingue e altrettanto dei dialetti nella popolazione”.
Daniela Perani evidenzia dunque un aspetto che forse in altri studi non è stato abbastanza sottolineato con tutti gli evidenziatori in commercio: “Essere bilingui non significa necessariamente parlare italiano e inglese o italiano e tedesco, ma anche italiano e dialetto della zona di provenienza. Per questo sarebbe importante attuare iniziative di difesa delle 'parlate' regionali, che invece si perdono”. 

Parlando e scrivendo nelle mie tre lingue mi mantengo sempre giovane e irrobustisco ogni giorno lo scudo contro le degenerazioni della vecchiaia (Chi nicchi e nacchi è un chiarissimo esempio di libro trilingue: prefazione e postfazione in italiano, cunti e canti in siciliano e siciliano-italiano) .  
Evviva la scienza! Evviva gli scienziati! Evviva il plurilinguismo! Evviva la mia madre lingua (il siciliano) e la mia seconda lingua (l'italiano)!

 Raimondo Moncada

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