giovedì 26 marzo 2015

Il sangue di una tabella e il sacrificio del brigadiere Nastasi

Dentro un’umile tabella toponomastica scorre il sangue di uomini che hanno sacrificato la propria vita per il dovere, per l’attaccamento a una divisa, per l’amore di una terra dove in tanti, in troppi, sono caduti per mano criminale: magistrati, poliziotti, carabinieri, uomini, donne, bambini innocenti. Ma al sangue della tabella non fai caso. Non per male.

Il sangue trasuda, ma non sai, non hai mai saputo, come nel caso del toponimo della via “Brigadiere Nastasi”. E' sempre stato un nome qualsiasi, per indicare una strada, il luogo di una scuola, di un ufficio o di una rivendita di pneumatici. Nella mia memoria non si è acceso mai quel neurone che attiva il ricordo, perché ricordi legati a quel nome non è ho mai avuti. Non mi ha, dunque, mai attraversato quel brivido che ti scuote tutto quando senti, leggi o pronunci nomi di piccoli e grandi eroi.

La toponomastica, il dare nomi a vie e piazze delle città, ha il compito di mantenere in eterno la memoria di personaggi che hanno dato lustro, dignità e onore al proprio paese nei campi della cultura, dell’arte, della politica, delle scienze, della lotta agli oppressori. Vie e piazze che attraversiamo ogni giorno, ma sul cui nome non soffermiamo la nostra attenzione. Non andiamo al di là della semplice indicazione della via. Passiamo oltre, distratti da altri mille pensieri. Il nome della via ci serve solo per orientarci nella geografia fisica del paese, non in quella viva ed emotiva. 

Quanti personaggi sono dimenticati e quanti sconosciuti?


La toponomastica è un libro aperto. Un omaggio a chi ha fatto grande la nostra terra, anche con audaci ed esemplari azioni. Per caso, sono stato catapultato dentro la tabella dedicata al “Brigadiere Nastasi”. Sono andato così oltre la superficiale lettura della via, provandone il brivido della “Grande Memoria” di quegli uomini, di quelle donne, che si sono sacrificati per la Sicilia, che hanno dato la propria vita per un ideale. 


Il caso ha voluto che leggessi un link su Facebook pubblicato dal figlio del brigadiere Nastasi, Tony. Il link rimandava a una notizia pubblicata sul sito “Strettoweb.com” dal titolo “Per non dimenticare: Baldassare Nastasi, Alberto Capua, Vincenzo Ranieri, innocenti vittime della mafia”.  

Leggo e rimango pietrificato. Non ne avevo mai sentito parlare, oppure non ci ho mai fatto attenzione. 

Quando il brigadiere Nastasi venne ucciso, io ero un ragazzo di 12 anni, Tony un bambino di 7 anni. Era il 4 giugno 1979. Una banda assalta l’agenzia della Banca Sicula di Montevago. Il brigadiere Nastasi si lancia all’inseguimento, con il carabiniere Lorenzo Brunetti, dopo l’allarme giunto alla compagnia dei Carabinieri di Sciacca. Nelle campagne di Partanna, il suo paese natio, c’è un conflitto a fuoco. Nastasi trova la morte, il carabiniere Brunetti viene ferito gravemente.  
Il brigadiere Baldassare Nastasi aveva 40 anni, gli stessi che oggi ha il figlio Tony. Ha comandato diverse stazioni dei carabinieri. È stato in Calabria e in Sicilia: Maratea, Santa Elisabetta, Sciacca e a Morreale dove operava il capitano dei carabinieri Emanuele Basile ucciso in un agguato mafioso il 4 maggio 1980.

Vado ancora a fondo.

Sul sito “Vittimemafia.it” scopro che, con decreto del Presidente della Repubblica, al brigadiere Baldassare Nastasi il 27 febbraio 1980 viene conferita la medaglia d'argento al valor militare con la seguente motivazione:
"Addetto a Nucleo operativo e radio­mobile di compagnia, in occasione di rapina perpetrata in Istituto di Credito della zona, si poneva con militare dipendente alla ricerca di autori e mentre si accingeva ad identificare due individui, successivamente risultati responsabili del crimine, veniva fatto segno da numerosi colpi di pistola esplosi da brevis­sima distanza, benché mortalmente ferito, trovava la forza di reagire con la pistola in do­tazione fino a quando si accasciava al suolo esanime. Luminoso esempio di attaccamento al dovere spinto fino all'estremo sacrificio".

