venerdì 24 ottobre 2014

La parte di una parte è sempre una parte

La parte di una parte è sempre una parte. Il tutto del tutto non può essere un tutto. Al disopra del tutto c'è un altro tutto. Un tutto tutto non ci può essere o, meglio, non si può concepire.
Al di sotto di una parte c'è un'altra parte. Tra il tutto e una parte c'è sempre una parte di mezzo.
Una parte del tutto è sempre una parte. E il tutto di una parte?
Il tutto di una parte è sempre un tutto, non ci piove. E' il tutto di una parte. Sempre il tutto, ma di una parte. Mentre una parte del tutto, è sempre una parte. Anche se del tutto.

Tutto chiaro? Forse solo una parte.

Ripetizione di tutto. Una parte di una parte è sempre una parte. Anche una parte del tutto è sempre una parte. Il tutto di una parte è sempre tutto, ma di una parte.
È la teoria del tutto e della parte della relatività relativa. La relatività è relativa. Solo il tutto è onnicomprensivo. Neanche Albert, Albert Einstein, aveva queste certezze.


Il tutto? Quale tutto? Non riusciremo mai a onnicomprenderlo. Le parti possiamo comprenderle. Le possiamo ritagliare a nostra misura. E poi le appiccichiamo all'infinito, cercando il tutto. Come una busta di coriandoli.

Rai 

Borges: "Il vero modo di stare in un posto è starne lontano"

“Forse il vero modo di stare in un posto è starne lontano e sentirne la nostalgia. Il non starvi è un modo di stare in un luogo, no?” È quanto dice il poeta e scrittore argentine  Jorge Luis Borges in una conversazione col poeta e saggista Osvaldo Ferrani.

Affermazione condivisibile. Ci mettiamo ad apprezzare il valore di qualsiasi cosa quando ci manca: una persona, la famiglia, la città natale, il profumo di una casa, l'umidità di un muro, la scalinata dove abbiamo corso da bambini.

Mi manca parecchio il luogo della mia infanzia. Il legame non si è mai spezzato. Ogni volta che ci torno, fisicamente o con la testa, mi si apre una vita, una storia. La foto ritrae Vicolo Seminario, nel cuore del centro storico Agrigento. Siamo a un fiato dalla Cattedrale di San Gerlando, nella scalinata dove ho imparato a camminare e a correre e a vivere e a conoscere (anche a giocare a carte con gli amici, da grandi, nell'età in cui non si capisce niente).


È il mio luogo magico, meraviglioso. La Sicilia è tutta meravigliosa. Per apprezzarla dovremmo stabilire un giorno e, come popolo, nessuno escluso, lasciarla per un periodo per poi ritornarci. Per amarla veramente.

giovedì 23 ottobre 2014

Costringiamo i nostri figli a leggere, anche i fumetti manga

“La lettura è l'unica droga che andrebbe legalizzata. Mandare nel mondo reale un ragazzo senza avergli insegnato a leggere libri, è come spezzargli le gambe”. Parola di James Patterson, ritenuto un autore da Guinness dei primati con i suoi 300 milioni di libri venduti.

In una intervista concessa a Federico Rampini e pubblicata da Repubblica il 22 ottobre 2014, James Patterson parla della lettura, dicendo innanzitutto che “per scrivere bene bisogna leggere bene”. Avvertenza per chi vuol diventare scrittore o vivere di scrittura o semplicemente farsi avanti nelle professioni e nella vita. “Un popolo di lettori – dice – è fatto anche di cittadini migliori, più consapevoli, meno sprovveduti”.

