domenica 5 luglio 2015

Difendersi dal caldo, ecco quale acqua bere

È estate e siamo a luglio. Ogni giorno leggo e sento allarmi meteo che si accompagnano a immancabili bollini rossi. In radio ne ho sentito uno che è sembrato un bollettino di guerra: "Le regioni più colpite dal caldo sono..."
E giù l'elenco delle zone sfortunate. 
Le regioni più colpite dalla
stagione estiva? 
Tutta colpa del solito caldo ciclone e anticiclone che ogni anno, da sempre, in estate, arriva dall'Africa. Non sui barconi. No. Ma cavancando i venti che si spostano con una gran massa d'aria clandestina ed extracomunitaria che attraversa senza controlli e i necessari blocchi navali il Mar Mediterraneo. 
Ogni giorno interventi in ogni Tg, in ogni radio giornale. Spostandomi in macchina, ascolto con apprensione. Le notizie sui terroristi islamisti, sulla Grecia, vengono quasi oscurate dalla paura del caldo. Dopo gli allarmi, ci dicono di non preoccuparci. C'è il massimo dell'attenzione: 
"È mobilitata la protezione civile".
Agli esperti si chiedono consigli su consigli per superare indenni l'insolita estate (potrebbe fare però un po' di freddo siberiano). 
"Proteggetevi all'ombra, con i berretti, bagnatevi però la testa, la fronte, le orecchie, il naso, la gola, con acqua fredda, non calda. Se è calda, riscaldatela prima. Per purificarla. E poi raffreddatela in frigo".
Tutto qui? 
"Entrate nei negozi, ma non per fare acquisti. Solo per godere gratuitamente, senza sconti, della refrigerante aria condizionata. Fate finta di essere interessati agli acquisti così nessuno vi guarderà male. E poi, se siete fuori,  passeggiate sotto viali alberati. Ma solo se siete costretti. Se potete, non uscite di casa e accendete i ventilatori, fate buon uso dei ventagli, soffiatevi, spogliatevi, depilatevi... E bevete, bevete tanto. No alcol per dimenticare il caldo. Ma acqua, tanta buon'acqua naturale. Va pure bene quella del rubinetto. Deve essere però potabile". 

Raimondo Moncada 
www.raimondomoncada.blogspot.it 

Sandokan vittima delle irriguardose zanzare tigri

È atterrata sulla mia pelle una zanzara tigre. Per farla spaventare, dopo alcune libere perforazioni, le ho urlato:
"Vedi che io sono Sandokan". 
La zanzara tigre non si è mossa di un millimetro. Premendo la perforatrice sull'epidermide di Monbracem, mi ha chiesto con sguardo interessato:
"Lady Marianna? La Pelle di Labuan, è qui?"

Non ci sono più le zanzare rispettose di una volta.

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it

sabato 4 luglio 2015

Il futuro è senza peli, rivoluzione epilatoria in arrivo

Il dilemma di ogni estate: mi depilo o non mi depilo? 
Che noia! Sempre la stessa domanda. Ma quante cose, alla fine, facciamo sempre uguali?
Le altri estati non mi sono mai depilato: mi spilo, per carattere. Non sono portato per l'azione depilatoria. Solo la barba, ogni tanto, per farmi riconoscere e apparire giovane. L'apparenza, nel nostro mondo, e soprattutto nella nostra testa, ha la sua pressante importanza. 
I peli, per loro natura (così ci è dato credere), sono superflui. Ma alle scimmie non l'ho mai detto. Né, penso, lo dirò mai. Non ho il coraggio e non trovo le parole. Lo capiranno da sole, col tempo. E anche loro, cominceranno, nella giungla equatoriale, ogni volta che sentiranno da Tarzan i primi allarmi meteo sul caldo più caldo in arrivo, a cercare qualche rasoio o ceretta a strappo (i più pazienti li rimuoveranno a uno a uno). O cominceranno ad affollare i centri estetici dove c'è la fila di uomini e donne. E così anche i peli diventeranno un problema di tutto il mondo animale. 
Ho solo una certezza: il futuro è senza peli. Lo dicono tutti gli indicatori. Perciò, superiamo ogni remora e diamoci da fare per sostenere la rivoluzione depilatoria. 

Raimondo Moncada
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L'amore non fluttuante di due ombrelli, Lilla e Verdino

È amore? 
È amore! alla luce del sole, apertamente, senza ombra di dubbio, senza vergogna. 
Tra circa quattrocento ombrelli fluttuanti a Sciacca, solo due ombrelli, Lilla e Verdino, si prendono per mano e non si staccano, neanche se viene una tempesta di vento. 
Fanno tenerezza. 
Gli altri ombrelli sono ognuno per i fatti loro, autonomi, incuranti del vicino o della vicina. Si scontrano, a volte, altre si avvicinano. Ma non si abbracciano mai e non si giurano amore eterno come Lilla e Verdino. Un esempio per tutti. L'amore vero rende più forti e ripara dalle intemperie.

Raimondo Moncada
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Sotto le stelle reumatiche



Quando hai la fortuna di dormire all'aperto, d'estate, sotto un manto di stelle lucenti, con abat-jour la luna, avvolto dall'intenso profumo di un'umidità improvvisa, il mattino ti risvegli che è un piacere. E resti a letto, reumatico, cigolante, immobile, in attesa che l'Inps ti invii una gru per risollevarti almeno il morale.