Ora so. Ora, ogni volta che mi indicheranno “Via brigadiere Nastasi”, a Sciacca, una scarica di elettricità emotiva accenderà nei miei neuroni la luce del ricordo di quello che è accaduto e di quello  che non bisogna dimenticare.

La memoria bisogna anche costruirla e mantenerla viva. All'ignoranza si può sempre porre rimedio così come all'oppressione mafiosa in modo da avere meno tabelle commemorative, meno orfani e più padri. 


lunedì 23 marzo 2015

Si impenna la vendita di manette. Si indaga, ma è mistero

Manette. Aumenta d’improvviso il consumo di manette. Ma a che serviranno? Le manette sono un dispositivo d’ausilio alle forze di polizia. Le portano al cinturone e vengono utilizzate al momento opportuno per arrestare persone inquiete, per frenarne gli impeti, per immobilizzarle, per condurle in celle di sicurezza o in luoghi d’espiazione di pene. Le immagini di manette ai polsi ci riportano inevitabilmente a eventi nella maggioranza dei casi non certo piacevoli. 

La notizia dell’impennata nella vendita di manette mi ha dunque colto subito di sorpresa. Mi ha colpito per il luogo in cui è avvenuta la vendita e per il momento in cui si è registrato il picco di richieste d’acquisto. Le manette sono state vendute in un negozio di abbigliamento intimo della provincia di Agrigento e nel periodo in cui è stato proiettato al cinema il film “Cinquanta sfumature di grigio” che ha registrato, anche nella calda Sicilia, record di incassi con presenze, tra il pubblico, in stragrande maggioranza di donne. Gli uomini sono rimasti alla porta per poi farsi raccontare la trama e le passioni della pellicola di cui si è tanto parlato negli ultimi mesi.   
Il negozio aveva in magazzino solo la disponibilità di una decina di coppie di manette. Una è stata notata in vetrina, messa lì ad attirare ancor di più l’attenzione di passanti su articoli che, una volta indossati, neanche si vedono.

Si venderanno o non si venderanno? 

Un dubbio atroce attraversa ogni volta la mente di un commerciante quando deve fare gli ordini di stagione. L’invenduto ti rimane sullo stomaco.  
Ebbene, le manette intime sono state tutte vendute, costringendo la proprietà dell’intimo negozio a mordersi le mani perché l’improvvisa domanda si è dimostrata superiore alla disponibilità.

E se ne avessi ordinate un Tir?

Ecco, dunque, che il negozio è corso ai ripari, ordinando manette si spera in numero adeguato, per accontentare una clientela pressante, frettolosa e tanto esigente. 

Ma quante manette in generale si sono vendute in ogni dove in questo stesso periodo? 

Una bella domanda. Il nostro negozio di riferimento sarà sicuramente solo la punta di un iceberg. Quanti altri negozi di manette sono stati presi d'assalto? Quanti manettari non sono riusciti a resistere alla tentazione e si sono fatti il giro in macchina o a piedi della Sicilia o di internet per accaparrarsi l'ambito fermapolso? 

Si tratta, chiariamolo subito, di manette speciali, non comuni, ricoperte da una guaina di solleticante pelo colorato che già solo a vederlo ti provoca prurito ai polsi. Manette che, dalla descrizione, sembrano diverse da quelle in dotazione di polizia e carabinieri che, se la memoria non ci inganna, sono senza pelo.

Ma a che serviranno le manette col pelo?

È questa la domanda a cui si sta cercando di rispondere una volta che la notizia sta prendendo mani e piedi. Nessuno immaginava tanta richiesta considerata la crisi che, secondo gli economisti più accreditati, induce la gente a fare acquisti mirati, indispensabili, utili, per ottimizzare le proprie risorse reddituali. Per essere così richieste, le manette col pelo avranno sicuramente una loro utilità. Forze serviranno come difesa personale? E chi sono i principali consumatori? E chi non si trova disponibilità finanziaria, ricorrerà a un mutuo per appagare questa improvvisa brama di manette?