Il consiglio arriva da un grande scrittore che da piccolo, confessa, non amava i libri pur avendo una mamma maestra: “Mi tuffavo nei fumetti (comunque meglio del non leggere). Poi il mio primo lavoro fu un turno di notte in ospedale, e nelle notti tranquille cominciai a divorare grandi autori: Ernest Hemingway, John Dos Passos, Günter Grass. Mi sono innamorato. Oggi ho un figlio di 16 anni, anche lui da bambino leggeva poco. L'ho costretto a dedicare 40 minuti ogni giorno alla lettura. In questo campo i genitori non devono esitare a imporsi, ne va del futuro dei loro figli. A volte mio figlio Jack mi chiedeva: ma perché sono costretto a leggere libri? Gli rispondevo duro: questa è una casa dove si leggono libri; leggili anche tu, se non vuoi fare una brutta fine. Poi ti accorgerai che non è un'incombenza, è divertimento allo stato puro. I genitori devono inventarsi qualsiasi cosa per avvicinare i figli alla lettura, per esempio se il sabato sera si va al cinema insieme, prima si passa un'ora in libreria o in una biblioteca pubblica».

James Patterson, scrive Federico Rampini da New York, ha donato più di centomila libri alle scuole pubbliche e ha finanziato di tasca sua milioni di dollari di borse di studio. “Ci sono milioni di ragazzi – dice Partterson - che non hanno ancora letto un libro che amano. Questa per me è una vera tragedia. Non c'è altro modo per scoprire il mondo, la sua diversità. Tutto va bene, anche i fumetti manga, pur di allenare il "muscolo" cerebrale della lettura”.

Per la cronaca, esce in questi giorni in Italia Conto alla rovescia, l'ultimo libro di James Patterson, edito da Longanesi.

lunedì 20 ottobre 2014

Ecco il primo selfie, è nato trent'anni fa in un vespasiano

Il primo selfie nasce in un cesso. Un cesso straniero. L'origine ha una data oltre che un luogo. Siamo a Parigi nel 1986. La prova del primo selfie moderno l’ho fatta all'interno di un vespasiano pubblico a pagamento, un gabbiotto in metallo dove infili le
monete richieste, si apre la porta, entri, la porta ti si chiude alle spalle in automatico, fai quello che devi fare e poi esci rinfrancato. E quando esci sussulti al rumore dello sciacquone globale e pensi: meno male che non sono rimasto dentro! Perché appena si chiude la porta metallica, come la porta dell'ascensore, scatta il sistema di auto pulizia, non solo della tazza del cesso ma di tutto l'interno del gabbiotto. 

Mi sono ritrovato per la prima volta all'interno di un moderno vespasiano parigino durante la gita di quinto anno, il mio ultimo anno al Liceo scientifico “Leonardo” di Agrigento. Correva l'anno scolastico 1985-1986. Frequentavo, allora, l'indirizzo sperimentale artistico (per l’aneddotica, è stata la seconda e ultima classe di sperimentale a indirizzo artistico al "Leonardo").
All'ingresso della cattedrale di Notre Dame
Stiamo parlando di trent'anni fa. Io avevo la bellezza di diciotto anni e portavo una sottile striscia di barbetta che mi attraversava tutto il viso da orecchio a orecchio (sotto il mento e non sulla fronte).
L’episodio è storico. È stato non solo il mio primo bisogno all'interno di un moderno vespasiano pubblico stradale in metallo a pagamento, ma anche il mio primo viaggio in aereo e la prima volta che mettevo piede (entrambi) in Francia. Ancora sento la cacherella. E forse a causa di quella cacherella non ho fatto altro che entrare in ogni tipo di wc moderno o anche antico. Per me non aveva e non ha importanza la datazione al carbone 14. Tutti i bagni sono uguali quando sei scosso dal bisogno, dal bisognone e dal bisognino. 
La cosa più importante, una volta entrato nel vespasiano parigino a pagamento, è stato centrare l'obiettivo. E, centrato l'obiettivo, nel primo vespasiano moderno, mi sono lavato le mani e bagnato i capelli (con l’acqua corrente parigina). Pettinandomi con le dita i capelli nel mini specchio interno in dotazione al vespasiano moderno, mi si è accesa la lampadina.
Ecco la geniale idea!
Perché non provare l'autoscatto speculare con la macchina fotografica compatta di colore giallo da poco vinta a un concorso grafico? 
Così ho fatto. 
Ho scattato la foto.
Place du Tertre, la piazza degli artisti di Montmartre
Il risultato non l'ho avuto subito. Per avere in mano l'immagine, ho dovuto attendere più di due settimane. Giusto il tempo della conclusione della permanenza a Parigi, del ritorno incolume in aereo a Palermo, dell'arrivo in bus ad Agrigento, della ricerca di uno studio fotografico, dello sviluppo del vecchio e decrepito rullino. 
Che sorpresa quando ho visto tra le mie mani l'esperimento riuscito. A distanza di 30 anni ho ritrovato il cimelio smarrito e mi sono accorto del suo valore, affettivo soprattutto. E poi storico. Allora era un semplice scatto sulla propria persona fatto con le proprie medesime mani, senza alcun ausilio di mirino oculare. Uno scatto al buio: o la va o la spacca! Oggi si chiama selfie, con la foto che vedi mentre la scatti, con l’immagine che ti si impressiona all’istante sulla memoria della macchina fotografica digitale o sullo smartphone e all'istante condividi con gli amici e col mondo tramite i social.
Io condivido oggi il mio primo storico primordiale selfie a distanza di trent'anni. Con la mia memoria, innanzitutto, che ricorda bene quel momento più della visita alla Tour Eiffel, al Museo del Louvre, alla piazzetta degli artisti di Montmartre, alla discoteca La Scala. Poi lo vorrei condividere con gli amici e i vecchi compagni di scuola che hanno vissuto con me, nella vita reale, quegli incontenibili momenti vespasianici.
Un selfie di trent’anni: non è male. È di per sé un record.