Raimondo Moncada 
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Allarme caldo torrido equatoriale ciclonico da forno


Soffoco!
Tutta la giornata a sentire allarmi meteo, anche adesso, uguale allo scorso anno, e agli anni precedenti, con interviste allarmate agli esperti meteo.
"Fa caldo!", "E anche se non fa caldo farà caldo", "Abbiate un po' di pazienza che il cando torrido da forno ciclonico arriverà".
Ma perché questi lanciatori d'allarmi non vanno in Africa, all'equatore, a lanciare allarmi sull'imminente arrivo del caldo torrido equatoriale?
Con tutti questi allarmi, una volta al mare non mi sono sentito di andare. Ho paura di sentire caldo. Immagino di trovare il sole, senza la protezione delle nuvole, che mi entra sotto l'ombrellone e mi aggredisca con i raggi Uva e a me l'Uva non piace, l'Uva con la U maiuscola.
Soffoco al solo pensiero, muoio ogni volta che sento le previsioni del tempo.
L'estate calda non dovrebbe esistere. Ma chi l'ha inventata?
Voglio l'accompagnamento.


Raimondo Moncada
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venerdì 3 luglio 2015

Rivoluzione nei concorsi, valore all'autolaurea e agli atenei fai-da-te

Le università italiane non conteranno più. Sarà il deserto. Chi ci andrà? Boh! La laurea italiana in Italia, messa a confronto con le lauree non italiane, varrà in modo relativo. Ma quanto? Sarà importante saperlo. 

Per conquistare un posto pubblico in pubblica amministrazione tramite  pubblica competizione, potrebbe non essere sufficiente il 110 e lode, con un bel bacio sulla sudata fronte. Al voto sul pezzo di carta e ai baci corporali si potrebbe aggiungere il valore dell’ateneo che il pezzo di carta ha prodotto. Ogni ateneo avrà un suo voto intrinseco che si aggiungerà al voto estrinseco di laurea.

Ne discute – leggo sulla stampa – la Commissione Affari Costituzionali della Camera nell’ambito della legge di riforma della Pubblica Amministrazione. E non mancano, com'era prevedibile, le polemiche.
Gli studenti, lo sappiamo, sono valutati da una vita dai professori o da commissioni di professori. E gli atenei? Chi valuterà il valore del loro peso? Quanto varrà la laurea a Milano, a Venezia, a Torino, a Roma? E quanto un titolo a Napoli, a Palermo, a Catania, ad Agrigento, al Villaggio Mosè? Il titolo di studio conseguito al sud varrà di più di un titolo conseguito al nord?
E quanto varranno le università italiane in confronto alle università straniere? Il succo di un’arancia di Ribera avrà più valore del succo spremuto da un’arancia del polo nord? La formazione scolastica si peserà come i cavoli? 

Le nuove generazioni, nel loro piano di conquista di un futuro posto di lavoro, potranno essere spinti a una scelta radicale: invece di emigrare a Milano, a Venezia, a Torino, a Roma, perché non andiamo direttamente fuori, in Inghilterra, in America, in Francia? Al Massachusetts Institute of Technology, ad Harvard, a Cambridge o a Oxford?

Luigi Pirandello andò a laurearsi in Germania, a Bonn, (all'epoca non c'era ancora la Merkel) lasciando Palermo e poi Roma, con una tesi sulla mia lingua giurgintana. I giovani di oggi potrebbero seguirne l’esempio.
La fuga dei cervelli all’estero potrebbe così cominciare dalla scelta dell’ultima tappa del percorso scolastico di formazione. E non dopo.

Per mia fortuna, mi sono già autolaureato e non ho più di questi pensieri. Attendo solo, una bella laurea honoris causa italiana o anche straniera. Accetto tutto. Anche una laurea in spremute d’arance. Ho già sotto naftalina tocco e toga accademica, di qualche taglia in più per farci entrare anche la pancia. 
Chissà come sarà valutata la mia autolaurea e il mio ateneo fai da me? Sono molto curioso. Sono sicuro del loro peso: a prescindere, valgono tanto, più di un titolo ufficiale preso in Australia o in Siberia. 
Speriamo bene. 

Raimondo Moncada

lunedì 29 giugno 2015

Stranezze terrestri e aperture a strappo con finale da brividi

“Tu sei Raimondo e hai scritto Mafia Ridens e Babbaluci. Io sono Raimondo e ho scritto Mondo Ridens e Chiocciole! Piacere, Raimondo Quagliana”. 

Incontri voluti dal caso. Come il caso ha voluto che due Raimondi scrivessero opere umoristiche dal nome quasi uguale. 
Preso per il collo, penso: cosa mi vorrà? Mi vorrà strappare un sorriso a strappo? Poi trovo il coraggio e a faccia tosta mi presento: “Piacere, sono Raimondo Quagliana… no, volevo dire Moncada”.

Sono circondato. Il quasi omonimo Raimondo Quagliana non è solo. Ha il supporto di un gruppo agguerrito, composto da un’armata di scrittori, attori e umoristi (un’aggravante, di cui aver paura!). Raimondo si avvicina assieme a una donna, sorridente, che a sua volta si presenta mettendo a dura prova la mia memoria social.