La curiosità è donna così come gli utenti del nostro negozio di intimo che ci hanno raccontato l’impennata di vendite. Scopriremo l’arcano. Capiremo così se c’è un collegamento diretto con il film “Cinquanta sfumature di grigio” e sapremo anche se nello stesso periodo si è impennata la vendita di qualcos’altro.   


Raimondo Moncada 

giovedì 12 marzo 2015

Facebook e l'amicizia col presidente della Repubblica


Amico del capo dello Stato! Social-amico. Non ci posso credere. Dopo avere accettato una richiesta d'amicizia, che mi combina Facebook? 
Mi propone una lista di "persone che potrei conoscere" a cui chiedere io stesso l'amicizia. E primo della lista è nientemeno che Sergio Mattarella, il presidente della Repubblica.

Domando subito a me stesso: il capo dello Stato si è aperto il profilo su Facebook per conoscermi? 
La foto del potenziale amico è quella sua. Non ci sono dubbi. Non è il vino che sto bevo a farmi vedere lucciole per lanterne, perché dice che a piccole dosi il vino fa bene alla salute e non dà allucinazioni. 
Sono emozionato. Davvero! Non so però se osare: gliela chiedo o non gliela chiedo l'amicizia? E se gliela chiedo, mi accetterà? E se mi accetta, potrò dare del Tu al presidente della Repubblica come si usa tra gli amici di Facebook? 
Non so. 
Se lui mi spunta come primo della lista di potenziali amici, anche a lui, al capo dello Stato, risulterò senz'altro tra i primi della sua lista. Il sistema che produce nuove amicizie è equo, uguale per tutti.
Sarà così. Facebook è incredibile. Ormai niente è impossibile. 
E se non fosse lui, il presidente della Repubblica Italiana? 
Aspetto un suo passo. In attesa, controllo i miei follower di Twitter. 

Raimondo Moncada

lunedì 16 febbraio 2015

Realizza il sogno del padre Gildo rialzando il tempio di Giove

Era una visione del padre, l’artista Gildo Moncada. Un desiderio espresso anche in pubbliche occasioni. Ho ancora viva nella memoria la presentazione della sua ultima mostra dedicata in gran parte alle vestigia dell’antica Akràgas “La mia valle dei templi”, allestita negli spazi espositivi di Via Atenea del Centro Culturale Pier Paolo Pasolini. Era il 28 gennaio 1994, il giorno dopo il suo sessantaduesimo compleanno. Ne parlò ai presenti, come sempre con la voce tremante dall'emozione. Propose di rialzare il più grande della classicità ellenica, per rivedere svettare sul Mar Mediterraneo la magnificenza del tempio di Giove. 

Impresa impossibile! pensai tra me e me, senza però esternare il mio pensiero.  

Quel sogno è ora divenuto realtà. Lo ha realizzato il figlio, l’architetto Federico Moncada, che nel 1994 era presente anche nelle vesti di espositore (papà Gildo volle alle pareti del Pasolini alcuni suoi disegni e quelli del fratello Raimondo). Il tempio di Giove oggi è in piedi. Si ammira nel suo splendore, nella sua maestosità, nei suoi colori, nelle sue sculture, nei suoi telamoni. Il tempio di Giove – secondo la fastosa ricostruzione con le innovative tecniche tridimensionali - si presenta come appariva due millenni e mezzo fa agli occhi meravigliati di quei magnifici architetti, scultori, pittori che prima lo sognarono e poi lo edificarono. Quel ragazzino, dopo quella mostra, si è laureato in Architettura a Palermo, è andato in Inghilterra, ha affinato le sue passioni poi divenute competenze informatiche nella ricostruzione tridimensionale, ha messo a frutto l’arte trasmessagli dal padre e lo stesso amore per l’antica Akràgas, è andato alla meticolosa ricerca delle fonti storiche, ha dedicato giorni e notti allo studio dell’edificio sacro fino a riuscire, con non poche difficoltà, nell'intento: realizzare il sogno del padre. Il tempio di Zeus è di nuovo svettante, anche se nella realtà virtuale. Le sue rovine furono utilizzate, nel diciassettesimo secolo, per la costruzione della cattedrale e per il molo di ponente di Porto Empedocle.
Il tempio si può ammirare in tutta la sua bellezza in 3D Dada, nel sito che l’architetto Federico Moncada ha dedicato alle sue diverse ricostruzioni tridimensionali. Nel sito c’è la storia del tempio, ci sono i riferimenti storici oltre ad alcune curiosità.
Io ne ho raccontata una personale, che nel sito non si trova.