Raimondo Moncada 

domenica 19 ottobre 2014

Il grande insegnamento della batteria del telefonino

Ho poca batteria nel telefonino. E quando ho poca batteria nel telefonino, ringrazio la batteria del telefonino perché mi dà ogni volta un grande insegnamento che dimentico puntualmente o che do per scontato. 

Grazie batteria del telefonino. Per oggi mi hai ricaricato con una semplice ma profonda lezione che non debbo mai resettare.
Ci provo.
Ma tu resisti.
Non mi lasciare.
Non ti estingere.
Batti un colpo.
Ancora un po'.

Ti prego.

Raimondo Moncada

(Nella foto in alto, il telefonino della nonna. Indistruttibile. Che non perdevi mai. Che mai ti abbandonava. Che ancora resiste al tempo che passa, guardando i moderni smartphone e non capendoci niente). 

sabato 18 ottobre 2014

Incontro ravvicinato col murmure Dante

Nel mezzo del cammin di mia vita, mi scontrai con una testa dura.

“Chi sei?” Mi chiese.
“Cu sì tu?” Gli risposi.

Alla fin della contesa ci presentammo.
-   "Piacere, Dante. Ma mi puoi chiamare anche Alighieri, se vuoi".
-    "Piacere, Raimondo. Ma mi puoi chiamare anche Rai se ti affatichi la gola".

All’inizio sembrò freddo come il marmo. Quando si sciolse ed entrò in confidenza, Alighieri mi parlò della sua vita, del suo pensier e delle sue opre. Io, senza peli sulla lingua, gli dissi del danno che ha cagionato con tutti quei canti della Divina Commedia che a scuola ti obbligano a tradurre, a spiegare parola per parola, e a imparare a memoria perfino le virgole e i punti e virgola. Una tortura.
Alighiero mi confessò, piangendo e ostentando fatica e sudore (riporto il virgolettato, sono parole sue perché lui ha sempre parlato così): “È duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”.
Io, per confortarlo, cercai di farlo ragionare. Infatti gli spiegai: “È normale che i duri calli spuntano quando fai qualcosa che prima non hai mai fatto: calli ai piedi se cammini troppo, calli alle mani se ti gratti troppo la testa, calli pure ai neuroni se pensi a sproposito”.

Dante, con un ragionamento tutto filosofico, mi consigliò di “considerare la mia semenza”. Mi ripeté la solita litania, che i prof di italiano ti ripetono fino a farti stancare e che ti fanno sottolineare sulle antologie (c’è chi usa il bianchetto invece dell’evidenziatore: bastardi!): “Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”.