“Ciao. Che piacere! Siamo amici su Facebook. Sono Antonella, Antonella Tarantino. Ricordi?”.  
“Ciao! Come stai? Certo che mi ricordo. Come non ricordare. Se siamo amici su Facebook, ricordare è naturale. Ho cinquantacinquemila amici e me li ricordo uno a uno. Sono in grado di dirti cosa fanno, quanti anni hanno, se sono sposati, se hanno figli… Mi ricordo pure i nomi dei loro parenti. Non puoi essere amico su Facebook e non esserlo nella vita reale. Pensa, ho amici dell’Australia con cui mi vedo tutti i giorni, loro in Australia io in Sicilia”.

Stupida ironia! Che usi talvolta come scudo per cercare di nascondere tue défaillance (malafigure!). Sul momento non ricordo. Ho un blackout. Sono troppo preso da alcuni problemi tecnici per il recital che dovrò fare e che mi ricorda il detto siculo "jri a legna senza corda". Ma mi sforzo di non farlo capire. Di non far capire che il mio cervello ha resettato la memoria rigida e lavora con le parti molli. 
Per non portarla a malafigura cerco di ricostruire i momenti principali della nostra amicizia social. Poi, per fortuna, ricordo, pezzetto per pezzetto (mi ero arrampicato troppo sugli specchi). Antonella ha messo “mi piace” su alcuni miei post, e così ho fatto altrettanto io in più occasioni. E ricordo in particolare le attività di “Apertura a strappo”, un collettivo di autori, lettori, musicisti, performer che anima un blog letterario tutto da leggere e che gira per le scuole e per le piazze e per le librerie, organizzando reading da ridere e reading di denuncia. 

Giorgio D'Amato
E un reading, un divertente reading, conclusosi con una denuncia forte contro la mafia, il collettivo lo ha messo in scena a Sciacca, in occasione del Letterando in Fest 2015, la sera del 27 giugno (un giorno prima del compleanno del mio amico Luvici, Luvici Pirandello). Ed è in quella circostanza che vengo circondato da Raimondo Quagliana, da Antonella Tarantino e da altri simpatici autori-attori del collettivo capitanati da Giorgio D’Amato, una barba che nasconde tanto amore per le lettere, per il teatro, per l’impegno (caratteristiche che ritrovo in tutti, equamente, anche in chi barba non ne ha per scelta e per natura).

Con Lucia Alessi, Salvatore Monte, Ivana Dimino
Una serata intensa, dedicata all’umorismo. Tre ore sparate di battute, con le sedie occupate da un bel pubblico interessato, sganasciato e plaudente. Io, con i miei straordinari compagni di viaggio (Salvatore Monte, Ivana Dimino, Lucia Alessi) a far parlare Achille Campanile, il collettivo “Apertura a strappo” a deliziarci con brani del loro spettacolo “L’arte spiegata ai non vedenti”.
Una bella scoperta che ho con i calli applaudito: una Sicilia che ha fiducia, che non si arrende, che insiste, crea, scrive, si diverte, ride e fa ridere, sensibilizza, apre con l’arte gli occhi ai “non vedenti”.

A inizio serata, a cavallo del tramonto, sono con le spalle al muro. Non posso che confessare. Ammetto le mie colpe: “Sì, ho scritto il libro Mafia ridens e ho scritto Babbaluci. Ora fate di me quello che volete. Ma non mi toccate le ascelle”.
Mi tolgo un gran peso dallo stomaco.  

Con Raimondo Quagliana e Antonella Tarantino
Mi complimento con Raimondo Quagliana per il suo libro, per i suoi racconti (Chiocciole e altri essere alati è stato segnalato al Premio Calvino), per la sua naturale e contagiosa simpatia, per la sua quasi omonimia (chissà, magari un giorno ci scambieremo i cognomi: io mi chiamerò Raimondo Quagliana e lui Raimondo Moncada). Così come mi complimento con l’intero collettivo, soprattutto alla fine dell’esibizione nel cortile Orquidea della Badia Grande: tutti bravissimi, da Antonella ad Antonella (giusto per chiudere il cerchio).   

Pago volentieri le mie colpe. Chiedo una foto con il mio quasi omonimo Raimondo e con la mia amica Antonella (per avere la prova che la storia testé raccontata non è invenzione narrativa).

Ora c’è qualcosa di sostanzioso che ci unisce, non Facebook, ma una conoscenza fisica, reale, occhio con occhio, cuore con cuore, e una stima artistica e umana conquistata sul campo di battaglia: il palcoscenico di un teatro.  

Raimondo Moncada


Il blog di Apertura a Strappo www.aperturaastrappo.blogspot.it

domenica 28 giugno 2015

Pirandello e l'anniversario della nascita senza torta



RITORNO 
In una terra d'azzurre argille, 
di mentastro, di salvie profumata, 
nacqui e, nacquendo, non mi annacquai pel mondo immenso e vano.
E tanto o fiorellini schivi, tra l'erma siepe, tanto ho camminato, 
per ricondurmi a voi coi calli e stanco.
Luigi Pirandello

P.S.
Luvì, perdonami, se ho distrutto il tuo Ritorno e, a chiusura della poesia, ho inserito finanche la tua firma. Ma era solo per rivolgerti i miei personalissimi auguri. 
A modo mio. 
Ho provato a chiamarti. A telefono non mi hai risposto. Te li scrivo sul blog e su Facebook.
Ci vediamo, quando ritorno, nella tua casa romita.
So che oggi ti festeggiano. Senza torta, perché tutte le candeline non ci andavano e avrebbero distrutto il dolce.
Ti troverò, come sempre, nella tua immensità. Di Luigi Pirandello - non ti esaltare però - ne è nato solo uno: Tu. E nella mi natia terra. 
Giurgintani semu!
Ricordati di quella cosa...
Ancora auguri, per l'anniversario della tua nascita. 