Raimondo Moncada
(Fratello di Federico e figlio di Gildo)


martedì 10 febbraio 2015

Bob Dylan contro i critici, che vadano a farsi friggere

Le mie canzoni hanno diviso la gente. Alcuni si sono arrabbiati ascoltandole. Altri le hanno adorate. Non ho mai capito perché.

I critici sono stati duri con me, fin dall'inizio. Dicono che non so cantare, che gracchio, che gracido come un ranocchio, che non ho voce, che non ho estensione vocale, che non so tenere una nota, che mi faccio strada solo con una canzone.

I critici dicono che farfuglio le parole, che strazio le mie melodie, che rendo irriconoscibili le mie canzoni.

Perché riservano solo a me questo trattamento?
Che cosa ho mai fatto per meritarmi tutta questa attenzione? 
Perché proprio io, Signore? 

E adesso vado via. E me ne fregherò. Che vadano a farsi friggere. 

Bob Dylan

Tratto dal discorso tenuto alla cerimonia di Musicares a Los Angeles, dove ha ritirato il premio come persona dell'anno conferito dalla giuria dei Grammy Awards (l'intervento è stato pubblicato su Repubblica, il 9 febbraio 2015, e sul sito dell'Huffington Post )

Ci vuole arte pure nella carta igienica


L'arte non è alla portata di tutti. L'arte è arte. Non si improvvisa. Viene da dentro. E da dentro, con sentimento, fluisce fuori con incontenibile energia. 
Fluido magico. 
L'improvvisazione in certi casi fa male e lascia orrori indelebili. Delle macchie schifose. 
Ci vuole sensibilità pure nella fabbricazione della carta igienica. L'arte si sente. È un tocco che non tutti possiedono. Che non tutti ti danno. 
E il tocco del maestro lo percepisci, fino in fondo. Lo senti anche nelle cose apparentemente banali, di poco conto, insignificanti. 
L'arte è arte, è profumo della vita. 



lunedì 9 febbraio 2015

Quartieri a luci rosse, Agrigento batte Roma da più di duemila anni

Roma copia Agrigento, anzi l’antica Akràgas. I romani arrivano dopo. Come i numeri. Ma arrivano, in ossequioso rispetto nei confronti della Storia maestra di vita.   

All’ombra del cupolone si accenderanno le luci rosse (se passano la corrente). Così come si accesero, accecanti, sotto l’infuocato sole della Magna Grecia. Dalla capitale giungono notizie di un progetto che prevede la creazione nel quartiere dell’Eur di un’apposita area a tema, senza divieti e censure. 

Obiettivo: contrastare la prostituzione selvaggia e lo sfruttamento. 
Parola d’ordine: tolleranza. 

Amore libero, pulito, consenziente e bello, dunque. Così come lo fu, quando lo fu, due millenni e mezzo fa in Akràgas, l’ellenica Agrigento. 

Una scelta coraggiosa, avanti e indietro con i tempi. Ma non tutti sono d'accordo. E oggi le polemiche sono roventi. 

Secondo quanto riportato nell’ormai celeberrimo saggio di quel saggio di Raimondo Moncada dal programmatico titolo Dal Partenone di Atene al Putthanone di Akràgasla mitica dea Giumenta praticò la divina attività amatoria con effetti allucinogeni negli affollati sotterranei di un sacro edificio della Valle dei Templi (nel libro è ben localizzato). E cotanto (proprio così: cotanto) fu il diletto delle popolazioni che da tutto il mondo accorsero, che si aprì naturalmente una lunga e piacevole fase storica caratterizzata da pace, appagamento e serenità. 

Regnò solo l’amore.  