Io mi permesi di rispondergli che nella mia Sicilia mangio spesso nocciolina e simenza e che a me mi piace. Dissi proprio così: “A me mi piace!”.  A questo punto, maestro Dante saltò in aria come una bomba. Mi ricordò Sara Simeoni nel suo alato salto da record mondiale, quando l'asticella per paura cominciò a tremare.
“A me mi, caro mio, non si puote dir. O dici a me, o dici a mi. L’italian è italian”. Questo mi disse Dante, consegnandomi brevi manu una pagella con zero nelle materie letterarie e sotto zero nella grammatica e nella sintassi. In condotta: inqualificabile. 

Io, per tutta risposta:  “Bello mio, bello Alighiero, a me mi io lo dico quanto mi pare e piace: A me mi! A me mi! A me mi! A me mi! Etc etc”
E lui, tappandosi le orecchie, a gridare: “Basta. Lo timpano m'esplode”.
E io arrabbiato: “Se non era per tua cagion, bello lustro di patria nostra, nell’italico stivale si sarebbe parlato il sicilian, la mia sacra e matre lingua. Perché io tutto sicilian nacqui e poi in italian m'annacquarono. E in sicilian si sarebbero scritte la tua Divina Commedia e financo i Promessi Sposi, gli Sposi Divorziati e gli Sposi Omosessual. Il nostro Alessadro…
“Alessandro chi?”
“Il Manzoni…”
“Me ne han parlato. Ho visto alcune sue statuette…”
“Alessandro non sarebbe stato costretto a venir nella tua Firenze a sciacquarsi la bocca nell’Arno”.
“Non mi parlar della mia amata Forenze. O quanto è duro calle...”.
“Di nuovo con la storia dei calli?”
“Con me si va nella città dolente, per me si va nell’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente”.
Ed io, per oscura cagion e toccando i miei porta fortun, mi misi non so come a toscaneggiar dantenando.

“O Alighiero, che è quel ch'i' odo?
 Il senso delle tue palore m'è duro. Duro, duro, duro. Hai forse perduto lo ben de l'intelletto?”
E il Dante proruppe a piaghe e a sospirar, a piagne e a piagne Arni di lacrime piagnucolevoli con la man destra che sbattea sulla sua ampiosa fronte facendo un gran tumulto. Alti guai 
risonavan per l'aere sanza stele e sanza tempo,
 per ch'io al cominciar ne lagrimai e cercai di consolallo togliendogli la mano dalla sbattuta fronte. Senza ma però riuscirci. 
Ed elli a me: “Lassame sta. E non dire ma però, che pe dli grammatici non se può di'”.
"Ma anche tu, o sommato Dante, scrivesti un ma però nello tuo Inferno. Come la mettiam?"
"Se lo scrivo io, bello mio, non è un error. Chiamasi licenza poetica". 

Dopo fiumi e fiumi di pianti che l’Arno si ritirò con vergogna sulla natia fonte, il sempr’esule Alighiero inforcò gli occhiali, allungò i bulbi oculari e financo il naso aquilino e mi disse: “Tu sei lo mio maestro e ‘l mio autore, tu se’ colui da cu’ io tolsi lo bello stilo che m’ha fatto onore”.
Ed io: “Forse sbaglio di persona ci fu. Ma grazie, grazie assai, o sommo dei sommi che di sommatoria sommo fusti e per questo fuggesti, o lume pregno di virtù, dal quale io riconosco tutto, qual che si sia, il mio ingegno”.
E Dante: “Che?”
E io: “Ho con la divin tua lingua detto che anche tu sei semplicemente bravo”
Alighiero: “Hai tutto il mio ringrazio”.
E detto questo, si chiuse ancor di più dentro sé stesso, pietrificandosi, ma non nel cor, continuando a parlare in eterno all’alme dal suo murmure marmo.

Raimondo Moncada

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