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it

mercoledì 24 giugno 2015

Dare senso al non senso di Achille Campanile, Letterando in Fest di buon senso

La sfida è lanciata: dare un senso al non senso all’umorismo sensatamente e insensato di quel geniaccio di Achille Campanile. La sesta edizione del Letterando in Fest di Sciacca ospita l’attesissimo incontro-reading con Raimondo Moncada, Lucia Alessi, Ivana Dimino e Salvatore Monte. Anche se non ha senso, lo ha fortissimamente voluto il direttore artistico Sino Caracappa.  
L’appuntamento è per sabato, 27 giugno 2015, alle ore 21, alla Badia Grande di Sciascca, nel palcoscenico del cortile Orquidea. Per i biglietti inesistenti, a ingresso libero e gratuito, si segnalano file da giorni che arrivano a mare.  

Si fa il bis, dunque, dopo la presentazione alla rassegna “Un tè con…” alla biblioteca comunale, a grandissima richiesta popolare (Sino Caracappa, a nome e per conto del mondo dell’editoria e del popolo siciliano). Presente sabato alla badia Grande sempre la stessa grande squadra di allora, odorosa ancora di tè, che ha assicurato la propria presenza in massa (“se non dovessimo esser presenti, l’incontro-reading non salterà: si farà comunque, da solo, autonomamente”).  


Così viene presentato l’appuntamento nel catalogo ufficiale del Letterando a sua volta presentato ufficialmente oggi in una enoteca cittadina sotto l’influsso ubriacante di buon vino locale: 

L’opera, l’arte, la vita, le bizzarrie di uno dei più grandi umoristi del Novecento. 
Tra narrazione e letture di brani significativi di Campanile, per apprezzare l’acume, l’intelligenza, la sensibilità, di uno scrittore che riusciva a far ridere o sorridere con un gioco di parole.
Narratore, drammaturgo, sceneggiatore, giornalista, scrisse romanzi, racconti, opere teatrali, libri di successo come “Tragedie in due battute”, “Manuale di conversazione”, “L’acqua minerale”, “Centocinquanta la gallina canta”.  

Cose da pazzi! Ma nella vita a volte e troppo spesso raramente conviene scatenare la valvola della pazzia, altrimenti si impazzisce.

Tratto dal blog www.iliubo.blogspot.it  

foto tratte da internet 



domenica 14 giugno 2015

Caltabellotta senza pace con due Raimondo Moncada al Dedalo Festival

Raimondo Moncada nel paese natale di Raimondo Moncada. Sì, proprio così. Ma chiariamo subito. Il secondo Raimondo Moncada, detto anche Guglielmo, è il nobile che ha ispirato il romanzo di Andrea Camilleri “Inseguendo un’ombra”, edito da Sellerio, e il libro di Angela Scandaliato e Licia Cardillo Di Prima "Flavio Mitridate. I tre volti del cabbalista" pubblicato da Dario Flaccovio editore. Il primo Raimondo Moncada, detto anche Raimondo, è l’autore del romanzo “Mafia ridens (ovvero il giorno della cilecca) edito sempre da Dario Flaccovio editore.

Cosa hanno, dunque, in comune i due Raimondo Moncada? si chiederà il paziente lettore riuscito ad arrivare a questo punto del testo. 

Una domanda lecita come lecito dovrebbe essere l’istituzione di un’apposita commissione di studio per dare una risposta alla lecita domanda. In attesa di ogni lecito esito, possiamo solo dire, adesso e con certezza, che il primo Raimondo Moncada è stato testé invitato a partecipare alla prossima edizione del Dedalo Festival di Caltabellotta, l'originale e oramai affermata e apprezzata rassegna di arti libere ideata e diretta dall'eclettico e bravissimo musicista Ezio Noto. 


Raimondo Moncada, parliamo ancora del primo, pur avendo nel suo curriculum esperienze musicali, non è stato invitato per le sue doti canore e sonore (fin da piccolo ha imparato a fischiare e a fare le pernacchie, cosa non così alla portata di tutti). Raimondo Moncada il Primo è stato invitato a presentare il suo libro, “Mafia Ridens” a una iniziativa collaterale, ma sempre collegata alla manifestazione principale. Per capirci, la notizia l’ha lanciata la pagina ufficiale di Facebook dell’organizzazione, con la pubblicazione della copertina del libro di Moncada e la comunicazione: “Dove il buon giorno si sente dal mattino” una montagna di libri al Dedalo Festival 2015 – 31 luglio e 1 agosto – Dedalo Festival Caltabellotta

Felice il Moncada, il primo Moncada, che ha postato su Facebook la propria soddisfazione: “Al Dedalo Festival, tra cultura, cultori, culturisti, musica doc e sunati dark
Chissà se verranno i parenti del Moncada, parlo del secondo Moncada, l’avo nato intorno al 1450 proprio a Caltabellotta? Perché il primo Moncada è nato ad Agrigento. Sia chiaro. Lo sapremo alla Montagna di Libri. E se i parenti dell'avo non andranno alla Montagna, sarà la Montagna ad andare dai parenti bussando alle porte di ogni Moncada

Insomma, si è capito, sarà un Dedalo Festival senza pace, molto movimentato, una edizione che già si annuncia straordinaria, ricca di eventi e di personaggi. Si sentirà tutto il mistero, la storia e il profumo di Sicilia. Saremo tutti a Caltabellotta ad abbeverarci alla fonte dell'arte, e a fare pace con noi stessi. 