Giumenta, meglio conosciuta come il Putthanone di Akràgas, accontentava tutti, in par condicio, senza distinzione di sesso, di razza, di ceto sociale, di livello culturale, di numero di scarpe e di cintura. Bastava mettersi in coda e attendere il proprio turno. Si dava a chicchessia con gratuita generosità, di colpo in colpo, senza esclusione di colpi: “L’amore non ha prezzo”, diceva nei rarissimi momenti di pausa mai in menopausa (non ci arrivò). 
Divenne l’unica attrazione turistica della classicità, in un luogo subito divenuto polis di pilus  
   

Anche altre città dovrebbero seguirne l’esempio. Il nostro sostegno sarà massimo. Non solo sostegno. Avranno anche il convinto appoggio. È la condizione per una nuova pace vera e duratura. L’amore "abbabbisce" gli animi più bellicosi. 

Tratto dal blog satirico www.divinagiumenta.blogspot.it  



sabato 31 gennaio 2015

Dissi lu sceccu a lu mulu... tradotto il labiale dopo millenni

“A chi sì sceccu!?”
Ci sono delle volte in cui mi sento proprio così: asino, somaro. Non un animale, anche se appartengo alla stessa specie (animal sapiens). Non una bestia. Ma ignorante, un pozzo vuoto di conoscenze.

C’è tanto da sapere e il non sapere abbastanza mi crea disagio. E il disagio aumenta quando entro in una libreria, quando entro in una biblioteca. Ho la sensazione di essere schiacciato dalla montagna cartacea con i caratteri delle parole che mi mangiano dentro come i vermi.

Mi piacerebbe contenere tutto il contenuto di quei libri (un imbuto non andrebbe bene?). Ma non si può. Impossibile. Ci vorrebbero non so quante vite e io di vita ne ho solo una (forse nel prossimo futuro, con una scarica elettrica mi potrei trasmettere il contenuto di tutti i libri elettronici).  

Ogni anno, solo in Italia, si pubblicano circa 60 mila volumi (con una media di 250 pagine a volume, sono 15 milioni di pagine comprensive delle pagine dei libri che portano anche la mia firma). Ai 60 mila volumi, bisogna quindi aggiungere i libri stampati in altre nazioni e i libri già pubblicati nei secoli dei secoli fa, compresi i papiri egiziani e le scritte rupestri dei primi ominidi. Per non parlare delle informazioni contenute in miliardi di pagine di Internet.  
Meglio non pensarci perché se ci pensi lo “scecco” che c’è in me comincia a ragliare.

Ma perché lo scecco ha un significato negativo? Me lo sono sempre chiesto. L’ignorante, l’impreparato, lo svogliato, chi non studia, chi non ne vuole “mancu cu lu mutu” (neanche con l'imbuto!), chi piange di fronte alla pagina scritta, viene additato con frasi che non lasciano scampo: “Sì tuttu sceccu”, “Sì sceccu tunnu”: sei un asino, un somaro in modo integrale. Una volta, mi raccontano i più anziani, chi non studiava, chi sbagliava i compiti, era destinato a una terribile punizione: doveva indossare una maschera che raffigurava la testa di un asino e, da scecco, mostrarsi prima ai compagni di classe e poi seguire il resto della lezione dietro la lavagna.

L’asino, poverino, non è solo scecco, nel senso di ignorante, ma anche cretino, stupido, incapace, rozzo, testardo. Al femminile "sceccu" ha altri significati.     

“A chi sì sceccu!?”

L’asino è così sfortunato che non può neanche vantarsi di essere somaro. La saggezza sicula è emblematica. In siciliano si dice “sceccu ca s’avanta nun vali mancu un sordu”, asino che si vanta non vale neanche un centesimo di euro (il meno scecco di tutti è stato Socrate: "So di non sapere"). E si dice anche “megliu lu sceccu priatu ca lu sceccu a priari”, meglio un asino vanitoso ma allegro che un somaro stupido che vuole essere pregato per il potere che crede di avere. Ma l’asino è sinonimo anche di operosità, tanto utile all’uomo. Il significato è tutto in una proverbiale frase rubata al labiale di un somaro: “Dissi lu sceccu a lu mulu: semu dati pi dari lu culu”. 

La traduzione, a prova di contestazione, è tutta nell’onomatopeica saggezza. Il sapere costa fatica, ma sorride. 

Raimondo Moncada

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