Tratto dal blog www.iliubo.blogspot.it  



mercoledì 10 giugno 2015

Quei pericolosi pazzi del Viale, manicomio con malattia generazionale

Volto coinvolto tra volti stravolti
Il Viale non è una semplice strada. Ha una memoria, un cuore. Ha il brivido della storia. Parlo del Viale della Vittoria, la dritta via che dalla stazione ferroviaria finisce nell'area dove sorgono i padiglioni dell'ex ospedale psichiatrico di Agrigento, quelli che fecero ritornare a cantare "Volare" a Domenico Modugno dopo la grave malattia. Uno di questi padiglioni ha ospitato e ospita, non per follia, molte classi del liceo scientifico statale "Leonardo". La mia scuola, la scuola da cui vedevo, al di là dell'alto muro di contenimento in tufo arenario e della recinzione metallica, persone che in tanti additavano come "pazzi". Pazzi anche liberi di circolare, fuori da quel mondo. Alcuni entravano e uscivano da quelle strutture sanitarie, mescolandosi ai malati del Viale. 

Una dipendenza. Un obbligo. Un rito. 

Il Viale è molto legato a quel mio periodo. E non solo. Quelle volte che mi capita di rimetterci piede non sono un passeggiatore qualsiasi (ricordo la battuta amaramente ricolta ai tanti disoccupati: chi fa camini?). Entro nella mia storia e nella storia della mia città. Non sono distratto dalla routine quotidiana di chi vive Agrigento, nelle sue meraviglie e nel suo caos. L'attenzione si stacca dal superfluo. Vado, non conoscendo più nessuno. Ma non in incognito. È passato tanto tempo, troppo tempo. Io non ci vivo più e i miei amici sono altrove, sparsi per l’Italia, per il mondo.

Ma appena varco la soglia, mi si aprono le celle di una memoria che vuole ricordare. E ricorda ogni nodoso albero, ogni foglia suonata dal vento, ogni mattonella calpestata, ogni profumo annusato pure quello di San Leone, ogni colore che cambia sfumatura di stagione in stagione. Come ricorda la direzione cangiante delle ombre, dipendente da un sole che ha sempre calore per tutti, durante il quotidiano giro di un paesaggio sconfinato, di mare e di templi, in cui ti perdi, nei momenti di ricercato silenzio. E mi risuonano voci amiche tra quegli alberi, tra quei marciapiedi, tra quelle panchine in ferro ora occupate da extracomunitari in attesa di clienti nelle loro bancarelle stracolme di taroccate cover per cellulari.  

Il Viale della Vittoria di Agrigento
Echi di voci,  oggi ombre di ragazzi, di studenti che al termine della scuola, e prima di andare a casa, si facevano il solito tour al Viale per vedere chi c'era e scambiarsi impressioni sulla mattinata in classe e sull’ora di ricreazione. Nel pomeriggio, dopo pranzo e dopo lo studio (per chi studiava) avevi l’appuntamento col tuo gruppo di amici, con la tua comitiva, con i tuoi compagni di classe. Ognuno aveva il suo albero, chi all'inizio del Viale, chi in piazza Cavour, chi da Saieva (il bar). Un rito che si è ripetuto di generazione in generazione. Anche la mia generazione ha avuto al centro della propria vita il Viale, luogo di incontri, di crescita, di maturità, di amori. Anche una vetrina per mostrarsi ognuno nella propria deformante bellezza, diversa di anno in anno, apparenza di un corpo che si trasformava davanti a uno specchio che, senza dire niente a voce, ti ha visto in tutte le fasi dello sviluppo con i tuoi sogni, le tue preoccupazioni, le tue ansie di arrivare, i brufoli che senza chiedere permesso si affacciavano su volti sempre più pelosi.

Uno snodo, per poi scendere a San Leone per chi era motorizzato o andare al cinema per chi poteva: al Supercinema, al Garden di piazza Metello all'Astor (l’unico che ha resistito). O semplicemente si stava al Viale fino a tarda sera ("oggi chiudo io", ci dicevamo) per poi rientrare a casa, dove ci aspettavano i genitori che facevano finta di russare dopo avere atteso invano una chiamata (esistevano solo i telefoni fissi, le cabine telefoniche: gli avi degli attuali cellulari si vedevano solo nei film di fantascienza).

Le prime paninerie sono nate in quel periodo. Dietro piazza Cavour, ricordo la prima. È stata aperta da un emiliano, ex calciatore dell'Akragas (ho questi ricordi). Lui portò la prima piadina e una varietà di panini che rappresentarono allora una gustosa novità. Poi vennero gli altri e i paninari ambulanti con i Tir attrezzati (sotto la ex Standa di via Gioieni e all'inizio del Viale facevano da tempo panini con panelle, panelle e crocchè, e meusa. Ancora oggi resistono alle mode con il loro orgoglioso marchio familiare che rappresenta garanzia di continuità). 

Primo selfie moderno all'interno di un vespasiano automatico
di Parigi, durante la gita di quinto anno del liceo "Leonardo"
Il Viale è parte della mia vita, parte della vita di tanti ragazzi diventati ora adulti se non anziani. E ritornando su quel marciapiede, toccando quei tronchi d'albero pure loro con le rughe e appanzati dal tempo, ritorni quel bambino uscito dall'elementare “De Cosmi” del Villaggio Mosè che, dopo la licenza di quinto anno, comincia a sentirsi grande e a viaggiare da solo su vecchi autobus stracolmi di studenti di ogni età per raggiungere Agrigento, con il giro lungo di Cannatello e di Fiume Naro. Capolinea: piazza stazione, dopo snervanti fermate lungo l’interminabile tragitto. E poi a piedi, scendere nella sottostante via Acrone e frequentare le prime tre classi della scuola media "Luigi Pirandello".

È in quegli anni che ho cominciato a scoprire quel nuovo mondo del Viale e a metterci timidamente piede come in un rito di iniziazione. Un segno di emancipazione, di autonomia. Dalle scuole medie è iniziato l'andirivieni, continuo, instancabile. In compagnia di amici, ho cominciato a fare su e giù per il Viale, da una punta all'altra punta, nello spazio conosciuto agli esseri umani che arrivava poco dopo la prima traversa di Saieva. Andavi oltre se avevi necessità di appartarti. O di stare in ombra.

Un viale vissuto, solcato. Con gli anni, a forza di passeggiare, l'ho scavato. Io noto ancora la traccia, l’avvallamento, che hanno creato le mie scarpe. Nelle passeggiate al Viale, con prolungata sosta nell’albero assegnato dal destino, si parlava di tutto: di scuola, di futuro, delle ragazze che ti piacevano, che forse ti guardavano, che forse erano interessate, che forse si erano innamorate, che forse neanche ti cagavano.  
Si cresceva. Si cresceva.

Altra foto scattata a Parigi, nel 1986, durante la gita di fine
anno scolastico qualche mese prima dell'esame di maturità 
Dopo le medie, ecco le superiori. Cinque anni di liceo scientifico “Leonardo”, indirizzo sperimentale artistico. Siamo alla punta estrema del Viale, sotto il manicomio e sopra il cimitero di Bonamorone. Anche l'altra metà del Viale, così, mi è venuta familiare. È l'età della mia prima moto e poi della prima autovettura (ho cominciato con una 126 Fiat minuscola color bordeaux). I piedi con i conquistati moderni mezzi di locomozione meccanizzata avrebbero dovuto camminare meno. Ma non è stato così. Il Viale, per antonomasia la “passeggiata”, si fa a piedi (‘mpiduni). Non puoi fartelo da una punta all'altra punta con la moto o con la macchina. Sul marciapiede almeno. C'era già allora chi era più pazzo dei pazzi (la pazzia non ha età) e, fresco di patente, si faceva da un punta all'altra punta bloccato dal traffico, per farsi vedere sopra la nuova auto, sopra la nuova moto e con la nuova autoradio con le casse di fuori che, a tutto volume, si facevano sentire pure allo stadio Barbera del Palermo. 

Pazzi! Di una pazzia che manca e che non ritornerà mai più uguale. È una pazzia che vive solo dentro la mia memoria e che si risveglia ogni volta che varco quella soglia.

Una festa dei ricordi, una vittoria del mio Viale.  

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it

martedì 9 giugno 2015

Premio in duplice favella ad autori con piena libertà poetica e narrativa

Conosceva bene, anzi benissimo, l’italiano, ma per una scelta consapevole, di campo, di coscienza, decise di scrivere, di esprimersi come poeta, romanziere, drammaturgo, nella lingua della sua terra. Stiamo parlando di Alessio Di Giovanni, siciliano di Cianciana, a cui da ben 18 anni l’Accademia Teatrale di Sicilia dedica un premio letterario. È uno dei premi più longevi e prestigiosi in provincia di Agrigento e in Sicilia. Al premio è legato un concorso, per poeti e autori di racconti, che dà la possibilità di esprimersi sia nella lingua di Alessandro Manzoni (che sentì l’esigenza di “sciacquare i panni in Arno” per l’ultima stesura de “I promessi sposi”) che in quella tanto cara ad Alessio Di Giovanni ("La mia principale cura è stata ed è sempre quella di far pane siciliano con farina siciliana").

Sono cinque le sezioni previste:
1) Poesia in lingua siciliana;
2) Poesia in lingua italiana;
3) Racconti in lingua siciliana;
4) Racconti in lingua italiana;
5) Sezione Speciale nazionale;
6) Sezione Scuole.

La scadenza per l’invio delle opere è stata fissata per il prossimo lunedì 15 giugno (indirizzo postale: Accademia Teatrale di Sicilia – Premio Alessio di Giovanni – 92015 Raffadali - Prov. Agrigento).

Ancora una settimana, dunque. Poi saranno insediate le giurie per la lettura e la valutazione delle poesie e dei racconti pervenuti.
Per le modalità di invio delle opere, gli autori possono consultare il regolamento nel sito ufficiale del premio: www.alessiodigiovanni.blogspot.com

Può partecipare chiunque. Dando la possibilità a tanti di esprimersi, di confrontarsi, di concorrere da ogni parte d'Italia e anche da fuori Italia, come è avvenuto in altre edizioni (utilizzare l'antica e cara carta, tastiera di computer o di macchina da scrivere o anche penna, con calligrafia leggibile, invece di lasciare i propri scritti nel cassetto, sui muri, sulle saracinesche, nei citofoni, nei portoni di ingresso come nella foto in alto con piena libertà poetica e narrativa).  

Il premio intende valorizzare un grande autore siciliano e la lingua che utilizzò con grande maestria e rara profondità. Nel profilo del poeta della Val Platani, consultabile nel Sito del Premio, leggiamo che Alessio Di Giovanni scelse di scrivere, come egli stesso la definì, nella "gagliarda e ardente, armoniosa e soave, e incisiva lingua di Sicilia". Il  30 novembre 1938, nella premessa al libro "La racina di Sant'Antoniu" spiega: "Comprenderanno perché ho scritto anche questo romanzo in siciliano: non perché non ami e non conosca e non apprezzi la gloriosa e duttile e perfetta lingua nazionale (che, da quarant'anni a questa parte, studio con sempre vivo, appassionato amore), ma per istintivo, irresistibile bisogno di rendere l'intima anima della mia terra, con quella semplicità spontanea e con quella sicura immediatezza che si possono ottenere interamente adoperando il vermiglio linguaggio dell'isola, perché soltanto col suo corrusco fiammeggiare e con la sua armonia accorata, si può dare un'impronta schiettamente paesana alla narrazione..."

Raimondo Moncada 

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lunedì 8 giugno 2015

"Periferie: Terre Forti", ai margini di un'Italia emarginata e resistente

La villetta del Villaggio Mosè, a sud della schiera delle case
popolari, all'ingresso orientale del Viale Leonardo Sciascia 
È un ragazzo di periferia. E dalla periferia delle periferie è andato al nord per trovare altre periferie, con nuovi compagni di strada. 
Lo conosco bene. Abbiamo condiviso una bella fetta di vita assieme, in tante periferie: al sud, in Sicilia, in provincia di Agrigento, a Raffadali, paese quest'ultimo dove ho trovato una mia seconda casa, io venuto da quella periferia del Villaggio Mosè dove ho vissuto per tanti anni dopo avere trascorso l'infanzia nel cuore pulsante del centro storico di Agrigento, divenuto poi periferia quando lo hanno svuotato di anime per riempire altre più moderne e numerose periferie chiamate “quartieri satellite” (periferia è essere lontani, distanti, isolati, abbandonati, degradati, non considerati, non importanti, non indispensabili, fuori dal centro... giusto per capire di cosa parliamo).  
Con Gaetano Alessi abbiamo tanto in comune. A cominciare dagli affetti. Ma non è argomento di queste mie riflessioni, sgorgate spontaneamente, durante un viaggio in macchina. Non un giudizio o una recensione, ma solo l'espressione di un sentimento.
Mi lega a Gaetano, dicevamo, una terra - periferia d'Italia, d'Europa, del Mediterraneo - dove siamo nati e cresciuti e il cui odore ci porteremo addosso fino alla fine. E Gaetano non ha dimenticato queste sue origini, la punta più profonda delle sue radici. Emigrando nel ricco e produttivo nord - così ci è sempre stato descritto a noi meridionali - ha trovato o si è cercato altre periferie, non solo centri abitati ma anche uomini che Gaetano tutela, oggi da sindacalista, con una forza e una coerenza che gli vengono da lontano, da molto lontano.
L'illustrazione di copertina del libro
è opera di Gianlorenzo Ingrami
Gaetano è sempre stato un combattivo, una roccia, fin da piccolo. E pure un generoso, oltre che carismatico trascinatore. Si è fatto sempre da solo, con le proprie mani, partendo e ripartendo anche da zero, non fermandosi di fronte a ostacoli in apparenza insormontabili. Lasciando la sua Sicilia, dove per tanti anni ha lottato e seminato, ha deciso un giorno che doveva staccare e ripartire. Ed è ripartito da Bologna, forte dei suoi ideali, forte dei suoi luminosi punti di riferimento, forte dei suoi fuochi, forte della sua forza interiore. E a Bologna non ha interrotto il suo percorso, lo ha continuato e lo ha arricchito, mettendosi sempre dalla parte dei più deboli, a tutelare i loro diritti, a denunciare anche con la penna realtà al limite e ad accendere le luci su esemplari personaggi resistenti come Vittoria Giunti, uno dei suoi fari, a cui ha dedicato un libro che ha avuto il meritato riscontro in tutta Italia (nel 2011 ha ricevuto il premio nazionale giornalistico “Giuseppe Fava” sezione giovani, si è messo a fare attività antimafia nelle università ed ha girato in lungo e in largo a parlare delle sue pubblicazioni, delle sue ricerche, della sua esperienza).

Ora Gaetano si presenta con un nuovo libro "Periferie, Terre Forti". Lo scrive non da solo. Ma con un giovane compagno di viaggio, Massimo Manzoli, ingegnere meccanico di Ravenna, anche lui, come Gaetano impegnato nel sociale e, con l'associazione culturale "Gruppo dello Zuccherificio", anche in attività antimafia. Un curriculum di tutto rispetto. Non conosco Manzoli e non posso parlarne così come parlo di Gaetano, toccando tasti molto personali. Ma da quello che capisco è pure un tipo tosto, determinato e con le idee molto chiare. Un ottimo compagno di viaggio, insomma.   
Massimo Manzoli e Gaetano Alessi 
Con Gaetano Alessi ha scritto un libro che in poche settimane ha già fatto fuori tutte le copie della prima edizione e con un tour di presentazioni che autori altisonanti e con editori di rilievo si sognano. 
È un libro orgogliosamente indipendente autoprodotto, con il marchio di origini raffadalesi di "Ad Est" in prima pagina. È un grande contributo di conoscenza e una denuncia su quelle parti d’Italia ai margini ed emarginati. Un siciliano, Gaetano, e un romagnolo, Massimo, con un reportage giornalistico vecchia maniera, arricchito da sensibilità e passione fuori dal comune, ci restituiscono quadri di periferie che altrimenti non avremmo conosciuto. E ne parlano non per sentito dire, non cercando informazioni su Google e rimaneggiando il materiale trovato. Ma andando col proprio corpo, con i propri cinque sensi, a vivere le realtà da raccontare, da nord a sud, fotografando i luoghi e la loro umanità, dando voce alle voci di periferia. 
Ne esce così un testo vivo, vero, per capire l’altra Italia: Le Piagge ("il bronx di Firenze"), la Valle di Susa (ieri luogo di lotta partigiana, oggi del movimento No Tav), Librino (il "quartiere ghetto" di Catania) e Gaetano Saffioti, imprenditore coraggio che combatte in prima linea contro la 'ndrangheta non fuggendo dalla sua casa di periferia di Palmi.
Prima di "Terre forti", non sapevo nulla, assolutamente nulla di Le Piagge. Non sapevo che anche "la ricca e sfarzosa Firenze avesse il suo "inferno", "un quartiere da evitare, secondo la maggior parte dei fiorentini", dove però esiste "un'esperienza decennale di resistenza" civile per migliorare le condizioni di degrado e di marginalità. Il quartiere, apprendo, "sorge su una striscia di terra lunga e stretta, parallela all'Arno e alla Via Pistoiese". La cementificazione, "su un'area a forte rischio idrogeologico, in cui non si doveva costruire", viene pensata negli anni '80. "Il Comune di Firenze, in risposta all'emergenza abitativa, propria a gran parte del territorio italiano, decide di attuare un piano edilizio per la realizzazione di case popolari". Un quartiere dove, con l'andare degli anni, la vivibilità è via via peggiorata, con una altissima disoccupazione e disagio sociale. 



“Periferie: Terre Forti” è la ripartenza di Gaetano Alessi, emigrato gradualmente integrato, prima operaio, poi funzionario della Cgil-Filcams di Bologna, ora saggista, giornalista free-lance e scrittore. Il libro nasce dalla necessità, dall'urgenza intima di riprendere un antico cammino dopo la fase iniziale di ambientazione in un mondo nuovo. Gaetano ritorna “in un mondo di frontiera, fatto di centri sociali, di fabbriche occupate, di oratori di quartieri malfamati, di comuni intrisi di mafiosità. Luoghi – spiega –  dove vedi tutta la povertà del mondo, ma anche gente disposta a spartirsi quel poco che ha. Luoghi dove l'unica forma di Stato è una pattuglia della Polizia. Lì tra quella gente ho ricominciato a sentire le radici rinascere. Lì è nata l'idea di questo libro". 


Le case popolari del Villaggio Mosè, quartiere "satellite"
di Agrigento edificate tra gli anni Sessanta e Settanta
Dell’idea, della gestazione, dei primi passi, Gaetano mi ha parlato più volte al telefono e poi a casa. È passato un bel po’ prima di darlo alle stampe con una impaginazione speciale, realizzata utilizzando il sistema che agevola la lettura a chi ha disturbi visivi.  
“Non è un libro di denuncia, né tantomeno una serie di inchieste”, dice Massimo Manzoli, "ma il racconto di un viaggio fatto da due persone diversissime tra loro, un uomo del sud e uno del nord, che nelle proprie radici umili e contadine hanno trovato terreno fertile per i propri ideali. Forse è da lì che nasce questo libro, da quella voglia di ascoltare, di capire e di capirsi in silenzio, di raccontare le storie di frontiera, di periferia appunto, che a ben pensarci sono le storie delle nostre famiglie, dei nostri amici, dei nostri compagni". 

Potevano essere tante altre le periferie di cui occuparsi, nota nella prefazione Andrea Bigalli, prete fiorentino, referente per la Toscana dell'Associazione Libera. "Le Piagge, la Val di Susa, la Calabria, la Sicilia, fanno da metodo per interpretare gli altri in cui ci può capitare di passare. Ho riconosciuto in queste pagine la generosità nel setacciare e scandagliare, con occhi di giustizia e po' di tenerezza". 

La tenerezza, che è anche speranza, è già nella bella copertina: un amorfo e moderno edificio, uno di quelli che trovi uguali e senza vita al nord come al sud, si lascia sbucare da un cuore gigante che si apre a un infinito cielo stellato con una grande stella rossa a svettare in alto sopra una rosa, pure di colore rosso, che si fa largo dalle dura fondamenta di cemento armato. 

Raimondo Moncada

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